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Sophia Loren: io sono leggenda

‘La vita davanti a sé’ è il film che la riporta sugli schermi (di Netflix). La vita che ha alle spalle è quella della diva italiana più diva di tutte. Gli Oscar, la famiglia, i ricordi, il mito. Un’intervista esclusiva

Sei anni fa, Sophia Loren è riemersa dal suo isolamento per girare La voce umana di Jean Cocteau, o quantomeno la sua personale versione del celebre monologo adattato, durante l’ultimo lockdown, da Pedro Almodóvar per Tilda Swinton e interpretato, nei decenni passati, da attrici come Anna Magnani e Ingrid Bergman. In quel corto di 25 minuti diretto da suo figlio Edoardo Ponti, Loren interpreta una donna rimasta sola con la sua governante in una grande villa e impegnata in una conversazione telefonica con il suo vecchio amore. «La sola cosa che resta tra noi è il filo del telefono», dice Loren nel film, la voce che si spezza. In un certo senso, quel cortometraggio pare un’anticipazione della vita di Loren ora che il coronavirus ci ha costretti tutti all’isolamento. Questa leggenda del cinema ancora vitalissima ride spesso e volentieri, nel corso dei 90 minuti della nostra telefonata. La diva italiana, la prima persona al mondo a vincere un Oscar con una performance in lingua non inglese, vive a Ginevra, lontana dai suoi figli residenti negli Stati Uniti – il compositore Carlo Ponti Jr. e il regista Edoardo – e dai suoi quattro nipoti.

Loren e la sua famiglia si parlano tutti i giorni, ma per l’attrice, che a un certo punto della sua carriera ha scelto di sacrificare il lavoro per trascorrere più tempo con i figli e i nipoti, è dura stare fisicamente così distante da loro. È stata dunque una fortuna poter girare con Edoardo un film – il primo dopo la sua piccola partecipazione al musical Nine nel 2009 – prima che il Covid rendesse impossibile qualsiasi spostamento. «Ho sempre tenuto sul comodino due storie che avrei voluto portare sullo schermo con mia madre», spiega Ponti in un’altra telefonata. «Uno era La voce umana, che abbiamo realizzato sei anni fa. L’altro il romanzo di Romain Gary». Ovvero il libro che ha ispirato la loro ultima collaborazione, La vita davanti a sé. Film che, secondo i pronostici d’inizio Awards Season, riporterebbe l’attrice 86enne nella corsa per l’Oscar.

Acquisito da Netflix, La vita davanti a sé (disponibile sulla piattaforma dal 13 novembre, ndt) è una trasposizione contemporanea della Vie devant soi, il romanzo che Gary pubblicò con lo pseudonimo di Émile Ajar e che racconta di una sopravvissuta all’Olocausto, Madame Rosa, che si prende cura dei bambini delle prostitute del suo quartiere. Anche se il gruppo che ha accolto nel suo appartamento è già ben nutrito, decide di prendere con sé un altro ragazzino, proprio quello che l’ha borseggiata al mercato. Nonostante l’enorme differenza di età e cultura, i due finiranno per legare profondamente, e la storia della loro amicizia finirà col rivelare non solo il passato di Madame Rosa, ma anche la sua presente discesa verso la demenza. Vincitore del Prix Goncourt, uno dei premi più prestigiosi della scena letteraria francese, La vita davanti a sé era già stato portato sullo schermo nel 1977, con Simone Signoret nei panni di Madame Rosa.

Quella pellicola batté agli Oscar, nella cinquina dei film stranieri, Una giornata particolare di Ettore Scola, l’opera in cui Loren, accanto a Marcello Mastroianni, regala probabilmente l’interpretazione migliore della sua carriera. I due attori hanno girato 12 film insieme, e quello resta il più memorabile, un duetto in cui entrambi recitano i ruoli lontanissimi da tutti quelli a cui il pubblico era fino a quel momento abituato. «Quando Edoardo ha deciso di ambientare una delle scene cruciali del film sulla grande terrazza del palazzo in cui vive Madame Rosa, sono stata sovrastata da una cascata di ricordi e di emozioni (la sequenza più famosa di Una giornata particolare è ambientata su un terrazzo condominiale, ndt)», dice Loren. «Quel giorno ero molto nervosa, non solo perché avrei dovuto rivelare per la prima volta i sintomi della condizione di Madame Rosa. Ma perché, anche se la mia passione per il cinema era rimasta quella di allora, tra quelle due scene erano passati più di quarant’anni». Il conforto per Loren sono state «le farfalle che ancora sento nello stomaco quando lavoro, e il fatto che accanto a me ci fosse mio figlio, un regista di cui ho la massima fiducia. Quel giorno mi sono sentita immensamente fortunata».

Sophia Loren nel film ‘La vita davanti a sé’ di Edoardo Ponti. Foto: Regine de Lazzaris aka Greta/Netflix

Ponti ha lavorato per la prima con sua madre quando aveva 11 anni: interpretava il ruolo di un bambino non vedente nel film Qualcosa di biondo, uscito nel 1984. «Quel set è stato impossibile!», ride Loren, ricordando quanto suo figlio fosse aggressivo, tanto da dirle persino come guidare l’auto in scena. «Mi parlava come se fosse un adulto. Voleva insegnare come si recita… a sua madre!». Ponti ricorda quell’episodio sotto una luce leggermente diversa: «Da che ho memoria, sono sempre stato interessato al raccontare storie», dice il regista, che all’epoca aveva un anno in più rispetto al protagonista della Vita davanti a sé, il piccolo Ibrahima Gueye. «Ho capito che, per diventare regista, avrei dovuto capire come ci si sente davanti alla macchina da presa. Una volta che hai provato tu stesso quell’esperienza, sai come parlare agli attori. Capisci cos’è utile chiedere loro e cosa invece non serve a niente».

Sono passati trent’anni tra Qualcosa di biondo e La voce umana, l’opera con cui Ponti ha convinto sua madre a tornare sul set. Quello e La vita davanti a sé erano «due sogni che avevamo in comune», dice lui, e Loren lo conferma. «Non voglio prendere parte a storie che non sento mie, perché non saprei come interpretarle», dice l’attrice, che ha spostato l’attenzione sulla famiglia proprio nel momento in cui hanno cominciato ad arrivarle copioni meno interessanti. «Mi sono dedicata completamente ai miei figli, ed è stato meraviglioso. Ho trascorso moltissimo tempo in America con le mie due famiglie (quella di Carlo e quella di Edoardo, nda) senza lavorare, solo per potermi dedicare totalmente a loro». “Meraviglioso” è una parola che Loren usa spesso. Lo fa per descrivere i suoi anni d’oro, quando recitava accanto a divi come Mastroianni o Cary Grant; o per definire i ruoli che le sono più cari, come la giovane madre a cui ha dato volto nella Ciociara.

È come se la meraviglia riaffiorasse ancora più nitida, ora che la vita di Sophia è lontanissima da quelli che sono stati i momenti più duri. Certamente, guardandola in retrospettiva, la sua è stata una carriera incredibile. Loren ha iniziato a lavorare da adolescente come comparsa a Cinecittà: è stata, per esempio, una schiava nel peplum Quo vadis (1951); per poi trovare la consacrazione, prima con Vittorio De Sica e poi a Hollywood. Ma Loren insiste: «La mia vita è stata tutt’altro che facile». Nata sotto il regime fascista di Benito Mussolini, Loren aveva 6 anni quando scoppiò la guerra, e Napoli – a pochi chilometri dalla sua città natale, Pozzuoli – diventò uno dei bersagli principali dei raid aerei degli Alleati. Cercare rifugio dalle bombe era la sua normale routine. Durante uno di quegli attacchi, fu colpita dalla scheggia di un proiettile, che le lasciò una cicatrice sul mento. «A Pozzuoli, durante la guerra, mi rifugiavo nei cinema. E lì m’immergevo dentro quei bellissimi film di Hollywood, sognavo davanti a quelle grandi star». L’eco di quel periodo drammatico riverbera in tutta la sua filmografia: nella disperazione con cui la madre della Ciociara cerca, proprio in tempo di guerra, di proteggere sua figlia; nella cieca fedeltà al Duce che mostra la casalinga di Una giornata particolare; nei bombardamenti sul bordello in cui si nasconde la prostituta di Matrimonio all’italiana.

La ragazza di Pozzuoli, futura Sophia Loren, si chiamava Sofia Scicolone, il che aveva sollevato un certo scandalo in quella comunità cattolica: il padre di Sofia, da cui lei aveva preso il cognome, si era rifiutato di sposare la madre, Romilda Villani, e aveva abbandonato la famiglia a sé stessa. «Era dura anche solo andare a scuola, i compagni mi prendevano in giro perché non avevo il papà», ricorda. La madre di Loren assomigliava moltissimo a Greta Garbo. Si tingeva i capelli di biondo e portava la figlia a vedere i film di Garbo al cinema. «Certe volte era così simile a lei che la gente la fermava per strada per chiederle un autografo. Ma a me tutto questo non importava. Quando sei così piccolo, cose così ti mettono solo in imbarazzo». Perciò, nella sua testa, ridimensionava l’immagine di sua madre e pensava: «Non è nessuno». Villani avrà anche potuto vantare una notevole somiglianza con una tale icona del cinema, ma non aveva nessun interesse per la recitazione, né capiva l’ossessione della figlia per attrici come Rita Hayworth e Deborah Kerr. «Non era dalla mia parte, non capiva di cosa avessi davvero bisogno. Io volevo finire su quello schermo. Se non fossi diventata un’attrice, probabilmente sarei morta».

Quando aveva 14 o 15 anni, Loren convinse sua madre a trasferirsi a Roma, con la speranza di ricucire i rapporti col padre. E lì iniziò a cercare il modo di farsi strada nell’industria del cinema. Grazie ai concorsi di bellezza, riuscì ad apparire in popolarissimi fotoromanzi come Sogno. Erano un buon trampolino per una carriera nel cinema, e soprattutto per farsi conoscere agli occhi del grande pubblico. Fu in quel momento che alla futura Sophia Loren fu assegnato il primo nome d’arte: Sofia Lazzaro. E fu sempre allora che, a 16 anni, incontrò il produttore Carlo Ponti, di 22 anni più vecchio di lei, ovvero l’uomo che poi avrebbe sposato. Ma quella storia d’amore sarebbe cominciata molto tempo dopo: Loren ha dichiarato che Ponti è sempre stato rispettoso nei suoi confronti. Del movimento #MeToo, Sophia dice: «Sono cose accadute ad altre, non a me». Nel caso di Loren, Ponti l’aveva già notata durante un concorso di bellezza, quindi l’aveva invitata a bere qualcosa e le aveva consigliato di fare un provino cinematografico. Nella sua autobiografia del 2014, Ieri, oggi, domani – La mia vita (intitolata in omaggio al famoso film di De Sica in cui lei, davanti a Mastroianni, rubava la scena con uno spogliarello teneramente ripreso, molti anni dopo, da Robert Altman in Prêt-à-Porter), Loren fa riferimento ai tanti compromessi a cui altre attrici italiane hanno dovuto scendere per avviare la loro carriera. Ricorda anche un colloquio con Ponti in cui lui le chiese che avrebbe dovuto fare qualcosa per ammorbidire il suo «profilo importante». Loren rifiutò anche solo l’idea. «Con questo naso ci ho sempre lavorato, non ho nessuna intenzione di cambiarmelo», replicò. «Il mio naso resterà qui per sempre. Mi piace. È lo specchio della mia personalità».

Oggi è impossibile immaginare Loren con un volto diverso da quello che tutto il mondo conosce: morbido e sensuale di fronte, più affilato di profilo, ma deciso da ogni angolo lo si guardi. All’inizio, gli operatori dovettero adattare la loro tecnica per riprenderla, aggiustando la luce per non creare ombre poco lusinghiere; forse senza sapere che Loren sarebbe diventata una delle icone di bellezza più riconoscibili del XX secolo. Quando aggiunse il mascara, come ad esasperare la forma dei suoi occhi, tutto il mondo si mise a copiare quell’occhio da gatta diventato il suo marchio distintivo. «È stato quello a determinare il suo fascino», osserva Edoardo Ponti. «E il fatto che mia madre si senta a proprio agio per quello che è nella sua totalità, non solo rispetto ai dettagli che sono universalmente considerati belli. Lei è consapevole di ogni singola parte di sé». Il suo nome, invece, era la cosa che Sofia Scicolone voleva cambiare a tutti i costi. Finì col diventare Sophia Loren su suggerimento di Goffredo Lombardo, il produttore con cui ha lavorato nel 1953 in Africa sotto i mari. Come racconta Loren, «Lombardo stava lavorando con un’attrice olandese, Märta Torén, che era già piuttosto nota. Mi disse: “Devo trovarti un nome che permetta alla gente di riconoscerti”». Perciò il produttore prese Torén, cambiò la prima lettera, e diede una sfumatura inglese al nome Sofia. «Da allora in poi, mi chiamai Sophia Loren. Ed è quello che sono. Sono Sophia Loren. Per me è sempre stata una cosa normale. Stavano cercando un nome d’arte, e scelsero Sophia Loren», ride. E aggiunge: «Meglio di niente».

L’anno seguente, dopo una serie di piccole parti, Loren ottenne il suo primo ruolo importante nell’Oro di Napoli, prodotto da Ponti e diretto dall’attore-diventato-autore-neorealista Vittorio De Sica. Come Loren, anche De Sica era cresciuto a Napoli. Ingaggiò Sophia come pizzaiola che fa girare la testa a tutti ovunque vada. «Era un grande personaggio per me», sorride Sophia, ancora incredula di fronte a un ruolo che «mi diede la possibilità di essere me stessa a 18 anni, di essere una ragazza napoletana a Napoli. È stata la mia più grande fortuna: quando il film uscì, esplosi per davvero. Potevo aspirare a parti migliori, iniziavo a venire riconosciuta per strada». De Sica avrebbe diretto Loren in altri sei film, e avrebbe recitato accanto a lei in molti altri ancora; e Loren gli avrebbe sempre riconosciuto la fiducia che le aveva accordato come attrice. «È stato De Sica a cambiarmi la vita».

Nello stesso anno, il 1954, partì un altro fruttuosissimo sodalizio: quello con Marcello Mastroianni, il collega con cui avrebbe diviso più volte lo schermo. «Dal primo film che abbiamo girato insieme, Peccato che sia una canaglia, ci siamo immediatamente trovati, Marcello ed io. La nostra era un’alchimia perfetta perché sapevamo divertirci l’un l’altra. Lui era un uomo spassosissimo», dice Loren, che ancora oggi torna spesso a quei ricordi. «Se un giorno sono giù di morale, mi basta pensare alla faccia di Marcello quando, durante le riprese di Matrimonio all’italiana, Vittorio gli disse che le dieci pagine di copione previste per quel giorno sarebbero state girate in un unico piano sequenza, senza interruzioni. E quindi che lui avrebbe dovuto sapere a memoria tutte quelle dieci pagine, come a teatro. Lui era completamente terrorizzato!», ricorda Loren, che invece riconosce di peccare, se mai, di eccessiva preparazione. L’esatto contrario di Mastroianni. «Imparare le battute a memoria non era il suo forte, lo mandava nel panico», ricorda. «Ovviamente, finiva sempre per fare un lavoro straordinario, ma non dimenticherò mai il terrore sulla sua faccia, quando tornò di corsa nella sua roulotte a studiare il copione. Non c’è giorno in cui Marcello non mi manchi. Era un attore grandissimo, ma soprattutto un amico carissimo».

Sophia Loren e Cary Grant. Foto: Bettmann Collection/Getty Images

Nonostante vivesse a Roma dalla fine degli anni ’50, Loren riuscì comunque a recitare in numerosi film americani. I registi andavano apposta dall’altra parte dell’oceano pur di lavorare con lei, come Henry Hathaway per la sua avventura ambientata nel deserto: Timbuctù, protagonista John Wayne. «Quando in Italia ero già famosa, dall’America contattarano la mia agenzia e mi fecero sapere che ci sarebbero potute essere delle parti per me in film con attori come Cary Grant, Alan Ladd e tanti altri», spiega Loren, che colse la palla al balzo e nel 1957 si trasferì a Los Angeles. Guardando indietro, Loren confessa di aver provato un vero e proprio choc, quando si trovò di fronte a quelle stelle del cinema che l’avevano ispirata quand’era una ragazzina. «Avevo ammirato e amato quegli attori per così tanti anni che trovarmeli davanti in carne e ossa mi fece un effetto stranissimo, come se fossero sbucati dallo schermo per entrare nella mia stanza. La cosa che mi stupii di più fu il fatto che fossero tutti così carini e generosi nei miei confronti. Ero una straniera, non parlavo l’inglese molto bene, ma loro mi hanno subito fatto sentire a mio agio».

Il primo progetto hollywoodiano dopo il suo trasferimento, Orgoglio e passione, fu in realtà girato in Spagna, e andò a rotoli quando Frank Sinatra lasciò la produzione. Ma Loren entrò subito in sintonia col protagonista del film, Cary Grant (anche se ora su quell’amicizia ci va più cauta: nella sua autobiografia, invece, scrisse di aver rifiutato la proposta di matrimonio che lui le fece alla fine delle riprese). Grant si dimostrò un grande amico, e fece di tutto per evitare che Loren venisse incasellata dall’industria di Hollywood come un semplice sex symbol, al punto dal denunciare il disegno che il fumettista Al Hirschfeld realizzò per il film, una vignetta in cui compariva una Sophia dalla scollatura particolarmente pronunciata accanto a un cannone dalla forma chiaramente fallica. Loren firmò un contratto per cinque film con la Paramount, che la portò a lavorare di nuovo con Grant qualche anno dopo in Un marito per Cinzia, commedia romantica la cui scena di nozze finale fu girata pochi giorni dopo che Loren e Ponti si sposarono per procura in Messico. «Ero consapevole del fatto che girare quella scena con me lo avrebbe fatto soffrire», recita una dichiarazione di Loren contenuta nel libro Evenings with Cary Grant, in cui viene descritto come particolarmente tenero e commovente il fatto che sia stato proprio l’attore a comunicare a Sophia la notizia della vittoria dell’Oscar nel 1962 per La ciociara.

Loren è stata la seconda nominata nella storia degli Oscar per un ruolo in lingua non inglese dopo l’attrice greca Melina Merkouri (Mai di domenica), e la prima a vincere la statuetta. Sophia non era presente alla cerimonia di premiazione: era rimasta in Italia, convinta che sarebbe stata battuta da Audrey Hepburn (Colazione da Tiffany) o Natalie Wood (Splendore nell’erba). «Alle 6 del mattino, squillò il telefono. Dissi a mio marito: “Chi è che chiama a quest’ora?”», ricorda. Alzò lei la cornetta, «e dell’altra parte del filo c’era Cary, che urlò: “Hai vinto!”. Ero scioccata. Non me l’aspettavo assolutamente. Ho riattaccato subito, perché stavo per svenire». Loren avrebbe continuato ad alternare ruoli in inglese a film italiani per il resto della sua carriera, lavorando con Ponti per trovare le occasioni in cui avrebbe potuto esprimersi meglio. «Carlo è stato un grandissimo produttore», dice. «Ha inventato il cinema italiano in America. Per anni abbiamo girato film in Italia, ma senza mai sbarcare davvero negli Stati Uniti. Poi, con Carlo, è successo, perché lui aveva trovato altri produttori in America».

Ovviamente c’erano già state dive italiane prima di Loren. Anna Magnani era «la migliore attrice italiana», secondo Loren, e molti anni prima Gina Lollobrigida aveva aperto la strada ai sex symbol tricolore nel mondo. Ma nessuna era riuscita ad imporsi sul mercato internazionale come avrebbe poi fatto Sophia (tanto da ricevere anche un Oscar alla carriera nel 1991). La fama di Loren le ha permesso di lavorare con una serie di registi di prim’ordine: Michael Curtiz (Olympia), Carol Reed (La chiave), Anthony Mann (El Cid), Stanley Donen (Arabesque), Lina Wertmüller (Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova, si sospettano moventi politici) e quello che lei ricorda con più affetto, Charlie Chaplin. «Era alla fine della sua carriera, tutti sapevamo che quello sarebbe stato il suo ultimo film», dice Loren della Contessa di Hong Kong (1967), in cui divide la scena col tormentato ma fenomenale Marlon Brando: lei eufemisticamente lo definisce “un po’ difficile”. Sophia era affascinatissima da Chaplin, che durante le riprese interpretava tutte le parti, per far capire meglio agli attori quel che voleva da loro. «Facevamo il possibile per non deluderlo, per dare il meglio. Era una persona straordinaria».

Ora che la sua carriera è entrata nel suo ottavo decennio, Loren è molto più selettiva riguardo ai progetti. Da questo punto di vista, suo figlio sfrutta un certo vantaggio: lui può facilmente convincere sua madre a interpretare un personaggio speciale come quello di Madame Rosa. «Credo che in questo momento, se volesse tornare davanti alla macchina da presa – cosa che la renderebbe molto felice –, lo farebbe solo per un ruolo che non può rifiutare, o per un regista col quale vuole a tutti i costi lavorare», osserva Ponti. Secondo Loren, «quando sei giovane, devi accettare tutto quello che ti propongono. Io amo lavorare, ma solo se è per qualcosa che mi interessa davvero. Altrimenti, se dev’essere lavorare per lavorare, ci rinuncio». Con La vita davanti a sé, Loren si è trovata tra le mani una storia che l’ha profondamente toccata. Fedele al romanzo, la nuova versione adotta il punto di vista del piccolo Momo, una chiave che contrasta sottilmente con la prova appassionata della diva, che qui sfodera tutta la sua indole napoletana.

Molti anni fa, quando madre e figlio erano insieme sul set di Qualcosa di biondo, Ponti non riusciva a non correggere il lato più istintivo di Loren. Ora, dice lui, «ho capito che la cosa davvero incredibile di mia madre è che, quando lavora, è sempre preparata al 100%». Ha studiato il personaggio, sa le battute perfettamente, è pronta a girare. «Quella preparazione le permette di rilassarsi davanti alla cinepresa, di liberarsi. A 11 anni non me ne rendevo conto». A quell’età, Ponti già sapeva che da grande avrebbe voluto fare il regista: proprio come sua madre che, da bambina, aveva già scelto il suo destino. La fortuna ha fatto la sua parte, ma Loren crede ancora oggi che quella fosse la sua unica possibilità. «Se hai capito ciò che vuoi essere, non c’è niente che possa infrangere quella convinzione. È come una febbre. È l’unica cosa a cui riesci a pensare», dice. E aggiunge: «È incredibile. Quando parlo di queste cose, mi sembrano successe ieri. Mi sento ancora una ragazzina».

Questa intervista è stata pubblicata su Variety