‘The United States vs. Billie Holiday’, una voce che non poteva essere messa a tacere | Rolling Stone Italia

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‘The United States vs. Billie Holiday’, una voce che non poteva essere messa a tacere

Ecco come il nuovo film di Lee Daniels (interpretato da Andra Day, fresca di Golden Globe) racconta la storia della cantante per l'era Black Lives Matter. E riporta in vita un'icona

Andra Day in ‘The United States vs. Billie Holiday’

Foto: Takashi Seida/Hulu

Lee Daniels stava concludendo il suo ultimo film quando ha notato un parallelo inquietante: The United States vs. Billie Holiday racconta la storia della tormentata cantante jazz e di come Strange Fruit, la canzone di protesta anti-linciaggio che l’ha fatta conoscere al mondo, le abbia portato sia bene che male. Improvvisamente il regista ha avuto un flash su quanto fosse senza tempo il suo nuovo progetto cinematografico. «Eravamo nel bel mezzo del montaggio ed è morto George Floyd», ricorda. «La gente mi inviava video di protesta di persone che cantavano Strange Fruit in mezzo alla strada. È stato pazzesco».

Dalla sua scomparsa nel 1959 a causa di complicazioni dovute ad anni di abuso di droghe e alcol, Holiday è stata una presenza fissa nella cultura pop, e ritroviamo il suo fraseggio ipnotico e malinconico nel lavoro di Erykah Badu, Valerie June e altre cantanti soul poco convenzionali. «È più di un’icona musicale», afferma Andra Day, che nel 2017 ha fatto una cover di Strange Fruit e ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione di Holiday. «L’hanno trasformata in questa figura tragica di tossicodipendente che cantava jazz. Ma lei è molto più di tutto questo».

Una rivalutazione che probabilmente sarà ancora più potente grazie a The United States vs. Billie Holiday, il primo biopic su Holiday da quando Diana Ross l’ha interpretata in Lady Sings the Blues del 1972. Con Day che fa il suo debutto come attrice in un ruolo da protagonista, il film non evita gli aspetti turbolenti della vita di Billie, tra abusi di sostanze, arresti per droga, carcere e una serie di relazioni violente. «A volte pensi: “Per favore, tesoro, vai un po’ in terapia!”», scherza la drammaturga premio Pulitzer Suzan-Lori Parks, che ha scritto la sceneggiatura. «Il compagno sbagliato, le droghe… Ma le persone sono complicate e una parte alimenta l’altra. Forse la sua incoscienza nello scegliere gli uomini l’ha portata a pensare: “Dirò quello che voglio dire”».

A latere, il film tocca anche la relazione sessuale di Holiday con l’attrice Tallulah Bankhead, aggiungendo un’altra dimensione all’impatto di Billie. «È un simbolo di libertà, di uguaglianza», afferma Day. «Non rappresenta solo i diritti civili e la comunità nera, ma anche quella LGBTQ. Rappresenta quasi tutti i gruppi più emarginati. Era l’originale “Fuck the police“».

Ma il film si concentra in gran parte sulle molestie subite da Holiday per mano dell’FBI, che ha percepito il potenziale incendiario di Strange Fruit. Per mettere a tacere la cantante, il bureau ha deciso di concentrarsi sulla sua dipendenza da eroina e ha incaricato un agente nero di nome Jimmy Fletcher (interpretato da Trevante Rhodes, noto per Moonlight e Bird Box) di rintracciare e arrestare Holiday. Secondo il lungometraggio, i due alla fine sono diventati amanti.

«Stavano cercando di distruggere la sua eredità», spiega Day. «È stata una delle prime persone a comprendere davvero e dire ad alta voce che questi stupefacenti sono stati sganciati nella nostra comunità durante la prima guerra alla droga, negli anni Trenta e Quaranta. Ma era troppo famosa, quindi il governo voleva sbarazzarsi di lei».

Anche se per tutta la vita è stata perseguitata da problemi personali e battute d’arresto della sua carriera, Holiday ha continuato a cantare Strange Fruit fino alla sua morte in una stanza d’ospedale, con la polizia che la monitorava ancora e le scattava la foto segnaletica prima che morisse. «Viene spesso dipinta come una povera donna di colore che si drogava, ma questo è il ritratto che il potere ci vuole consegnare di lei», dice Parks. «Era una donna davvero forte. La nostra Billie non è una vittima. Quel suo resistere all’ingiustizia e alle pressioni viene fuori con molta forza nel nostro film». Daniels aggiunge: «Era la Rihanna meets Cardi B di quella generazione. A lei non fregava nulla. E ha fatto quello che voleva fino alla fine».

Daniels, che ha esplorato e raccontato le vite della comunità black in tv (Empire) e al cinema (Precious, The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca), ricorda la scoperta di Lady Sings the Blues quando era un adolescente a Filadelfia negli anni ’70. «Non avevo mai visto una coppia nera innamorata prima di allora sullo schermo, e non avevo mai visto persone di colore belle come Diana Ross e Billy Dee Williams», rammenta. «Era come festeggiare dei parenti sul grande schermo: parlavano in un linguaggio che comprendevo perfettamente, in un ambiente che capivo benissimo, con la droga e la moda».

Decenni dopo, il regista è stato subito parecchio incuriosito, quando gli è stata inviata la sceneggiatura di Parks, in parte ispirata a Chasing the Scream, il libro di Johann Hari del 2015 sulla guerra alla droga (che tocca la storia di Holiday e il ruolo dei federali nella sua vita). «Dopo che ho compreso la storia secondo cui il governo l’ha eliminata a causa di quella canzone, mi ha letteralmente travolto», ricorda Daniels. «Ho pensato che fosse una storia importante da raccontare».

Preoccupato di offendere il capo della Motown Berry Gordy, che ha co-prodotto Lady Sings the Blues, Daniels gli ha chiesto il permesso. (Gordy, afferma Daniels, gli ha detto che andava bene, «basta che tu lo faccia nel modo giusto».) Ma rimanevano altri ostacoli, in particolare i finanziamenti per il progetto. «Avevo fiducia negli studios, soprattutto dopo l’esperienza di Empire», dichiara. «Pensavo: “Non è possibile che non riesca a trovare i finanziamenti”. Ma nessuno ha ritenuto che il film meritasse i soldi di cui avevamo bisogno. È solo un’altra forma di razzismo e fanatismo a Hollywood. Non potrei parlarne, perché tutti vogliamo lavorare, ma a questo punto non mi interessa più niente».

Alla fine Daniels si è assicurato un finanziamento indipendente tramite la New Slate Ventures, una società sostenuta da hedge fund con un occhio di riguardo a progetti attenti alla diversity; il primo film della compagnia è stato l’autobiografico The Forty-Year-Old Version di Radha Blank. Lavorare con finanziamenti esterni anziché tramite uno studio di Hollywood ha permesso al regista di ignorare il consiglio di ingaggiare una star nel ruolo di Holiday. Daniels voleva qualcuno che potesse cantare i suoi pezzi, ma quando gli è stata proposta Day – che non recitava dai tempi del liceo in California – ammette di essere stato diffidente. «Non volevo incontrarla, perché c’erano così tante persone che mi dicevano di farlo», ammette. «E non mi piace che mi si dica: “Questa è la ragazza che fa per te”».

Dal canto suo, Day aveva dubbi sulle proprie capacità, quando i due finalmente si sono incontrati. «Mi dicevo: “Perché proprio ora?”», spiega. «Era come essere a una riunione, ed entrambi credevamo che non sarei stata in grado di farlo, giuro. Pensavo: “Siamo sicuri che sia una buona idea?”». (Andra ricorda anche, ridendo, la volta che il suo insegnante delle superiori le ha consigliato di ascoltare Holiday, di cui Day non aveva mai sentito parlare: «Non so chi sia quel tizio», aveva risposto).

Ma durante quell’incontro, Daniels e Day hanno finito per capirsi proprio attraverso quello che l’attrice chiama «insicurezze e auto-sabotaggio». Entrambi erano legati a Holiday, anche se in modi diversi. Il regista, che ha avuto problemi di droga per diversi decenni, ha empatizzato con la lotta di Holiday contro la dipendenza, e all’inizio per lui il film era incentrato principalmente su questo. La straziante interpretazione di Autumn in New York gli ha ricordato anche un partner morto di AIDS. E Day ha trovato una connessione con gli abusi che Holiday ha subìto nel corso di relazioni con mariti e amanti. Anche se Billie è stata spesso violata fisicamente, Day dice che a lei «non è capitato a quei livelli, ma in altri modi».

Per assicurarsi di aver fatto la scelta giusta, Daniels ha assunto per Day un insegnante di recitazione, lo stesso che aveva aiutato Mary J. Blige a prepararsi per il suo ruolo in Mudbound, il film sulle tensioni razziali del 2017 ambientato nel Sud degli States. Daniels ha poi visto uno dei nastri delle prove di Day. «Mi ha sbalordito», afferma. «Aveva attinto a qualcosa: sapevo che era Dio a parlare, e non potevo più negarlo».

Per prepararsi al ruolo, Day ha perso quasi 18 chili e ha iniziato a bere e fumare, anche se prima normalmente non lo faceva. E ha dovuto imparare a evocare il mormorio sensuale della voce di Holiday: una sfida in sé, visto che c’è pochissimo materiale di lei che canta o parla. «Ci sono alcune clip audio delle sue esibizioni dal vivo, interviste o chiacchierate con la sua band», spiega Day. «Restituiscono una vibrazione, un senso di lei: che era una donna vissuta, ma anche infantile, in qualche modo». Day confessa però di essere stata tormentata dai dubbi durante le riprese del film: «Non ero “intimidita”, non è la parola corretta, direi che è più appropriato “timore divino”», ricorda. «È stata la cosa più spaventosa che abbia mai fatto in vita mia. Ogni giorno mi svegliavo pensando: “Oggi è il giorno in cui farò schifo e mi licenzieranno”».

Lee Daniels e Andra Day sul set. Foto: Takashi Seida/Hulu

The United States vs. Billie Holiday potrebbe riportare la cantante sotto gli occhi dell’opinione pubblica contemporanea, ma fa anche parte di un processo di risveglio più ampio negli ultimi anni. Alla luce del recente tentativo fallito di Black Lives Matter e del Congresso di approvare l’Emmett Till Anti-Lynching Act (che renderebbe il linciaggio un crimine federale), Strange Fruit, come Daniels aveva previsto, è tornata alla ribalta: la canzone è stata campionata dal rapper Rapsody, seguito dalla veterana dell’R&B Bettye LaVette, e quindi lodata da Bruce Springsteen. «Sfortunatamente, Strange Fruit è ancora rilevante e la gente sta cominciando a capire che era la nostra primissima canzone di protesta», dice Day. «Billie era davvero un’eroina dei diritti civili».

Nel frattempo, la registrazione vintage di You’re My Thrill di Holiday è stata inclusa in un episodio di Watchmen ed è stata oggetto di un recente documentario (Billie) e di un album tributo indie-rock (Think of Spring di M. Ward). Lady in Satin, del 1958, si è classificato al 317esimo posto lo scorso anno nella lista dei 500 migliori album di Rolling Stone. «La sua storia è simile a quella di Robert Johnson», dice Ward. «Il talento e l’emozione ti attirano e, una volta che entri nel mistero delle loro vite, ci rimani dentro».

Nel 2012, la famiglia dell’ultimo marito di Holiday, che gestiva il suo patrimonio, ha venduto i diritti a Concord Music per una somma che non è mai stata rivelata. Il rinnovato interesse per Holiday sta anche spingendo Concord a esplorare ulteriormente le opportunità per aumentarne il profilo. Gli eredi – che non sono mai stati contattati per il film di Daniels, anche se avevano sostenuto il documentario Billie di James Erskine – stanno valutando la possibilità di realizzare un musical teatrale basato sulla sua vita. «Tocca tutti i temi caldi in questo momento per gli USA: razzismo sistemico, abusi, diritti LGBTQ, brutalità della polizia», ​​afferma il dirigente della Concord Michele Smith. «Lei è la storia americana. Holiday non era perfetta, ma ha fatto del suo meglio». Smith afferma però che la società è particolarmente attenta alle licenze: la richiesta di utilizzare il nome e il volto di Holiday su bicchieri da whisky, ad esempio, è stata negata alla luce dell’alcolismo della cantante. «È morta a causa di una dipendenza, quindi valutiamo ciò che è sensato per lei e per ciò che ci ha lasciato», sottolinea Smith.

Daniels dice di essere deluso dal fatto che The United States vs. Billie Holiday venga lanciato in anteprima su Hulu (negli USA) e non nei cinema come inizialmente previsto (tramite Paramount), un’altra vittima dell’impatto del Covid-19 sul business cinematografico. «Continuavano a dire: “Dobbiamo andare avanti così”», spiega. «E io pensavo, tra me e me: “Come andrà? Come faranno a distribuirlo?”. Ero nervoso da morire». Daniels ha accetta la decisione sull’uscita in streaming, ma aggiunge: «Sono triste, perché il film è stato girato in pellicola e doveva essere visto sul grande schermo».

Per il resto, il regista dice di essere in pace con il progetto. L’ultimo giorno di riprese ha fatto un sogno su Holiday in cui lei usciva da un’auto e si avvicinava a lui. «Le ho detto: “Sto facendo un film su di te, spero che ti piaccia”», racconta. «Billie ha risposto: “Mi ritrarrai nel modo giusto?”. E io ho replicato: “Credo di sì”. In cuor mio, so di averlo fatto».

Da Rolling Stone USA