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Tobia De Angelis, tutto può succedere

Così s’intitolava la serie che l’ha lanciato, in cui era il fratello di… sua sorella. Cioè Matilda De Angelis. «Sul set per me non è una di famiglia, ma l’attrice italiana più forte del momento». Ora è tra i protagonisti di ‘Love & Gelato’, il film Netflix che ribalta gli stereotipi sugli americani a Roma. E sui maschi alfa...

Tobia De Angelis

Foto: Sofia Toreggiani

Tobia De Angelis è un trentenne – di quelli molto, molto simpatici – imprigionato nel corpo di un adolescente. Altrimenti, davvero, non si spiega. Alla presentazione stampa di Love & Gelato, che poi è anche uno dei suoi ultimissimi film (lo trovate su Netflix, dal 22 giugno), De Angelis dava dei punti a tutti. E su qualsiasi versante. Simpatia? Vinceva lui: non c’era cristiano a cui non strappasse una risata. Saggezza? Pure, a partire da quel «ho appena vent’anni, non sono un attore: ci sto solo provando». Capacità di gestire quei disagiati che il mondo chiama giornalisti? Idem, anche se su questo avrà preso lezioni dalla sorella, ovvero Matilda De Angelis (un’altra trentenne intrappolata nel corpo di una ragazzina). Così è successo che abbiamo deciso di prendere da parte Tobia e farci una bella chiacchierata a tu per tu. Ecco com’è andata.

Senti, Tobia, fammi capire: ma avete almeno uno sfigatone in famiglia? Che so: un parente lontano, un cugino, un nipote scemo?
No, niente! Mi spiace! (ride)

All’inizio avevi scelto di studiare all’istituto alberghiero, poi, dal 2015, hai svoltato come attore recitando in Tutto può succedere. Ti prego, non dirmi che è successo per caso perché non ci credo…
Altro che caso: c’è stato proprio un allineamento cosmico di pianeti! Davvero, credimi. Allora, partiamo dall’inizio. Mia sorella Matilda era stata presa dall’agenzia Volver che, a sua volta, aveva appena aperto. E questa è già la prima coincidenza.

Un po’ vaga, ma vai avanti.
Dopodiché, Matilda sostiene un provino per Tutto può succedere, adattamento della serie americana Parenthood, lo passa e la responsabile casting finisce per dire a mia madre che stavano ancora cercando l’interprete del fratello. Mia madre a quel punto dice: “Matilda ce l’ha un fratello che ha anche studiato teatro”.

Foto: Sofia Toreggiani

Ma non eri iscritto all’alberghiero?
Sì, anche. Però alle medie ho studiato teatro in un piccolo gruppo del mio paese, anche se lo facevo soprattutto per motivi terapeutici. Ero un ragazzo che tendeva molto a isolarsi: avevo bisogno di qualcosa che mi aiutasse a uscire fuori dal guscio. Il teatro era la soluzione perfetta. Comunque, ti dicevo: mia madre mi propone e viene fuori che io ero identico, come fisicità, al personaggio della serie americana. Tra l’altro, sia io che Matilda eravamo dell’età giusta: pazzesco, eh?

Ok, questa è una grossa coincidenza.
Secondo me mi hanno preso perché io e mia sorella eravamo un pacchetto troppo succulento. Col senno di poi, credo di non essere stato nemmeno così brillante al provino. Insomma, diciamolo… culo, tanto culo!

Poi però ci hai preso gusto a fare l’attore, giusto?
Mi piace da mo-ri-re! Faccio solo un po’ fatica a gestire la parte più pettinata, da fighetti, come il red carpet… Ecco, in quelle situazioni io parto già inadeguato! (ride) Però il mestiere dell’attore di per sé mi affascina moltissimo: adoro calarmi in altre vite, altri mondi. Sto anche studiando per diventare sceneggiatore.

Ma quindi la carriera da chef? È il piano B?
Sì, è la mia via di fuga. Della serie: quando si accorgeranno che in realtà non so recitare, prendo e vado in giro per l’Europa a fare il cuoco.

Intravedo un leggerissimo problema di autostima…
Eh, lo so: ci sto lavorando. Diciamo che lo pensavo soprattutto fino a qualche tempo fa, ora va meglio. Però mi piace pensare che se, per “x” motivi, le cose dovessero andare male, ho comunque le spalle coperte.

Hai dichiarato: “La cucina dice molto di chi siamo, del nostro atteggiamento verso la vita”. Quindi ti chiedo: qual è il tuo approccio al mondo?
Nello specifico, non ricordo bene quella dichiarazione perché tendo a dire un sacco di cazzate. Detto questo, chi ha una relazione diretta con il cibo guarda in faccia la realtà materiale. Se ti prepari tu la fettina di carne, mettendoci il sale, il rosmarino, se la massaggi con l’olio, hai un contatto fisico con la realtà che ti circonda. Ti relazioni in modo materiale. Chi cucina, per sé stesso o per gli altri, ha un altro approccio alla giornata rispetto a chi si fa cucinare da altri oppure ordina il delivery. Me ne sono accorto io stesso durante il periodo del lockdown: prepararmi un buon piatto di pasta ha fatto sul serio la differenza tra piangere sul divano e restare con il broncio. Perché è chiaro che non basta mettersi ai fornelli per diventare di colpo felice e contento… però cucinare mi motivava.

Fissazioni culinarie? Tutti ne abbiamo almeno una.
Posso definirmi un feticista del bio.

Aspirazioni da vegano?
Sto evolvendo allo stadio di vegetariano, se non fosse che ho un piccolissimo problema: adoro grigliare. Sono stato tirato su a pane e griglia.

Il piatto che ti esce ancora male?
I dolci. Di recente ho provato per ben quattro volte a fare i biscotti allo yogurt, ma ogni volta mi sono venuti ‘na monnezza…

 

 
 
 
 
 
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In Love & Gelato, comunque, chiudi il cerchio perché interpreti un cuoco: il giovane Lorenzo.
Io e Lorenzo abbiamo molti tratti caratteriali in comune, come per esempio la trasparenza e il candore. Poi, come dicevo, la cucina rappresenta un valore narrativo aggiunto: è una scelta che parla molto. Certo, c’è chi a vent’anni vuole fare lo chef per soldi, ma la maggior parte non lo fa per questo, proprio come Lorenzo. Lui, tra l’altro, deve misurarsi con la nonna che, come sappiamo, fa parte dell’Olimpo dei cuochi.

Il film punta a riscrivere gli stereotipi sull’Italia: non più pizza e mandolino, ma gelato e pomiciate. Molto meglio, ne convieni?
Be’, direi proprio di sì! Anche il binomio lasagna/pancake è uno stereotipo più moderno, che rispecchia la tendenza a rivisitare i grandi classici della cucina. Va molto tra gli americani. L’unica cosa che mi ha un po’ spiazzato è stata la – immotivata – presenza di masse di Apecar. Faceva molto Italia 1962…

All’inizio la protagonista del film fatica ad ambientarsi a Roma. Anche tu, passando dall’Emilia Romagna a Roma, hai patito il contraccolpo?
Lo ammetto: è iniziata male con Roma. A soli 15 anni mi sono trovato sbalzato in una città gigantesca, soprattutto se confrontata con il mio paesino. Io sono nato in una frazione di un comune di Pianoro: praticamente un incrocio, con un’edicola al centro che rappresentava tutto. Quello era sempre stato il mio mondo, quelli erano – e sono ancora – i miei amici. Ritrovarsi a Roma senza amici e senza grandi capacità di socializzare è stata tosta. Me la sono vissuta male. E poi, diciamocelo: i romani sono più tristi rispetto ai bolognesi. Un po’ è dovuto al ritmo di vita, perché spostarsi da A a B è un viaggio, il traffico è mortale e il romano medio non è esattamente educatissimo nel relazionarsi con il prossimo. Ed è lì allora che ho deciso.

Cosa?
Mi sono detto: tutto il cinema vive a Roma? Bene, io voglio fare il contrario e andare controcorrente, proprio come il personaggio del mio film… vedi che gancio che ti ho trovato, eh? A me non piaceva ’sta socialità, questo “volemose bbbène” e il giorno dopo non so più chi sei, e quindi me ne sono andato via.

Ora dove abiti?
A Bologna. So perfettamente che finirò per tornare a Roma e viverci, mi sono fatto anche degli amici, so muovermi meglio, ma per ora preferisco temporeggiare. Vorrei vivere prima in qualche altra città, esplorare un po’ l’Italia.

Senza fare spoiler, il triangolo amoroso del film finisce in un modo che è decisamente sui generis. Ma tutta questa indipendenza non farà male al nostro senso del romanticismo?
Ti do una risposta da sceneggiatore, visto che sto studiando per diventarlo: è una scelta di genere. Quello che dici sarebbe corretto se Love & Gelato nascesse come commedia romantica. In realtà questo film è prima di tutto un coming of age, dove conta la storia di formazione della protagonista, il suo ingresso nel mondo adulto.

Comunque, sarà che io sono di un’altra generazione, ma il principe azzurro non era poi così male…
In generale sai invece cosa mi scoccia da morire? Tra il riccone e il povero vince sempre il secondo. Ma io dico: che colpa ha una persona se nasce nell’alta borghesia?

Hai ragione, bisogna fare giustizia. Nei tuoi prossimi ruoli ti batterai per far tornare non dico il principe azzurro, ma almeno il maschio alfa in tv?
Io?!? Ti sembro un maschio alfa?

Scusami, ma il bello della recitazione non è calarsi in ruoli che sono lontani da sé stessi?
Posso essere tutte le persone che vuoi, ma se prendi questa cascata di ricci, la mia faccia da schiaffi e ’sto fisico mingherlino, il maschio alfa te lo sei giocato alla prima inquadratura! Lasciamolo a chi sa farlo bene. Io al massimo posso essere un putto, il ragazzo candido, l’amico simpatico… e mi va bene così. Però sul principe azzurro ci possiamo sperare, magari con una spruzzata di ironia e modernità. Posso farcela!

Tobia De Angelis con Susanna Skaggs in ‘Love & Gelato’. Foto: Netflix

Ho letto che sai suonare l’oboe. Perché proprio questo strumento?
Mia sorella suonava la chitarra. E pure il violino. Capisci quindi che io non potevo essere da meno. Così mi sono detto: ok, suono la tromba. Alla scuola dove mi ero iscritto non ce l’avevano, però c’era questo oboe il cui suono mi ha subito conquistato. Mi ricordava la musica di moltissimi cartoni animati, come Winnie the Pooh

No, scusami: guardavi Winnie the Pooh?
Sì. Però, aspetta: stiamo parlando di quando avevo 11 anni. Sia chiaro: ero piccolo! A quell’epoca guardavo Winnie, la Pimpa, Pingu e altre cose che ora, mi rendo conto, suonano inquietantissime… Comunque sia, l’oboe mi piaceva un sacco finché, come tante cose nella mia vita, l’angoscia ha preso il sopravvento. Mi pesavano le aspettative, vivevo tutto come un “devi dimostrare qualcosa” e non “aiutami a capire come si fa”. Peccato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho appena finito di girare il documentario La solitudine è questa, sulla vita di Pier Vittorio Tondelli. È un progetto a cui tengo molto. Poi in Lidia Poët (serie Netflix sulla prima donna avvocato nella Torino di fine ‘800, nda) condividerò di nuovo il set con mia sorella Matilda: ho un piccolo ruolo nel primo episodio. E abbiamo anche una scena insieme!

Dài, ammettilo: due scatole recitare con la sorella di fianco…
Ma scherzi? Io ogni tanto mi fermavo e pensavo: “Cavolo, sto recitando con Matilda De Angelis, l’attrice in questo momento più forte d’Italia!”. Non ti dico che è stato un onore condividere con Maty il set, ma una gioia immensa sì.