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‘Sul più bello’, Amélie nel mondo di Wes Anderson

L’opera prima di Alice Filippi, evento speciale ad Alice nella città 2020, apre una nuova strada al teen movie all’italiana

Ludovica Francesconi e Giuseppe Maggio in ‘Sul più bello’ di Alice Filippi

Foto: Claudio Jannone

Alice nella città è sempre stata un giardino in cui si è potuto coltivare il talento di regist(r)i altri e alternativi. In fondo lo dice già lo splendido film di Wenders, da cui prende il nome, come intende il cinema questa sezione che da sempre, forse, incarna lo spirito di una Festa in una costante crisi d’identità. Una sezione autonoma e parallela che di fatto è un festival nel festival e che ha sempre costruito palinsesti cinematografici, di incontri e di visioni delicati e potenti. Quest’anno – come vedremo nei prossimi giorni – c’è un discorso sul corpo che innerva gran parte delle opere selezionate, una visione sul cambiamento anche fisico come trampolino per un’evoluzione di sé (e non solo) che è fondante e fondamentale. E un evento speciale come Sul più bello (nelle sale dal 22 ottobre) ne è una dimostrazione coerente, con la plasticità di scene e di uomini e donne che diventano vita, con un gusto estetico (ed etico) originale che accarezza i protagonisti, con visi, muscoli, occhi, capelli, che incorniciano archetipi per destrutturarli subito dopo. A partire da una scoperta come Ludovica Francesconi, che è Marta, una ragazza affetta da mucoviscidosi (malattia cronica, degenerativa e letale), giovane orfana e convivente con un gay e una lesbica che sono i suoi migliori amici e l’accompagneranno nell’essere la Giulietta di un Romeo improbabile (e viceversa), nell’essere stalker e poi corteggiata, in una commedia sentimentale che gioca con gli stilemi del genere, moderni e non, con sensibilità e creatività.

Alice Filippi, al suo esordio, ci regala un’opera entusiasmante, fresca, scritta ottimamente da Roberto Proia (anche produttore) e Michela Straniero, che riescono a domare una grande quantità di parole dentro una struttura semplice ma inaspettata e con un immaginario molto preciso. E che la regista non voglia confondersi con gli altri lo capisci appena la senti, gentilissima e dolce nei modi, determinata e chiara nelle parole. «Non potevo né volevo essere anonima. Un esordio è una responsabilità e un privilegio, sprecarlo rimanendo nella mischia non era un’opzione. Ho voluto mostrare il carattere, mio e del film». Senza subire le influenze, la grammatica dei grandi registi di cui è stata aiuto. «Dovevo trovarne una mia personale, appunto, se butti la tua occasione provando a copiare, imitare altri, soprattutto se sono straordinari talenti, non puoi che fallire. E non trovare un tuo percorso, una tua identità: anche se, come nel mio caso, lo script già ben delineato ti è stato proposto. Detto questo, il mio lavoro con grandi come Carlo Verdone e Giuliano Montaldo è stato importantissimo: tra le tante cose, dal primo ho imparato l’importanza dell’armonia sul set e il saper comportarsi con attori alle prime armi, da lui che ha sempre lavorato con tanti di loro e ogni volta mi stupivo di quanto fosse bravo a metterli a loro agio, a costruire un certo tipo di atmosfera quando giravamo. Dal secondo, a lavorare con la troupe, tutta, a comprendere l’importanza di ognuno dei partecipanti al film, tutti necessari e tutti artisti a cui portare rispetto e da cui imparare».

Ne ha fatto, la regista, un film che prende Amélie – «in realtà da lì abbiamo preso solo il cassetto di Ludovica» – e la catapulta nel mondo di Wes Anderson. Marta è una Tenenbaum, ha la superficialità ostinata dei personaggi di quel regista e anche improvvisi sprazzi di lucida follia, di cinismo e contemporaneamente di profondità che ti spiazzano continuamente. La ami, da subito, e lotti con la trama che la vuole bruttina, il suo carisma naturale e la sua sensualità colorata ti fanno innamorare. «Non mi offendo per il paragone», ride Alice Filippi. «Amo i colori, la fotografia (ma che bel lavoro, Emanuele Pasquet, nda), i costumi, la scrittura di quel cineasta straordinario». E, aggiungiamo, lo ricorda anche per un modo coreografico di mettere in scena la realtà, non rinunciando mai alla bellezza e a dipingere cinema con uno stile muscolarmente colorato e malinconicamente brillante. E di Anderson condivide la curiosità per volti diversi, per attori con un universo dentro e il talento dipinto sui lineamenti.

Preparatevi ad amare per anni Ludovica Francesconi, 21 anni e una quantità di registri interpretativi, dalla commedia al (melo)dramma, da poterci costruire anni di ottimo cinema italiano a cui non siamo abituati, se si esclude talenti rari come, ad esempio, Sabrina Impacciatore, epigone di quella Monica Vitti che ora faticherebbe a trovare cineasti che la sappiano valorizzare. «Ludovica è stata Marta sin da subito, da quel primo provino in cui arrivò: non trovava la felpa, si giustificava con discorsi bizzarri. Mi sono girata verso il produttore, che mi aveva affidato la sceneggiatura, e il casting director e ho detto: questa è Marta. Speriamo che sia pure brava. Lo era, eccome». Ma quel misto di istinto e talento è nel mood del racconto e di tutte le scelte di cast. Dal bello e possibile Giuseppe Maggio, che parte da rampollo “bono” e scava poi in un personaggio sfaccettato, fino ad arrivare alla coppia da urlo Jozef Gjura-Gaja Masciale (sono più bravi che belli, e ce ne vuole tanto sono fighi), tempi e ritmi perfetti, un grande impatto sul film, di quei comprimari solo su carta ma coprotagonisti nei fatti, che fanno la fortuna dei classici del genere statunitensi.

Ludovica Francesconi, al centro, con Gaja Masciale e Josef Gjura, i suoi coinquilini nel film. Foto: Claudio Jannone

«Abbiamo fatto la scelta più facile: non cercare volti noti da adattare al ruolo, ma facce e qualità giuste per ogni personaggio. Jozef viene dal Teatro Stabile di Torino, Gaja dalla Silvia d’Amico, di interpreti bravi ce ne sono nel nostro Paese, basta cercarli. E devo ringraziarli perché si sono fidati e affidati completamente a un’esordiente, sposandone visione e richieste con un coinvolgimento totale. Con loro abbiamo lavorato sul giocare sempre d’anticipo, sul costruire personaggi dai tratti forti ma imprevedibili, sfidando gli stereotipi che incarnavano: la brutta, il bello, i gay, la snob. Facendone una sfida e non una gabbia». E così ti ritrovi una splendida protagonista, un ruolo femminile raramente così bello e completo nel nostro immaginario narrativo (per varietà di toni e piani di lettura ha la forza della Juno di Ellen Page) che è femminista pur facendo tutto ciò che mai dovrebbe dire o fare per esserlo. E così vale per tutti gli altri – «Pensa ad Arturo Selva (Giuseppe Maggio), l’arco del suo personaggio è imprevedibile, stupisce tutti, a partire da Marta» –, mai schiavi di cosa ci si aspetti da loro.

Ci voleva un’orchestra di talenti perché ci si riuscisse, e una direttrice come Alice Filippi che, se manterrà questa mano e questo sguardo felici, diventerà un punto di riferimento, artistico ma anche industriale, come autrice. Un’orchestra come quella che ha musicato, grazie all’eccellente lavoro di Marco Cascone, la colonna sonora. «Molto è merito del lockdown, che ci ha “costretto” a lavorarci su in modo approfondito, non potendo andare sul set e rendendo difficile attivare altri settori. Così abbiamo dedicato tre mesi a una parte a cui colpevolmente si dà meno tempo, normalmente. E quando, in mezzo a tante proposte, è arrivata Sul Più BeLLo di Alfa, oltre a trovare il pezzo perfetto per il film lo abbiamo visto un po’ come un segnale: quell’ukulele che anche noi avevamo scelto per il commento musicale». Sul più bello è un gran bel regalo agli spettatori ma anche agli addetti ai lavori, vediamo di meritarci i talenti che esprime e le opportunità di un cinema pop e raffinato che offre.