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Va’ dove ti portano i Fratelli D’Innocenzo

Non sai mai cosa aspettarti dai Bros che hanno cambiato le regole del cinema italiano. E che arrivano a Venezia 78 con ‘America Latina’, starring Elio Germano. Tra ricerca di identità, maschi ‘non alfa’ e il sound dei Verdena

I Fratelli D’Innocenzo a Venezia 78

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

L’altro giorno un amico qui a Venezia mi fa: «Tra i film che mancano aspetto i D’Innocenzo, perché so che faranno una cosa che non mi aspetto». Lo aspettavamo tutti anche/proprio per questo, America Latina, debutto veneziano (in concorso) dei nostri fratellacci, pupilli di Rolling e del nuovo cinema italiano. Che spiazza e depista perché sì, è un’altra cosa ancora, un thriller, una storia di fantasmi, un’ode a un maschio nuovo o comunque diverso, una favolaccia che pare spin-off delle Favolacce e invece è diversa anche lei. Incontrati al Lido con le loro camicine azzurre un po’ Tadzio, danno conferma dello spiazzamento, del depistaggio: «C’era voglia di cambiare, anche rispetto a Favolacce. Che era più bozzettistico, più stilizzato: era Charlie Brown. Invece con America Latina volevamo immergerci dentro un personaggio, volevamo essere il suo sguardo».

Il personaggio è Elio Germano, e si può dire poco: dentista, villa con piscina, macchinone Volvo, testa rapata ma non calda/nazi, anzi «un modello opposto a quello del maschio alfa, pieno di delicatezza, fragilità, di cura verso gli altri» (sempre i Fratelli). «Un’idea di maschio che, nella nostra società, è perdente, un uomo che vive un enorme conflitto tra l’immagine a cui dovrebbe aderire e quella che invece ha». Un giorno scende in cantina e trova qualcosa (non un cadavere) che spiazza e depista pure lui.

«C’era la ricerca dello spaesamento», dice Elio dell’interpretazione, seconda coi Bros dopo, appunto, Favolacce. «Siamo partiti dai libri, da Carrère, cercavamo un senso di distacco dalla realtà, è lì che inizia l’indagine su di sé. C’è tanto “backstage” in questo personaggio, tante cose che poi sono rimaste fuori, ma che servivano a metterlo in difficoltà».

Elio Germano in ‘America Latina’. Foto: Vision Distribution

Anche lo spettatore è messo in difficoltà, ma l’importante è non cercare troppe piste, se mai abbracciare le metafore. «Quella dell’acqua, scarnificata così come il film voleva essere», dicono ancora Fabio e Damiano. «Latina è una città che si basa sulla bonifica, sotto c’è sempre l’acqua». Hanno girato il film lì «dove vive la nostra famiglia, in una casetta che abbiamo comprato faticosamente. Era un terreno che non poteva essere edificato, ma l’abbiamo fatto comunque perché avevano bisogno di un tetto». L’America è, invece, «il sogno di bambini, quello che abbiamo sempre avuto, ora l’abbiamo frequentata un po’, prima era solo un’immagine e un immaginario. È in questo dualismo che sta il film».

In quel doppio si (ri)costruiscono figure che «siamo noi: noi siamo i personaggi dei nostri film. Ovviamente raccontati con delle iperboli. Io, per esempio, una cantina manco ce l’ho, quindi non avrei quel problema» (parla Fabio). «Siamo fatti di errori, e allora raccontiamoli, questi errori. Rendiamoli comunicazione, e magari diventano utili anche per gli altri». L’“errore” alla base del protagonista di America Latina è la sua identità. «L’ha smarrita», continuano i D’Innocenzo, «proprio in questo periodo in cui l’identità è la cosa che ci interessa di più: basta vedere i social».

Come in Favolacce, la ricostruzione e insieme decostruzione di un nuovo immaginario passa per tanti riferimenti pittorici: «Alex Colville, un canadese non molto famoso, capace di rappresentare in maniera molto dignitosa la noia. Se Carver fosse stato un pittore, probabilmente sarebbe stato lui. Ma anche i fumetti di Don Rosa, per la loro minuzia nei dettagli». E la musica: «Abbiamo contattato i Verdena prima di girare, gli abbiamo mandato il copione. È la loro prima colonna sonora e probabilmente non ne faranno altre». Sorridono. «Sono un po’ dei guru, degli orsi come noi, hanno un modo simile al nostro di plasmare il loro universo creativo. Intervenire sulle loro atmosfere musicali è stato complesso, è stato un lavoro di sottrazione, non volevamo che la musica stesse lì a declamare qualcosa. In generale, c’è stato un lavoro profondo su tutto il sound design, cercavamo dei suoni ancestrali, quelli delle paure infantili. Il suono dell’acqua, la minaccia di qualcosa che non conosciamo». Ecco, il cinema dei Fratelli D’Innocenzo è, ogni volta, qualcosa che non conosciamo. E per questo ci spiazza, ci depista, ci piace.