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Tutte le cause di Robert Redford

A partire dall'ambientalismo. Ma il divo racconta anche la fondazione del Sundance, il momento in cui è diventato attivista, cosa l'ha spinto a produrre il film sul Watergate e chi sono i suoi eroi (spoiler: Bill Gates)

Robert Redford in ‘Le nostre anime di notte’ (2017), uno degli ultimi film da lui interpretati

Foto: Netflix


Molto prima che diventasse di moda abbracciare cause ambientaliste, Robert Redford già combatteva quelle battaglie, usando il suo status di celebrità per attirare l’attenzione su cause che vanno dal tenere le centrali elettriche fuori dal sud-est dello Utah all’uso di “energia pulita” per combattere l’inquinamento da carbonio. È nel consiglio del Natural Resources Defense Council da decenni; ha contribuito a facilitare una “greenhouse glasnost” invitando l’Accademia delle scienze sovietica a un vertice ambientale al Sundance Institute, il paradiso del cinema indipendente da lui fondato nel 1981; e ha prestato il suo nome (e denaro) a una riserva naturale nello Utah. Anche se Redford, 84 anni, si è tecnicamente ritirato dal suo lavoro, vale a dire dirigere film ed essere una delle star del cinema più riconoscibili degli ultimi cinquant’anni, è ancora attivo nella supervisione degli aspetti del Redford Center, l’organizzazione creata insieme al figlio scomparso James, e si dedica a «usare lo storytelling per aiutare a reimmaginare l’ambientalismo ed espandere l’idea di cosa significhi essere un ambientalista». Continua a spiegare che «questo è l’unico pianeta che abbiamo. Cosa c’è di più importante che proteggerlo?».

Per il numero americano sull’emergenza climatica, Rolling Stone ha chiacchierato con Redford su ciò che lo ha fatto diventare un attivista ambientale, del perché ha fiducia nel futuro, dei suoi eroi e delle regole che ritiene più importanti.

Hai detto che come ambientalista di lungo corso sei diventato più radicale col tempo. C’è stato un momento in cui hai iniziato a capire che ciò che stava accadendo al nostro pianeta era più grave di quanto pensassi?
Nel 1989 ho partecipato a una conferenza a Denver, dove c’è stata una presentazione di due scienziati che hanno spiegato come la temperatura della Terra stesse aumentando: lo chiamavano riscaldamento globale. Hanno raccontato cosa sarebbe successo se avessimo ignorato questa minaccia. Quel momento è stato il mio campanello d’allarme. Sapevo che stavano dicendo la verità. Perché una cosa che abbiamo imparato è che il tempo non aspetta nessuno. Mi sono reso conto che, quando c’è qualcosa che puoi fare, è meglio che tu agisca. Subito.

Da dove viene il tuo legame con la natura?
Penso che abbia a che fare con un viaggio che mia madre mi portò a fare parecchi anni fa. Sono nato e cresciuto a Los Angeles, avevo le mie radici lì. Quindi lei ha deciso di farmi attraversare il Paese e portarmi allo Yosemite National Park. Siamo passati per un lungo tunnel: siamo usciti da Fresno e dall’altra parte, all’improvviso, mi sono trovato su un precipizio a guardare questa valle. Ho pensato: «Dio, è fantastico. Non voglio stare qui a guardare, voglio diventarne parte». Così ho trovato un lavoro allo Yosemite National Lodge come cameriere ai tavoli, ed è questo che mi ha portato nel ventre della bestia.

In quanto pioniere per l’ambiente, come hai visto cambiare il movimento nel corso degli anni?
Le persone sono diventate molto più consapevoli dei problemi che dobbiamo affrontare. Sfortunatamente, chi nega il cambiamento climatico ha anche una voce più forte e, di solito, è in posizioni di potere. Abbiamo dovuto convivere con quello che è successo negli ultimi quattro anni, in cui l’atteggiamento nei confronti dell’ambiente era più negativo che mai. E questo ha causato moltissimi danni: è come una strada che deve essere sistemata. Dobbiamo farlo immediatamente. Il mutamento climatico è in atto, ed è a tempo pieno. Basta negare.

Ora sei più o meno ottimista sulla nostra capacità di combattere questi disastri ambientali?
Sono più ottimista che mai. Il mio ottimismo deriva dal vedere i giovani, perché sono ispirati, impegnati, appassionati: sono un nuovo movimento. Capiscono che il futuro è nelle loro mani, e noi dobbiamo sostenerli.

Il fatto che Biden abbia fatto rientrare gli Stati Uniti negli accordi sul clima di Parigi è un passo nella giusta direzione?
Penso che Biden sia un tipo brillante e che abbia messo insieme una squadra incredibile, con Gina McCarthy (National Climate Adviser, nda) e John Kerry (Special Presidential Envoy for Climate, nda). Bisogna fare di più, certo, ma credo siano le persone giuste per riuscirci.

A partire dall’inizio degli anni ’70, hai realizzato una serie di film che hanno fatto luce su questioni sociali: pensi che ci fosse un tempo in cui era possibile equilibrare l’intrattenimento con, ad esempio, l’impegno per l’ambiente o la messa in discussione del nostro sistema politico?
Forse per un po’ sì. Ma questo è stato uno dei motivi principali per cui ho creato un festival cinematografico dedicato a quelli che poi sarebbe stato chiamati “film indipendenti”. Molto ha avuto a che fare con il fatto che, a quel punto, l’industria era completamente controllata dal mainstream. E il mainstream era concentrato sul profitto e sul denaro. Ho pensato: «Ok, ne ho fatto parte… ma vedo che ci sono moltissime voci là fuori che non vengono ascoltate e sembrano agire meglio al di fuori del sistema. Quelle persone non stanno ricevendo attenzione. E quindi sposterò la mia». È stato allora che ho deciso di fondare il Sundance Institute e poi il Sundance Festival, tutto ciò che fondamentalmente era a sostegno del ruolo del cinema indipendente. Il problema era cercare di mettere insieme i mondi profit e no-profit. Questo ha creato una tensione dentro cui mi dovevo barcamenare da solo. E, credimi, ci ho provato.

Ti sei ritirato dalla recitazione e dal cinema: c’è qualcosa che ti manca dello stare davanti o dietro la macchina da presa?
(Fa una pausa, nda) No, non credo. Non credo proprio. Penso che il lavoro ora sia in altre mani, e sono felice di avere un ruolo di supporto.

Hai aiutato a portare sullo schermo Tutti gli uomini del presidente come produttore, oltre a esserne protagonista. Cosa ci può dire quel film su ciò che il Paese ha attraversato negli ultimi anni?
Quella storia ha la tendenza a ripetersi. Sono stato attratto dalla ricerca della verità da parte di due giornalisti. Era quella la storia che volevo raccontare. Non si trattava del Watergate, davvero. Parliamo di giornalismo e verità.

Quali sono le regole più importanti secondo cui vivi?
Fai una lunga passeggiata e bevi un bel sorso di ottima tequila.

Chi sono i tuoi eroi, e perché?
Rachel Carson (biologa marina, nda), perché è stata una delle prime sostenitrici della natura; Jacques Cousteau, che è stato uno dei primi a far conoscere la vita negli oceani al mondo; infine, e non riesco mai a sottolinearlo abbastanza perché stiamo parlando di contemporaneità, Bill Gates. Mi incoraggia moltissimo il suo impegno nel trovare soluzioni alle sfide che dobbiamo affrontare. Ha dedicato tempo e denaro a questa causa. Non dimentichiamolo.

Quale consiglio daresti al te stesso più giovane?
“Perché ti sei cacciato in tutto questo?” (ride, nda). Scherzi a parte, probabilmente gli suggerirei di cercare sempre la verità, anche se può essere sfuggente. Mi ispirano da sempre le parole di T.S. Eliot: “Per noi esiste solo il tentativo. Il resto non è affar nostro”. Quindi, forse: “Segui il tuo istinto e continua a cercare la verità”.

La ricerca della verità sembra essere un filo conduttore costante della tua carriera.
Credo di sì. Ma l’hai detto tu, non io (ride, nda).

Da Rolling Stone USA

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