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‘Sisterhood’, si marca a donna nel doc sul basket di strada

Da Roma a Beirut passando per New York, il film di Domiziana De Fulvio mette insieme tre squadre femminili e le loro storie di riscatto e libertà. Abbiamo incontrato la regista (e cestista)

‘Sisterhood’ di Domiziana De Fulvio

Foto: TVCO

Il sole è tramontato da un pezzo a Beirut, i rimbalzi della palla scandiscono gli ultimi istanti d’allenamento per la squadra di pallacanestro Real Palestine Youth con le sue giovani cestiste palestinesi, libanesi e siriane. E sarebbe ora di tornare a casa adesso, alcune in città, altre nel campo profughi di Shatila, poco distante dal quartiere dove sono solite divertirsi tra un “gancio cielo”, un canestro e un tiro libero. E c’è a chi piacerebbe avere più privacy in campo anche se è già rivoluzione il fatto che queste giocatrici siano lì, insieme, trascendendo ogni limite all’integrazione o senso di confinamento, con e senza il velo, a disegnare nuovi orizzonti tra le macerie. In esse sono in nuce le allenatrici del futuro, Majdi, il loro coach, ci crede fermamente nonostante le resistenze culturali e la sospensione della preparazione sportiva in fase di emergenza sanitaria in cui la squadra è rimasta comunque unita, lanciando il cuore oltre l’ostacolo e supportando la comunità dei rifugiati, ormai ampiamente sotto il livello minimo di povertà, attraverso consegne organizzate di derrate alimentari.

Uno stacco di camera ed è subito sera anche a Roma, al campo di basket del CSOA exSNIA, storico centro sociale occupato e autogestito sulla via Prenestina. Qui si allenano Le Bulle, squadra dichiaratamente femminista a cui giocare all’aperto in uno spazio pubblico a vista piace “perché dice già tutto”: ne fa parte Domiziana De Fulvio, regista e producer che, scopertasi lei stessa giocatrice di pallacanestro in età adulta, ha conosciuto in campo ognuna delle squadre che vedremo sullo schermo, in contesti molto probabilmente informali, prima ancora che questo prezioso vissuto diventasse oggetto del suo documentario Sisterhood, co-prodotto dalla Alfamultimedia di Silvia Innocenzi, un’opera prima corale, globale, potente come il suo titolo.

Sisterhood, una parola locomotiva che in viaggio dagli anni ’70, a partire dalle pagine di Robin Morgan, continua, attraversando la contemporaneità e la pop culture, a veicolare coraggio, forza e senso d’appartenenza, a rovesciare discriminazioni, stereotipi e presunti limiti. «Quando le parole “non posso” entrano nel tuo vocabolario, ti sei già sconfitta da sola» è il monito di Jewelz, cestista e allenatrice delle Ladies Who Hoop direttamente da New York City. Nella città del basket per antonomasia, Domiziana, vincitrice di una borsa di studio presso la Film Academy, cercherà un campo di strada per continuare a giocare imbattendosi nella squadra LWH, una famiglia accogliente di donne che sul campo non la mandano a dire e che hanno fatto della pallacanestro oltre che un gioco una missione per tirar fuori il pieno potenziale da nuove generazioni di bambine e adolescenti.

53 minuti di storie in soggettiva scorrono intorno a un tema unico, poliforme e inesauribile: «Quando ho iniziato a giocare a pallacanestro con Le Bulle», spiega la regista, «le mie compagne di squadra hanno aperto un nuovo capitolo nella mia vita, con loro nel 2017 abbiamo aderito all’iniziativa di sport popolare “Un Ponte Per” promossa dagli attivisti David Ruggini e Daniele Bonifazi dell’organizzazione no profit Basket Beats Borders, ed è avvenuto una sorta di gemellaggio con la squadra delle ragazze palestinesi che sono venute a giocare qui a Roma. È stato allora che, lavorando nel mondo del cinema sotto diversi profili, ho iniziato a pensare a una narrazione per immagini. Poi, tornata da New York, ho deciso che le storie di tutte queste donne andavano raccontate, dovevo unire i puntini di questa sorellanza internazionale e far conoscere un altro modo di aggregazione femminile».

Sul playground per le giocatrici non si tratta mai solo di basket: attraverso lo sport la conoscenza reciproca avviene in maniera naturale e profonda, specie se non si compete ma ci si sprona, ci si protegge a vicenda, ci si prende in giro, soprattutto nei chiassosi dopo partita. Così come fare canestro non è mai solo quello, ma la sommatoria di una serie di sfide precedenti: «A partire dalla conquista di una parte di campo senza essere prese in giro», continua Domiziana, «per poi vincere anche lì su una serie di dinamiche escludenti da parte dell’universo maschile più o meno esplicite. E ancora per ritagliarsi quell’ora per venire a giocare, specie quando si lavora e si hanno dei figli, in una società in cui continua a passare il messaggio di una donna votata al sacrificio, che se deve lavorare va bene perché porta profitto, ma è guardata con perplessità se vuole uscire la sera con le amiche, fare sport in età adulta, dedicarsi ad attività di svago. Per la mia squadra invece tutto questo è naturale, magari perché molte di noi provengono da ambienti ed esperienze anche politiche di militanza femminista, ma ci sono molte donne che semplicemente non sanno che esiste un’altra modalità di farsi spazio, vivere il proprio tempo e divertirsi». E se vi state chiedendo se occorre essere una bulla per giocare a pallacanestro, la risposta è: «Certo che no! Quando lo fai in un contesto aperto e informale come la strada, però, sai che ci sono regole implicite: può capitare una prepotenza, un imprevisto scomodo o un potenziale pericolo, e allora devi avere un atteggiamento adatto a farti rispettare in certe circostanze».

Storie che si rispecchiano e si confrontano al ritmo dialogante del montaggio di Francesca Bracci, in cui spazi e tempi si compenetrano in un unico coinvolgente flow. Scenari, vissuti e lingue scorrono mutevoli sulle tracce portanti della colonna sonora originale a cura di Valerio Vigliar, che esplode di grinta tra le barre di Oracy, carismatica rapper inglese, che con il suo rap impegnato e scevro da sessismi traspone in metrica il contenuto del documentario, rispondendo alla causa con un pezzo inedito intitolato proprio Sisterhood (in work-in-progress il videoclip del brano, sempre a cura di Domiziana De Fulvio). Ma la storia di un’opera è anche la storia della sua genesi, niente di più vero per questo documentario in cui amicizie e professionalità ci credono, si intrecciano, si moltiplicano e collaborano portando la palla a canestro: dalla fotografia di Nicolò Biarese al montaggio del suono di Michal Kuligowski, dal coinvolgimento di Libero Colimberti come producer all’organizzazione di Giovanni Saulini. A Wies e HD Production si deve invece l’immagine iconica del film: due mani di donna, pugno contro pugno, un saluto ricorrente nella cultura di strada, che oggi si staglia potente sui manifesti del documentario e sulle t-shirt in vendita per sostenere il progetto.

E mentre a New York, dopo un primo passaggio in mondovisione all’interno del Reel Sisters Film Festival (giugno 2021), si attende la riapertura della sale per una proiezione finalmente in presenza, in Italia, dopo la presentazione al Festival cinematografico di Ortigia, sta per essere finalmente annunciata la prima romana di Sisterhood, location e data di proiezione si stanno discutendo, ora mentre leggete, molto probabilmente al bancone della Libreria Cafè Tuba del Pigneto, set caro al cast e presente a più riprese nel documentario, «spazio dedicato all’immaginario delle donne: alle loro parole e ai loro desideri, ai loro corpi gioiosi, alla loro forza politica», una sorta di cabina di regia per iniziative ad alto livello di sorellanza.

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