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Tina, diva e donna

Il documentario omonimo dei registi premio Oscar Daniel Lindsay e T.J. Martin è un ritratto che celebra la rockstar e che insieme racconta, con la complicità della protagonista, gli aspetti più bui della sua vita. Abbiamo incontrato gli autori

Un’immagine del documentario ‘Tina’

Foto: Universal Pictures

Dicembre 1981. Tina Turner, lanciata verso il successo che l’avrebbe consacrata come la nuova superstar musicale, rivela in un’intervista esplosiva al magazine People di essere stata abusata fisicamente per anni dal marito e business partner, il musicista Ike Turner. Da qui ha inizio il documentario Tina prodotto da HBO e in Italia dall’8 luglio in digital download, e diretto da Daniel Lindsay e T.J. Martin, premio Oscar (Undefeated, 2011) ed Emmy (LA 92, 2017, sui riots post Rodney King). I due si sono visti recapitare, insieme a centinaia di ore di filmati, concerti, musica, interviste e registrazioni inedite, la richiesta di trasformare il tutto in questo documentario stile cinéma vérité, che racconta, in maniera estremamente personale, vita, musica, traumi e trionfi dell’icona rock. A sua insaputa, Tina diventa anche, a distanza di quarant’anni, non solo figura leggendaria del rock’n’roll mondiale, ma di fatto la prima portavoce contro la violenza domestica.

Tina è un documentario bellissimo, emotivo, meravigliosamente onesto. Il punto di partenza del viaggio nella vita della superstar comincia con un notiziario dell’epoca, in bianco e nero, con la consueta voce metallica che racconta le ultime vicissitudini di Tina, descrivendo in dettaglio la fuga dal marito Ike in una notte del 1976, dopo aver picchiato la moglie così violentemente da renderla irriconoscibile, e dopo che la cantante, con 36 centesimi in tasca e senza accesso ad alcun conto bancario, aveva trovato rifugio in un motel di Dallas. Perché senza un soldo in tasca? Perché, così come relazione, matrimonio e famiglia, anche tutte le fortune economiche guadagnate in anni di performance erano sotto lo stretto controllo di Ike. Ma andiamo per ordine. Abbiamo incontrato i due registi in occasione del festival SXSW, e ci siamo fatti raccontare com’è nato questo progetto.

Come siete arrivati alla regia di Tina?
T.J. Martin: Ci hanno contattati i produttori dopo aver raggiunto un accordo con Tina e suo marito Erwin. Ci abbiamo pensato un attimo, eravamo riluttanti per vari motivi, non eravamo sicuri che due uomini sarebbero state le persone giuste per raccontare la sua storia, anche perché non eravamo dei grandi fan della sua musica. Prima di accettare abbiamo fatto molta ricerca, e abbiamo scoperto che la sua storia aveva da offrire molto di più rispetto ad altri documentari musicali. C’erano una narrazione e dei temi da esplorare molto più profondi, non era solo una scusa per assemblare dei videoclip musicali. Vista l’enorme mole di materiale, abbiamo deciso di dividere il doc in quattro parti, partendo proprio dalla famosa intervista di Tina rilasciata a People. Incontro dopo incontro, abbiamo vinto la fiducia di Tina e del marito, e abbiamo proseguito insieme.

La storia di Tina è stata raccontata nella sua autobiografia, nel film Tina – What’s Love Got to Do With It e in un musical di Broadway. Cosa avete aggiunto di nuovo?
Daniel Lindsay: Questo era un altro motivo di esitazione: come potevamo aggiungere del valore a uno storytelling già così noto? Abbiamo deciso di farlo raccontare a lei stessa perché il suo trauma non è stato ancora completamente risolto, volevamo che abbracciasse tutti i diversi aspetti della sua storia, del suo passato, tutto ciò che potenzialmente ha innescato quell’esperienza traumatica che ha generato il cambiamento. A quel punto, abbiamo anche deciso di non intervistare una lista di super celebrity come Rod Stewart o Mick Jagger, perché volevamo conservare l’identità del suo punto di vista. Tutte le persone intervistate hanno una relazione molto personale con lei. Ad eccezione del suo secondo libro, My Love Story, la maggior parte delle rivisitazioni della sua vita si concludono con il successo di What’s Love Got to Do With It o il concerto di Rio del 1988, che è il culmine del suo percorso. Credo che abbiamo fatto onore alla sua carriera, alla sua evoluzione come donna e musicista, e abbiamo contribuito ad espandere e rendere giustizia alla sua storia.

Che tipo di relazione avete avuto con Tina?
Martin: Sin dall’inizio Tina si è dedicata al progetto, suo marito è anche uno dei produttori esecutivi del film, ma contrattualmente sapevamo che avremmo avuto la sua attenzione solo per un tempo limitato. Una volta che abbiamo deciso di dirigere il documentario, abbiamo cercato di essere il più trasparenti possibili su quello di cui avevamo bisogno, soprattutto quando abbiamo scoperto che il trauma della separazione da Ike ribolle ancora sotto la superficie emotiva di Tina. Di base ci sono due personaggi principali: Tina e la storia di Tina, su cui anche Tina aveva un’opinione, e quindi abbiamo potuto usufruire della sua prospettiva. Alla fine siamo riusciti a riprenderla più volte nella sua casa di Zurigo. Diciamo che abbiamo sviluppato un bel rapporto, quando ha capito che volevamo raccontare la sua storia sotto vari punti di vista è stata sempre molto aperta e disponibile. È stato un viaggio che abbiamo fatto insieme.

Cosa dobbiamo aspettarci?
Martin: Senza rivelarvi nulla, c’è tutto: gli inizi della relazione, i primi concerti, i primi dubbi, il terrore che aveva reso impensabile la separazione da Ike, conosciuto quando, ancora diciassettenne, dopo una sua performance di You Know I Love You di B.B. King, lui l’aveva invitata a unirsi al suo gruppo, i Kings of Rhythm. La vediamo, dopo 16 anni di incubi, trovare il coraggio di chiedere il divorzio, non chiedere nulla tranne che il cognome Turner – «I worked for that» – rinunciando a tutto, società editoriali e proprietà immobiliari, pur di mettersi il passato alle spalle. La rivediamo a 42 anni ricominciare da capo, sola, ostracizzata, rigettata dall’industria musicale. Dormiva sul divano a casa di amici, sopravviveva grazie all’assistenza sociale e a performance in piccoli club di Las Vegas. In quegli anni, ha sempre mantenuto il proprio carattere musicale da artista rock’n’roll, non ha ceduto alle richieste delle etichette ed è andata per la propria strada, reinventandosi alla grande dopo l’incontro con Roger Davis e la scoperta di un nuovo suono rock. Finché, nel 1984, è arrivato il successo di Private Dancer (12 milioni di copie vendute, ndr) e What’s Love Got to Do With It, primo singolo al numero 1, che di fatto l’ha consacrata solista leggendaria e l’ha resa icona rock a livello mondiale. È ancora oggi indimenticabile insieme a Mick Jagger al Live Aid, e anche davanti a quasi 200mila persone allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro.

Com’è nato il vostro amore per i documentari?
Lindsay: Per me è sempre passato attraverso l’amore per la musica. Ero in una band, mi è sempre piaciuto suonare, i primi documentari che ho visto erano musicali: quello sui Metallica, o The Who: The Making of Tommy. Sono cresciuto in una casa dove l’arte non era molto apprezzata, ho scoperto l’amore per il cinema indipendente e i documentari durante gli anni universitari. Tra i titoli che mi hanno influenzato di più ci sono American Movie, Hoop Dreams, The Eyes of Tammy Faye. In quegli anni non avevi bisogno di milioni di dollari per fare un documentario, era tutto molto più accessibile, più improvvisato, istintivo, meno costruito.
Martin: Anche la mia esperienza è simile, non sono mai stato incoraggiato a pensare ai documentari come arte, per me all’inizio i documentari erano un modo per arrivare al cinema senza rischiare la bancarotta, ma non era certo la mia passione primaria. Sono cresciuto in una famiglia di musicisti, da ragazzino suonavo la batteria e mi piaceva associare la musica alle immagini. Così ho iniziato a fare piccoli video musicali e più giravo, più capivo l’aspetto emotivo di questo tipo di narrativa. A 19 anni ho girato il mio primo documentario e ho iniziato a credere al potere della narrazione ispirata a storie reali, a come trovare ispirazione nella quotidianità. Poi come Dan, quando ho visto American Movie nel 1999, sono rimasto molto impressionato, forse perché quel documentario ha segnato in qualche modo l’inizio del reality storytelling, anche se affrontava argomenti più profondi di quelli poi sviluppati nella reality tv. Anche Don’t Look Back di D.A. Pennebaker è stato decisivo nello sviluppo della mia carriera di documentarista, così come Powaqqatsi: concepire un film di sole immagini senza una trama definita è stata un’idea davvero innovativa.

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