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Smetto (ancora) quando voglio

Il regista Sydney Sibilia ci guida nei segreti del secondo film della trilogia di avventure della gang di ricercatori universitari, tra cervelli in fuga e assalti al treno

Di questi tempi per chi fa il cinema, fare il 2 è un po’ una cosa brutta. Come dire: “Hai fatto i soldi, ti sei venduto”. Ma non è stato sempre così. A me Ritorno al futuro – Parte II piaceva tantissimo e trovavo che Terminator 2 fosse meglio del primo. In Ghostbusters II c’è l’idea del processo: gli eroi vengono incriminati nonostante abbiano salvato New York. L’abbiamo riusata anche noi…». Sydney Sibilia, 35 anni, regista di Smetto quando voglio, ha le idee molto chiare sul cinema. Ha visto un sacco di film da ragazzino: videocassette, dvd, televisione. Non li ha dimenticati. «I nerd», dirà a un certo punto con un lampo negli occhi, «sono quelli che in questo momento muovono l’intrattenimento mondiale». E poi: «I nerd sono quelli che su Internet scrivono tutto. Anche dei miei film sanno molte più cose di me».

I suoi vecchi film di formazione, Sydney li ha rivisti tutti, si direbbe, lavorando al seguito del suo fortunatissimo esordio: 4 milioni di euro al botteghino, inviti e premi ai festival internazionali, il futuro del cinema italiano che gli è piombato di botto sulle spalle: «Sì, li ho rivisti tutti, da Ghostbusters in poi. Li abbiamo analizzati con gli sceneggiatori in proiezioni fiume, soprattutto i seguiti», dice. Ritorno al futuro, tutto di Bruce Willis, X-Men, Batman, Voltron. Voltron? «Era un cartone di quand’ero piccolo», sorride, «c’erano questi leoni robot che stavano tutti su pianeti diversi e in qualche modo si univano per formare il grande Voltron. Non era un cartone straordinario: il robot coi leoni che c’entra? E pure la canzone era fatta al risparmio. Ma abbiamo riusato anche quello: i personaggi di Smetto quando voglio diventano forti solo quando si uniscono nella banda, da soli sono inutili».
«Diciamo che il risultato», riassume, «potrebbe essere un effetto déjà-vu, quasi alla Stranger Things, “ma io questo l’ho già visto da qualche parte”». Al cinema, comunque, uno Smetto quando voglio 2 non ci sarà. La questione del sequel è stata brillantemente aggirata alzando l’asticella. Sydney ha scritto con i suoi nuovi sceneggiatori Luigi Di Capua e Francesca Manieri due capitoli di una trilogia: Masterclass e Revolution, i sottotitoli. E li ha girati uno dopo l’altro. Mentre è in uscita il secondo, il terzo è già al montaggio. L’obiettivo finale è quello di seguire senza interruzioni le gesta della banda dei ricercatori disoccupati che si arrangia grazie alle sue mostruose conoscenze in fatto di droghe sintetiche: «Come si chiama? Binge watching?», chiede Sydney. «Alle fine faremo Smetto quando voglio Magnum, coi tre film attaccati. Io lo facevo già con Ritorno al futuro, ero troppo piccolo per vederlo al cinema e me lo guardavo in cassetta, sempre tutti e tre di seguito».

“Smetto quando voglio – Masterclass” si apre di nuovo sulle immagini di Roma vista dal drone, pesantamente colorate dall’effetto Instagram, che avevano reso tanto estremista il primo film. Ritroviamo tutti i personaggi («Ho invitato il vecchio cast a cena», ricorda Sydney, «e ho detto: “Se non ci siamo tutti io non ricomincio”»). Ne conosciamo di nuovi: l’ispettore di polizia Paola Coletti (Greta Scarano), che promette immunità a tutta la vecchia banda momentaneamente sbandata in cambio dell’aiuto a smascherare altri fabbricanti di smart drugs; un supercattivo, interpretato soprendentemente dal normalmente superbuono Luigi Lo Cascio; nuovi membri reclutati tra i “cervelli in fuga” in Thailandia e in Nigeria. «A un certo punto, Smetto quando voglio ha avuto un’eco inaspettata, internazionale», svela il regista. «Il network di festival mondiali si accorge che esiste un film che fa ridere e lo prendono tutti. Io vado a Istanbul, Londra, Guadalajara, Buenos Aires… e ogni nostra proiezione è sempre sold out. Scopro il perché: metà della sala è occupata da ricercatori universitari, i famosi cervelli in fuga. È un fenomeno interessante, perché completamente italiano. Mi hanno raccontato storie assurde, che mi sono tornate buone quando ho avuto bisogno di ingrandire la banda».

Incontriamo il regista nella sede romana della società di produzione Groenlandia, fondata con l’altro giovane produttore e regista Matteo Rovere (Veloce come il vento). Una bella villetta in zona San Giovanni a Roma, segno che le cose non vanno male. «Siamo andati a girare in Thailandia, dove vive questo cervello in fuga, grandissimo anatomista che campa vincendo combattimenti di strada grazie alla sua preparazione. Non è la cosa più semplice del mondo, non c’ero neanche mai stato in Thailandia», ricorda a questo punto Sydney sul momento più esotico del film. «Avevo scritto sulla sceneggiatura “mercato galleggiante”, che però sono posti brutti o superturistici. E poi i service thailandesi sono abituati a lavorare con gli americani e con gli indiani: schedulano tutto, non sono abituati a improvvisare. Ma avevo un giorno di riprese, era la stagione delle piogge, non avevo soldi per far chiudere il mercato che nel frattempo continuava a lavorare, e ripetevo a loro: “Noi facciamo il cinema con una scarpa e una ciabatta, one shoe and one slipper!”. E quelli non capivano».
Ci sarebbe anche una sequenza girata a Lagos, ricordo. Quella però, mi svela subito Sydney, è stata fatta ad Ardea, una cittadina a sud di Roma, dentro a un vivaio. E mentre parla mi mostra una perfetta action figure del personaggio di Valerio Aprea: Mattia Argeri, latinista poliglotta benzinaio, che ritroveremo anche nelle prime scene di Masterclass a lavorare nell’ascensore di un hotel assieme al compare Giorgio (Lorenzo Lavia). Fa abbastanza ridere, il pupazzetto. Difficilmente si troverà in commercio, ma non è del tutto uno scherzo. Qualcuno ci ha pensato seriamente. In Smetto quando voglio, nelle sue storie di cervelli in fuga e laureati disoccupati, non c’è mai niente di veramente impossibile. Quasi nulla di totalmente parodistico. Anche Indiana Jones – per dire – faceva il professore universitario. C’è stata la rivincita dei nerd e i superpoteri degli X-Men. «Smetto è un omaggio al cinema anni ’80 e ’90», riflette Sydney Sibilia. «È un action movie con degli elementi di parodia. Ma attenzione, perché questo lo fanno anche nei film americani: esplosioni, esplosioni, esplosioni, poi esce fuori Bruce Wills che dice: “Ho scelto il giorno sbagliato per smettere di fumare”. Il problema della comicità italiana è che è molto verbosa. Quindi troverai un’action molto parlata, che è una cosa che di solito si vede poco».

Non spoileriamo niente se diciamo che il gran finale, che è la vera attrazione di tutto il luna park montato da Sydney Sibilia, è una lunga battaglia tra la banda e il supercattivo sui due lati di un treno in corsa inseguito da alcuni sidecar d’epoca nazista. «Il treno è la cosa più difficile in assoluto perchè devi avere un treno e devi avere un binario con le strade accanto libere», spiega Sydney. «Abbiamo chiamato Trenitalia, abbiamo cercato ovunque, persino su Google Earth, finché all’interporto di Brindisi abbiamo trovato questo binario unico di 2 chilometri e mezzo con le strade accanto». E come si fa un assalto al treno? «Bella domanda. In Italia non si facevano dagli anni ’60, penso. Abbiamo analizzato la sequenza di Ritorno al futuro – Parte III, abbiamo storyboardato tutto e, in 20 giorni, anche pochi secondi per volta, a Ferragosto ma coi cappotti addosso, abbiamo girato tutto».
Nel fondo del fondo dei meccanismi narrativi di Smetto quando voglio c’è la capacità di passare dalla teoria alla pratica, c’è il valore dell’intelligenza, c’è quella cosa che si chiama reverse engineering. Smonti la macchina per vedere come funziona, e per imparare a rimontarne una nuova. È stato il vecchio trucco di tanto cinema italiano del passato. E a pensarci bene, che differenza c’è tra una banda di universitari che fabbrica smart drugs per sbarcare il lunario e il cinema? Smetto quando voglio è un film sul cinema italiano oggi. La scena del treno è venuta bene. Molto bene.

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