Stefano Sollima: «Benicio del Toro e Josh Brolin sono due mostri»

Il regista di 'Gomorra' e 'Suburra' racconta 'Soldado', il suo primo film girato negli Stati Uniti: «Volevo raccontare un tema forte come l’immigrazione in maniera semplice, senza compiacimenti e senza giudizi morali»

Stefano Sollima (52 anni), a destra nella foto, durante le riprese di Soldado. Il regista romano è stato contattato per il sequel di Sicario dopo il successo delle serie Romanzo criminale e Gomorra e dei film ACAB e Suburra


Adios”. Bang! Bang! Una delle mie scene preferite di Soldado di Stefano Sollima, primo film americano del regista di Acab, Gomorra – La serie e Suburra, è quando Benicio del Toro spara all’avvocato usando la pistola con due mani, inquadrato dal basso, mentre gli dice, appunto, “Adios”. Roba da western all’italiana anni ’60, come quelli che faceva il padre di Sollima, Sergio, tipo La resa dei conti o Faccia a faccia, che adoravo e ripetevo a memoria davanti allo specchio.

Stefano mi spiega che il modo di sparare così se lo è inventato Benicio del Toro, perfino la battuta è sua. All’inizio non lo voleva neanche fare, “Non sparo a un messicano”. “Ma è un avvocato”, gli aveva spiegato Stefano. Allora… Soldado è un filmone di grande presa spettacolare e ha già incassato 50 milioni di dollari negli Stati Uniti – contro i 46 del precedente lm della saga, Sicario –, con un budget di 35. Un successo. Anche se, uscendo a giugno, nel pieno della campagna anti-Trump per via del muro che voleva costruire al confine con il Messico e della vicenda dei bambini messicani divisi dai genitori, ha sollevato qualche polemica. Pretestuosa, visto che il film è stato scritto tre anni fa ed è un puro action movie di confine, con molti momenti western. «Fecero lo stesso con ACAB», commenta Stefano, «fosse uscito una settimana dopo, avrebbero trovato altri motivi per fare polemica».

Anche negli Stati Uniti non perdi la tua originalità e la tua voglia di provocare…
Per fortuna no.

Cosa ti interessava davvero del progetto?
La cosa che mi aveva colpito dello script di Taylor Sheridan era la scrittura corale, il racconto su degli antieroi, l’assenza totale di un personaggio che fungesse da falsa morale.

TI riferisci al personaggio di Emily Blunt in Sicario, sempre scritto da Sheridan.
Sì, per esempio… E poi l’idea di fare un film di intrattenimento, che al contempo raccontasse anche un pezzo del mondo in cui viviamo, affrontando un tema forte come l’immigrazione in maniera semplice, senza compiacimenti e senza giudizi morali.

Quando ti hanno chiamato per dirigerlo?
Mi hanno chiamato tre anni fa, dopo che avevano visto ACAB a Berlino. La sfida era lavorare in un’industria diversa. Gli americani fanno esattamente questo: si innamorano della specificità di un regista, lo prendono e lo innestano, e cercano di fare di tutto per fargliela perdere. È rischioso. Ma ne ero consapevole quando ho affrontato il progetto.

Il copione di Soldado era già scritto quando sei entrato nel progetto?
Sì, ma non nella forma che hai visto: ci abbiamo lavorato, abbiamo fatto tre stesure con Taylor. C’è un elemento che ho inserito io e che non esisteva. Mettere i personaggi di Josh Brolin e di Benicio del Toro, cioè Matt Graver e il sicario Alejandro, uno contro l’altro. Questo cambia un bel po’ la storia.

Questo aspetto anarchico di Josh Broin, che all’inizio dice “Faccio come cazzo mi pare”, è un elemento tuo o c’era già nel copione?
Quello c’era già. Era diverso il personaggio femminile, Isabel, e l’escalation del rapporto tra Josh e Benicio. Ho tolto tutta una parte di racconto che c’era in originale.

Hai trovato molte difficoltà in America a girare alla tua maniera?
No, mi sono trovato bene. Il copione era un’ottima base di partenza, avevo dei produttori illuminati. Abbiamo incominciato a svilupparlo per Lionsgate, poi siamo passati a Sony, abbiamo vissuto anche una sorta di interregno in cui non c’era uno studio, ma eravamo d’accordo coi produttori sull’idea di film. Diciamo che ho dovuto combattere, ma nella norma.

Benicio Del Toro

Josh Brolin e Benicio Del Toro sono due star. Come ti sei trovato con loro?
Benissimo. Le percepisci come star per la loro popolarità, ma sono attori di talento. E come atteggiamento non sono delle star. In una delle primissime fasi, quando stavo facendo i provini per il personaggio di Isabel, e dovevo scegliere fra tre attrici, per il call back finale ho chiesto a Benicio se potesse venire con me. La casting director mi diceva “ma che sei matto?”, Benicio, invece, ha risposto “ma certo”. Siccome non avevo la macchina è venuto a prendermi a casa. Si è fatto sei ore di call back, quattro scene per ogni attrice. Io perdevo più tempo a rianimarle per il fatto di recitare accanto a Benicio che per la difficoltà della scena. Dopo mezzo secondo abbiamo capito chi sarebbe stata Isabel, risparmiando un sacco di tempo. Sia lui che Brolin sono attori estremamente esigenti, ma non hanno mai l’atteggiamento divistico, che sul set produce solo tensione inutile. Sono sempre concentrati sul lavoro che stanno facendo.

Quindi ti hanno dato una bella mano.
Non è che mi hanno dato una mano. Sono due mostri. Ma qualsiasi provocazione portassi veniva assimilata, digerita e restituita.

Magari, avendo già girato assieme Sicario, conoscevano bene i loro personaggi.
Sì, però il grado di stimoli che gli poneva questo copione e che io gli portavo sul set per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi era incredibilmente diverso, molto più approfondito.

Il fatto di girare un sequel ti ha creato dei problemi da autore?
No. Io credo solo che fosse il progetto giusto al momento giusto. Una cosa molto vicina a me, al mio modo di fare cinema. Fra l’altro Sicario non è stato un enorme successo commerciale: era un film intelligente, certo, ma non c’era un franchising da rispettare. L’idea dei produttori era quella di creare una saga, quindi di prendere registi che avessere già una loro identità. Questo è il motivo per cui mi hanno consentito di fare il mio film. Volevano realizzare qualcosa che non fosse neanche lontanamente vicina a quella precedente.

Ho letto nei titoli di coda che il film è dedicato alla memoria di Jóhann Jóhannsson, il grande musicista islandese di Sicario. Lui era già entrato nel film in qualche modo…
Accettando la regia di Soldado, l’unica condizione che ho posto è stata quella di cambiare tutto. Non mi volevo trovare nella situazione di quello che si sente dire: “ma noi prima abbiamo fatto così e così”. Dovevamo creare un nuovo immaginario, quindi resettare tutto. L’unico che avrei tenuto era proprio il musicista del primo film, Jóhann Jóhannsson, ma lui è morto mentre stava facendo tre film contemporaneamente: il mio, Blade Runner di Denis Villeneuve e Mother! di Darren Aronofsky. Alla ne ho tenuto un suo pezzo e ho scelto un’altra musicista, Hildur Guðnadóttir. È una violoncellista islandese che viene dal conservatorio e che utilizza per i suoi concerti un violoncello che lei stessa ha modificato per produrre suoni elettronici. Ha un background molto alto perché viene dalla musica classica, ma anche un interesse all’approccio elettronico. Sia a lei sia a Jónsi dei Sigur Rós (tutti e due islandesi, ndr) avevo chiesto di comporre una colonna sonora elettronica fatta con partiture classiche che utilizzasse incisione di strumenti veri. Poi ho scelto lei.

Per la fotografia invece, chi hai scelto?
Dariusz Wolski, il direttore della fotografia di Ridley Scott. Mi aveva detto che dopo aver visto Gomorra, sul set di Sopravvissuto Ridley Scott aveva obbligato tutto lo staff a vederlo. Quando si è presentata l’occasione di Soldado ho pensato a lui. È un uomo di altissimo livello e una persona estremamente gradevole.

Ma dall’Italia non ti sei portato nessuno?
Nei primi incontri con i produttori quello che si leggeva fra le righe era “Nella scelta del cast tecnico tieni presenti che l’anomalia sei già tu”. A Roma avrebbero aggiunto “ …e sì bravo!”. Per il resto mi hanno detto sempre di sì, e mi hanno lasciato libero. E quella è l’unica cosa che, con una classe infinita, mi hanno fatto notare.

A film finito ti hanno chiesto dei cambiamenti, dei tagli?
No, è per quello che lo sento un progetto mio. Ho tolto circa 10 minuti dal finale che era stato scritto. Quando ho fatto la prima proiezione per i produttori, ho avvisato che avevo fatto dei cambiamenti radicali rispetto alla sceneggiatura. Faccio la proiezione, finisce, e mi dicono: “Dove sono i cambiamenti radicali?”. “Ma ho tolto il finale”, rispondo io. “Non c’è mancato”.

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