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Susanna Nicchiarelli e il capitale punk di ‘Miss Marx’

Il quarto film della regista di 'Nico, 1988' racconta la contraddizione tra la figura pubblica e il dramma privato della figlia minore di Karl Marx. Con una colonna sonora rischiosa e originalissima, che lo lancia oltre il biopic

Romola Garai in 'Miss Marx'

Foto: Emanuela Scarpa/01 distribution

C’è una Eleanor Marx pubblica, che porta avanti l’eredità politica del padre Karl, avvicina i temi del femminismo e del socialismo, partecipa alle lotte operaie, combatte per i diritti delle donne e l’abolizione del lavoro minorile. E poi c’è una Eleanor Marx privata, ironicamente “caught in a bad romance” per dirla à la Lady Gaga, intrappolata in una relazione tossica per amore. Che balla sulle note di una cover punk di Dancing in the Dark di Bruce Springsteen come fosse Courtney Love. È proprio quel “punk”, tra le altre intuizioni, a lanciare Miss Marx, il quarto film di Susanna Nicchiarelli (già trionfatrice della sezione Orizzonti nel 2017 con il bellissimo Nico, 1988) oltre il biopic.

Come hai scelto quella chiave di lettura?
Volevo usare musica contemporanea e mi piacciono da morire i Downtown Boys, questa band americana di ragazzi intelligentissimi, Joey (La Neve DeFrancesco, nda) è un personaggio veramente notevole. E uno dei loro album si chiama Full Communism. Purtroppo per via della pandemia non sono potuti venire qui a Venezia. Mi piaceva l’idea di usare quell’energia, volevo che le battaglie di Eleanor, la sua trasgressività uscissero fuori dal tempo. Anche con violenza, perché la musica punk non è una musica facile da ascoltare.

È stato complicato?
Abbiamo avuto difficoltà perché un po’ ci pensi che possa dare noia. Però questo fastidio fa parte del gioco, perché nella vita di Eleaonor c’è violenza, ci sono tante sofferenze, tante paure, tanti rischi. Il film lavora su un dualismo: ragione e sentimento, pubblico e privato. Quindi in qualche modo anche romantico e punk sono due anime diverse che volevo convivessero. Insieme alle musiche dei Downtown Boys ci sono quelle dei Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, che sono il gruppo post rock elettronico con il quale lavoro da sempre. Con loro abbiamo riarrangiato brani di Chopin e di Liszt.

Perché avete deciso di fare anche una cover punk dell’Internazionale?
Abbiamo scelto la versione francese, che è quella originale. È rifatta in quel modo per ricordare quanto quelle battaglie siano quotidiane, di oggi. Per farci sentire l’energia di quel canto, che adesso ci fa un po’ nostalgia, invece così sembra riacquistare potenza e diventare ancora prorompente come doveva essere. Ci tenevo parecchio anche a giocare con le immagini reali della Comune di Parigi per sottolineare questo cortocircuito.

In che modo hai lavorato con la protagonista Romola Garai a quella splendida scena della danza?
Abbiamo parlato tantissimo del significato di quella sequenza, poi io le ho messo la musica e lei ha ballato. Ha un carisma molto forte: mi emoziono ancora quando apre gli occhi e guarda in macchina. Volevo che tramite quella danza Eleanor parlasse con noi, che quel momento la portasse fuori dal tempo. Era fondamentale sottolineare che considerava ogni suo gesto come un atto di ribellione. Ed è possibile che abbia visto pure il suo suicidio in quel modo, anche se magari noi la pensiamo diversamente.

Patrick Kennedy, Susanna Nicchiarelli e Romola Garai sul red carpet di ‘Miss Marx’ a Venezia 77. Foto: Alberto Pizzoli/AFP via Getty Images

Flaubert diceva: «Madame Bovary sono io»: Miss Marx sei tu? O lo siamo un po’ tutti in questa doppia dimensione pubblico/privato?
Lo siamo un po’ tutti, perché è un conflitto nel quale ci ritroviamo, è la nostra fragilità nei rapporti. Com’è difficile mantenere il punto di fronte a certe situazioni, com’è difficile essere la stessa persona a casa con chi amiamo e con gli altri all’esterno. È l’umanità del personaggio che più mi ha emozionato, ma anche l’ironia della sua storia così contraddittoria… C’è un momento in cui Eleanor tiene un discorso alle donne subito dopo che il compagno le ha fatto l’ennesimo, terribile torto. Non puoi fare a meno di sorridere, e io quel sorriso lo cercavo, perché c’è dentro tantissimo.

Nei giorni scorsi ti hanno chiesto se questo è un film femminista e tu hai risposto la cosa più punk di tutte, soprattutto in tempi di MeToo: «No, questo è un film libero».
Qualcuno potrebbe anche obiettare che lei come femminista non fosse il massimo, proprio per questa discrepanza tra i due ambiti della sua vita. Per me non c’è un’ideologia alla base di questo lavoro, se ci fosse non sarebbe interessante. E poi non è mai bello sentire incasellare qualcosa che hai creato e di cui tu vedi tutte le sfaccettature. Certo, è più facile fare qualcosa che si possa categorizzare, è più rassicurante per tutti. Però a me non va di girare film confortanti, mi diverte di più spaventare, disturbare, far arrabbiare. E poi Eleanor credeva nel potere liberatorio dell’arte, ha tradotto Madame Bovary e Casa di bambola scandalizzando il pubblico inglese, era convinta che parlare di certe storie potesse avere un effetto politico sulle nostre vite, cambiarle. E lo penso anche io. Sennò qual è il punto? Non credo tanto nell’intrattenimento puro.

Perché Eleanor Marx dopo Nico?
In generale mi sono appassionata alle biografie. A livello di scrittura avere a che fare con un personaggio esistito è davvero una sfida. C’è una quantità esagerata di materiale: con Nico avevo le interviste, qui sono stata sommersa dalle lettere dell’archivio di Eleanor, dai suoi testi. Queste persone reali scrivono il film con te.

Il tuo prossimo progetto? Sarà un’altra biografia?
Sì, voglio farlo di nuovo. Forse a un certo punto mi diranno che mi dedico solo a quello, ma è una cosa che amo molto: mi piace tutta la fase di ricerca e lavorare sull’epoca, lo faccio dal mio primo film che era ambientato negli anni ’60, Cosmonauta. Adoro entrare in quei mondi e rendere umane le persone del passato. Staccarle dai libri stampati e avvicinarle a noi.

Hai già un’idea?
Sì sì, ce l’ho.

E di cosa si tratta?
Non te lo dico per scaramanzia, è troppo presto.

Dimmi solo se è una donna.
Sì, è una donna.

A proposito, Miss Marx è uno degli 8 film a regia femminile su 18 titoli in concorso.
Mi piace pensare di essere qui perché ho fatto un buon film, che siamo di più perché i nostri lavori erano più buoni: Barbera ha sempre detto che non usa il criterio delle quote rosa. Naturalmente per arrivare a questo devi avere una distribuzione egualitaria, e finché c’è una maggioranza schiacciante di film girati da uomini è difficile. Ma vorrei che si arrivasse al punto in cui non fa più notizia se un film è diretto da un uomo o da una donna. Vorrei solo vedere le donne al cinema sempre raccontate in modo vero.