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‘The Dirt’, parla il regista: «I Mötley Crüe hanno pianto guardando il film»

Jeff Tremaine ci racconta com'è stato girare il biopic sulla band più oltraggiosa del rock. E rivela chi del gruppo si è commosso davanti alle immagini

The Dirt, il biopic sui Mötley Crüe, si apre con una scena esplicita dello squirting di una groupie nel bel mezzo di una festa, courtesy of Tommy Lee. Poi, per dirne un’altra, c’è Ozzy Osbourne (cui la band fece da spalla nel tour Bark at the Moon del 1984), che sniffa formiche rosse e lecca la pipì sua e di Nikki Sixx dal pavimento di una piscina. E c’è anche una sequenza in semi-soggettiva che racconta quanto fosse folle una giornata della vita di Lee. Possiamo dire che nel suo tono selvaggio e onestissimo The Dirt è una sorta di anti-Bohemian Rhapsody?

«Non era ancora fuori quando abbiamo finito il nostro film» risponde il regista di Jeff Tremaine (quello di Jackass) al telefono da LA, «Anzi, non sapevamo nemmeno che sarebbe uscito finché non avevamo già chiuso il montaggio. Bohemian Rhapsody non era pieno di drama e pazzie come questa storia. Se amate queste cose, apprezzerete The Dirt più di Bohemian Rhapsody. O almeno lo spero» ride.

Il film è basato sull’autobiografia scritta dai Mötley Crüe con Neil Strauss di Rolling Stone — sottotitolo Confessioni della band più oltraggiosa del rock — e scava nell’ascesa del gruppo glam metal dalla scena di Sunset Strip all’inizio degli anni Ottanta al periodo come headliner di festival e arene, fino al loro epico crollo negli anni Novanta e alla rinascita live negli anni 2000: «È stato un processo lungo, i Mötley hanno una storia davvero folle ed è tutto in quel libro: bastava raccontarla nel modo più accurato possibile».

C’è tutto il meglio, ma soprattutto il peggio della band: lo humour dark e la comedy degli episodi più scatenati si alterna a momenti drammatici: la battaglia di Mick Mars con una malattia alle ossa, l’incidente automobilistico che ha ucciso il batterista degli Hanoi Rocks Nicholas “Razzle” Dingley e mandato Vince Neil in prigione, l’overdose di eroina che è stata quasi-fatale per Nikki Sixx, la morte della figlia di Vince per un tumore: «È una storia totalmente rock’n’roll, all’inizio si divertono e ne combinano di ogni ma poi realizzano le conseguenze del loro comportamento. Per me era molto importante che il pubblico fosse catturato dal film ma anche mostrare il lato oscuro di tutto questo» spiega il regista.

Prima Tremaine ha dovuto convincere i Mötley di essere la persona giusta per raccontare la loro vita e la loro carriera: «È stata la cosa più difficile, poi sono stati molto aperti, ci hanno aiutato parecchio e mi hanno dato lo spazio, sono maturati ed è stato facilissimo lavorare con loro, non me lo aspettavo».

Non è stato facile mettere insieme la versione cinematografica della band: il primo ad essere scritturato è stato Douglas Booth, «all’inizio ha fatto un paio di provini per il ruolo di Tommy Lee ed è stato grande, poi gli ho chiesto se voleva leggere la parte di Nikki e… beh, era ancora meglio». Poi a Tremaine è arrivata una registrazione di Machine Gun Kelly dal suo tour-bus: «Lui era Tommy Lee, è stato molto semplice per me perché volevo un vero musicista nel cast, era veramente perfetto, l’ho voluto a tutti i costi». In un secondo momento è arrivato Iwan Rheon, «che suona la chitarra e questo ha aiutato. Poi io sono un patito di Game of Thrones quindi ero super felice quando ha accettato di interpretare Mick Mars». Daniel Webber è stato l’ultimo a salire a bordo: «C’è voluto un po’ per individuare il nostro Vince e quando è entrato, per come si muoveva e per la sua spavalderia, è stato subito ovvio che l’avevamo trovato».

Ogni membro della band racconta la sua storia, magari contraddicendo o entrando anarchicamente a gamba tesa sulle parole di un altro: «È quello che ho amato di più nel libro, il fatto che ragazzi che hanno vissuto le stesse cose abbiano prospettive differenti, a volte anche i fatti stessi sono proprio diversi. Volevamo essere sicuri che anche nel film ci fosse questo tipo di narratore poco affidabile per restituire quello spirito, credo che sia il motivo per cui l’autobiografia è andata così bene».

Le scene più complesse da girare sono state «le performance, perché c’erano tante parti in gioco, e l’incidente d’auto, che ci ha provato parecchio a livello emozionale». La sequenza più divertente invece è stata a mani basse quella con Ozzy: «Il giorno prima avevamo girato alcune delle parti più dark che avevano a che fare con l’eroina, eravamo un po’ giù. Poi quando è arrivato Tony Cavalero (che interpreta Osbourne, nda) è stato grandissimo, era la botta di energia che ci serviva».

I Mötley Crüe sono anche tornati insieme per scrivere alcuni brani per il film, The Dirt (Est. 1981) su tutti, con il featuring di Machine Gun Kelly: «Hanno finito il pezzo mentre stavamo chiudendo il film, ma mi hanno lasciato selezionare dalla loro discografia le canzoni che servivano a raccontare la storia e credo che fossero d’accordo con le mie scelte, sono stati molto generosi».

Nella soundtrack ci sono altri tre nuovi brani della band, Ride With the Devil, Crash and Burn e una cover di Like a Virgin di Madonna (ride): «Sì, Nikki mi ha detto che l’avrebbe registrata e ho pensato che fosse divertente. Non credo che avessero in programma di tornare in studio insieme, credo che dopo la fine del tour nel 2015 pensassero: “Questa è la fine dei Mötley Crüe”. E poi, prima che iniziassimo a girare, Nikki e Tommy sono venuti a visitare il set, non si vedevano da quando erano scesi dal palco quattro anni fa, ma durante la lavorazione si sono in qualche modo ritrovati. E credo che questo abbia riportato a galla vecchi sentimenti positivi e li abbia ispirati ad essere creativi».

Che ne pensano del film i Mötley? «Quando hanno visto il primo cut è stata una giornata folle perché ho realizzato che grande responsabilità fosse. Ero nervosissimo, ma poi Tommy e Nikki l’hanno guardato e sono rimasti a bocca aperta. Uno di loro ha iniziato a piangere. Non dirò chi, ma fa rima con Ricky».

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