‘The Gray Man’ non è un condor, ma nemmeno un piccione | Rolling Stone Italia
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‘The Gray Man’ non è un condor, ma nemmeno un piccione

Per vedere il blockbuster da 200 milioni di dollari starring Ryan Gosling e Chris Evans prodotto da Netflix bisogna spegnere il cervello. Ma va bene così: l’action, oggi, è una (facile) macchina da streaming. Abbiamo incontrato i registi, gli ‘Avengers’ Anthony e Joe Russo

Ryan Gosling è l’agente Court Gentry in ‘The Grey Man’

Foto: Paul Abell/Netflix

Duecento milioni di dollari di budget, l’ennesimo film più costoso della storia di Netflix, record che probabilmente resterà imbattuto per qualche tempo, vista la nuova direzione presa dalla piattaforma streaming, decisa a tagliare costi e a puntare più sulla qualità dei prodotti. Dare tutti questi soldi in mano ai fratelli Anthony e Joe Russo ha un senso, dato che parliamo dei registi di quattro cinecomic del Marvel Cinematic Universe, tra cui il secondo film di maggiore incasso nella storia del cinema, Avengers: Endgame. Ma i record che potranno battere in questo caso possono essere solo in miliardi di minuti visti da parte degli abbonati al servizio, nessuna scalata al botteghino in questo caso. E questo è l’aspetto che lascia perplessi di un’operazione cinematografica come The Gray Man (ora in sala e dal 22 luglio su Netflix), una spy story ad alto tasso di spettacolarità che pesca da immaginari popolari ben noti, da 007 a Bourne, passando per gli action di ultima generazione come John Wick. Naturalmente il Sydney Pollack dei Tre giorni del Condor è stata fonte d’ispirazione, ma i nobili riferimenti lasciamoli da parte.

Cast sontuoso, con Ryan Gosling che interpreta un letale agente di una struttura fantasma della CIA che diventa improvvisamente molto scomodo per l’Agenzia. Sulle tracce di Sierra Six, questo il suo nome in codice, viene messo un appaltatore esterno, come lo avrebbero chiamato i “Clerks” Dante e Randall; e cioè Llyod Hansen, un gustosissimo e autoironico Chris Evans che si diverte a fare il “cattivissimo lui”. Nel mezzo, Ana de Armas è un’agente che abbraccia la missione di Sierra Six perché ha capito che c’è del marcio a Langley. E per restare in ambito Netflix, che è il futuro ma si comporta come una major degli anni Cinquanta, troviamo anche Regé-Jean Page, il duca di Hastings della prima stagione di Bridgerton, nei panni dell’immancabile dirigente della CIA sporco come i pannolini di tre giorni fa di Baby Hermann.

Chris Pratt è Lloyd Hansen. Foto: Paul Abell/Netflix

Un grande spettacolo dedicato a una platea mondiale per ragioni che vengono da lontano, come ha spiegato a Rolling Stone Anthony Russo: «Joe ed io siamo cresciuti passando le nostre giornate nella Cleveland Cinematheque, una struttura bellissima dove abbiamo imparato a conoscere le cinematografie di tutto il mondo. Di quell’esperienza abbiamo fatto tesoro quando abbiamo lavorato con la Marvel, perché in quel periodo abbiamo capito che oggi esiste un pubblico mondiale interconnesso che dialoga costantemente sul cinema. È una cosa che amiamo moltissimo e che ci ispira nel raccontare storie universali».

«Come ha detto Anthony, siamo cresciuti a Cleveland e non avevamo alcun rapporto con l’industria cinematografica», ci tiene a sottolineare il fratello Joe, «Per questo, da quando abbiamo iniziato a lavorare, siamo sempre stati interessati a fare film che raggiungessero una platea il più possibile globale. È la ragione per cui ci piace lavorare con Netflix, le piattaforme digitali hanno creato una democratizzazione della fruizione cinematografica, per molte persone nel mondo andare al cinema è un lusso, in questo modo possono avere un’esperienza cinematografica a casa e condividerla. Crediamo abbia fatto più questo in termini di inclusività negli ultimi cinque anni che Hollywood negli ultimi cento. È la ragione per cui ci piace lavorare con artisti da tutto il mondo, come in questo caso Dhanush, uno dei più grandi attori di Bollywood con il potenziale per essere una star mondiale». Per chi non lo conoscesse, Dhanush è un attore, cantante, regista e produttore che probabilmente ha incassato nella sua carriera quanto Tom Cruise. Nel film è un killer come ne abbiamo visti a decine nei film di James Bond, l’unico che riesce a mettere in difficoltà l’eroe nel corso della sua missione. Che, per la cronaca, è quella di salvare il suo mentore (un piacevolmente ritrovato Billy Bob Thornton) e sua nipote (il piccolo prodigio Julia Butters, vista accanto a Leonardo DiCaprio in C’era una volta a… Hollywood) dalle grinfie del perfido Hansen.

Ryan Gosling con Ana de Armas in una scena del film. Foto: Paul Abell/Netflix

Tra inseguimenti, combattimenti, sparatorie e devastazioni di centri storici di inestimabile valore culturale, The Gray Man fila liscio per due ore senza bisogno di accendere il cervello, anche se i Russo Bros. hanno cercato di essere intellettualmente corretti anche in questo. «Quando lavori con progetti cinematografici altamente spettacolari, come accade a noi ormai da dieci anni, inserire nella storia elementi a cui il pubblico si possa correlare è molto importante», ci ha spiegato Joe. «In questo caso, abbiamo contrapposto un personaggio che vuole espandere il suo lato umano rispetto all’antagonista, che è invece votato a un individualismo assoluto, un dualismo che è specchio dei tempi. Se da una parte Sierra Six, il personaggio interpretato da Ryan Gosling, vuole riappropriarsi di una libertà che di fatto non ha mai avuto, il cattivo Chris Evans rappresenta un prototipo di mascolinità tossica che purtroppo è sempre più presente nella contemporaneità. Quello che vogliamo nei nostri film è inserire elementi che facciano riflettere il pubblico mentre si godono un grande spettacolo».

Lo spettacolo migliore nel film lo offre probabilmente Chris Evans, che nei panni del cattivo si cala davvero bene. Una sorpresa, ma non per i fratelli registi. «Avere l’opportunità di lavorare con Chris per quattro film ci ha dato modo di conoscere la persona e il professionista. È un attore sofisticato, molto tecnico, e che ragiona come un regista. Questo gli ha permesso di essere il perfetto Captain America, non riusciamo a immaginare nessuno che potesse incarnare quel personaggio meglio di lui, ma anche di cambiare completamente e diventare il malvagio Llyod Hansen. Assistere a questa trasformazione è stato incredibilmente divertente, e il primo a esserne entusiasta è stato proprio Chris».

The Gray Man è tratto dal primo degli otto romanzi della saga letteraria creata da Mark Greaney, le premesse perché diventi una serie cinematografica ci sono tutte. Ryan Gosling funziona nella parte della macchina da guerra dal cuore d’oro, una specie di Jack Reacher meno roccioso e anche meno analitico, ma molto più guidato dal cuore rispetto al personaggio partorito da Lee Child. C’è solo da chiedersi quanti miliardi di minuti dovrà “incassare”, con una particolare attenzione al mercato indiano. Se dovesse andare bene, nel sequel si potrebbero aggiungere un ninja e una campionessa di kung fu, e si potrebbe radere al suolo tutto il quartiere Prati di Roma, che con il Tax Credit conviene.