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Silvio Muccino: «Il successo non sceglie più per me»

L'attore racconta il suo primo romanzo 'Quando eravamo eroi', dedicato agli anni '90 e a una generazione di "alieni" cresciuti con David Bowie, Beck e Jeff Buckley

Silvio Muccino, foto Fotosicki / IPA

Vent’anni. Film da attore, libri come coautore, lungometraggi da regista. Ha solo 36 anni, Silvio Muccino, compiuti un mese fa, e la maggior parte della sua vita l’ha passata sotto i riflettori. Eppure, ora è davanti al suo esordio più bello. Perché Quando eravamo eroi, romanzo di (tras)formazione edito da La nave di Teseo, è forse il primo lavoro in cui l’attore, regista e scrittore, si trova solo.

Felicemente solo, senza fratelli, sodali, troupe: una storia coraggiosa e vibrante di amicizia e idealismo, di bellezza e fragilità, è stata la sfida che si è posto. Per scoprire, forse, chi fosse davvero lui, cambiato tanto in questo ventennio anche se sembra rimasto lo stesso, a partire dai capelli ribelli e fluenti. «Un retaggio del mio amore per Eddie Vedder e per gli anni ’90», sottolinea orgoglioso, perché questo libro di freak e perdenti che in verità sono solo alieni è imperniato di musica, oltre che di vita. «Della musica di quegli anni, o che comunque ascoltavamo nei mitici Nineties. Ricordo ancora i concerti dei Rage Against the Machine a Imola, con energumeni che mi hanno procurato parecchio dolore fisico per quanto pogavano, i Radiohead e gli Smashing Pumpkins».

La musica è la spina dorsale di questo libro. Come mai?
Era fondamentale. E’ una storia ambientata ai giorni nostri, il racconto di un lungo, fondamentale week-end che però mette le radici nell’amicizia che quindici anni prima univa questo strano gruppo di “alieni”. E per tornare ad allora, per farci sentire addosso quei sentimenti, era necessario tornare anche a ciò che sentivano, in cui si riconoscevano. Per questo ho fatto una playlist (che trovate anche su Spotify), l’ho registrata su un’audiocassetta e l’ho data ai venditori. Ho stampato 100 cover fatte in casa, ho comprato 100 cassette e poi sono andato giù di Boombox. I venditori dovevano consegnarle ai librai, che ora hanno questo manufatto preziosissimo. Però non voglio fare il nostalgico o l’analogico a tutti i costi, le ho comprate su Ebay, in stock. Non ho voluto fare il fenomeno, l’originale, l’audiocassetta ha in sé un senso filosofico profondo, era simbolo del cambiamento. Che meraviglia era. Cambiavi gusti musicali? Bastava un pezzo di scotch e riuscivi a inciderle di nuovo con altri gruppi, le riempivi di altri immaginari.

Insomma confessa, rimorchiavi con le compilation?
Ne facevo tantissime. Registravo sempre dalla radio, erano piene di canzoni con il pezzo di annuncio e disannuncio dello speaker. Le ho riscoperte con il libro e sono state un portale con cui tornare in quel mondo, in quegli anni, che allora mi sembravano così fumosi.

Proviamo a tracciare una colonna sonora del libro.
Space Oddity di David Bowie che pervade il primo capitolo, Loser di Beck che ne è forse l’inno, Killing in the name dei Rage Against The Machine, Jeff Buckley, Common People dei Pulp e Both Sides now di Joni Mitchell che accarezza la svolta narrativa più importante. La musica è fondamentale per me: è musa, suggeritrice, sottofondo, appoggio. E qui ha anche una funzione narrativa fondamentale, a volte mi risparmia tante parole. Avevo bisogno di quei pezzi: negli anni ’90 c’erano canzoni fondanti, come Common People o Loser, per riconoscersi tra alieni. Vanishing Act di Lou Reed manca, ma l’avrei messa volentieri: rispecchia molto ciò che volevo raccontare.

Torniamo al libro. Cosa intendi per alieni?
Chi è orgogliosamente freak, incapace di adattarsi alle regole del mondo. Li chiamerei outsider se non avessi scoperto che siamo in tanti. Questo libro sta diventando la loro casa perché forse non abbiamo molti che sanno parlare di noi. In questo ha un valore politico, oltre che umano: siamo una generazione che non ha voce. Gli alieni sono quelli che Loro, gli altri, i normali, chiamano perdenti. Che rifiutano l’etica dominante dell’avere successo a tutti i costi, secondo quello che la società si aspetta. Ma per me non lo sono.

Non sono eroi senza macchia, sono fallibili, spaventati e fragili, ma anche coraggiosi nel guardare in faccia le vulnerabilità. Proprie e altrui. Un po’ come te?
Sì. Alex, il protagonista, mi assomiglia molto, anche se non ho in mente svolte drastiche come la sua. Lui incarna la costante ricerca d’identità non solo sua, ma di una generazione intera. Cerca, cambia, rispetto agli altri riesce ad essere più fedele a se stesso facendo un viaggio enorme e diventando completamente altro da sé. In questo senso io sono come lui: sono diventato migliore nel momento in cui mi sono rivoluzionato. Odio la frase “non cambiare mai”, te lo dicono sempre amici, parenti, fans. Ma che significa? Un albero è sempre uguale? Progredire, cambiare è qualcosa di naturale. “Non cambiare mai” è una maledizione che protegge chi la dice: se non lo fai tu, è autorizzato a non sforzarsi di farlo neanche lui. Alla fine il libro diventa una straordinaria seduta di psicanalisi.

Lo è stata anche per te?
Certo. Non a caso ho ambientato la storia nel casale vicino Todi dove sono andato ad abitare. Molte persone lo postano ad amici che non vedono da molto. E’ successo anche a me, anzi forse Quando eravamo eroi è stata la mia lettera aperta a quegli amici che anni fa ho lasciato alle spalle e che mi mancavano più di quanto fossi disposto ad ammettere: il libro nasce da una domanda precisa, ovvero quale fosse il modo di tornare da affetti che si sono sentiti traditi perché tu te ne sei andato via. Con alcuni di loro mi sono rimesso in contatto ed è stato meglio di quanto credessi. La vita lo è quasi sempre. Meglio, intendo. Anche se in questi casi hai sempre paura di piombare in Compagni di scuola di Carlo Verdone. E invece a volte è tutto come Il grande freddo.

In cosa sei cambiato di più?
Sono sempre stato un porcospino, poco aperto alla condivisione piena. Mi sono sempre tenuto sul ciglio delle cose anche se dai 16 anni sono stato catapultato nello show-biz. Avevo successo, ma alle feste del cinema romano non mi trovavi mai, per dire. Ora, anche grazie ai viaggi fatti a presentare il libro, il mio rapporto con le persone si è trasformato, ho accettato di condividere. E se ti apri ti arriva una risposta straordinaria. Sto incontrando tante persone che si aprono a me, grazie a ciò che ho scritto – a Rovigo ho trovato 2000 persone ad ascoltarmi, a Torino, al Salone del Libro, è stato bellissimo – e non mi sono mai sentito così a mio agio. Credo sia la conseguenza di aver ridimensionato, anzi ritarato la mia geometria vitale. Questo senso di rinascita è una bellissima sensazione, è la prima volta che mi succede. Non mi sono mai sentito così a fuoco.

Perché proprio ora questa sfida e questi bilanci?
Da una parte 35 anni è un’età importante, cominci a chiederti chi e cosa sei, senti la necessità di prendere il controllo della tua vita e la libertà di scegliere. A 16 anni sono entrato dentro una macchina bella, ma di sicuro più grande di me. E pur avendo avuto la fortuna di poterla vivere con una visione personale non è stato facile. Perché il successo spesso sceglie per te: lo fa attraverso un agente, il box office o altro. Entri in un ingranaggio che è difficile da fermare. Negli ultimi anni, per una serie di esperienze vissute nel privato, ho capito che dovevo riprendere il timone di tutto. Da solo. Ho fatto piccoli atti di sofferenza e ribellione, ho accettato alcuni prezzi da pagare e ho riconquistato la mia libertà, la cosa più preziosa.

E’ difficile essere Silvio Muccino?
Avere un passato alle spalle già così giovane, finisce per metterti dentro categorie da cui non vogliono lasciarti andare. Non ti vogliono far crescere, se io fossi ancora il Silvio di Come te nessuno mai, ora, sarei un caso umano. Se per gli amici è difficile accettare i cambiamenti, figurati per il pubblico. Sono stato costantemente in lotta con l’immagine cristallizzata che di me ha il mondo, per questo ho detto tanti no e ho lavorato lentamente su me stesso in questi anni. Il libro mi ha per-messo un lusso a me estraneo, sentirmi un esordiente. Un regalo pazzesco, è la mia dimensione ideale. Non c’è nostalgia, malinconia, pregiudizio, nell’esordio. Solo scoperta ed entusiasmo.

Hai dovuto lottare anche contro quello che si diceva di te e della tua famiglia.
Il punto è che fino a qualche anno fa, fino all’intervista data a Giletti, ho sempre giocato in difesa. Allora presi il toro per le corna, perché mi interpretavano tutti senza interpellarmi né rispettarmi, a quel punto ho capito che dovevo impormi. Guarda caso da allora domande morbose sul mio privato non ce ne sono più state.

Se parli e racconti la curiosità muore
Crescendo mi sono reso conto della legge spietata della sincerità: tutto funziona se sei onesto, nel raccontarti. Era giusto che decidessi come farlo. E questo libro è stato una ripartenza. Ora non sto più con le braccia conserte, a proteggermi, ma le ho aperte. Ed è bellissimo.

Perché un romanzo e non un film?
Io ho i miei tempi, sono lento e non amo il presenzialismo. Il cinema non poteva darmi l’onestà e la libertà che cercavo in questa storia, ma ora forse abbiamo, io e la storia, le spalle abbastanza larghe per arrivare sul grande schermo. Sono già arrivate offerte, ma credo che sia più importante, rispetto al budget proposto, l’adesione alla storia, alla sua anima più profonda. Ma per ora non importa, non ho mai pensato al cinema mentre lo scrivevo.

Io però il protagonista ce l’ho già: Alex deve essere Luca Marinelli.
Potrebbe esserlo. Sì, hai ragione, sarebbe perfetto. Facciamo un appello? Luca, se ci leggi, batti un colpo! Comunque, vedremo: per me questa storia è così importante che va protetta. Arriverà al cinema solo se potrà rimanere se stessa.

Stai scalando le classifiche di vendita. Ti sei chiesto perché?
Ho scritto una storia non conforme alle aspettative che tutti avevano su di me, la letteratura è libertà totale e forse ho saputo domarla. Questo coraggio nel rompere dei tabù è stato premiato.

Inoltre tutti capiscono che dentro, con grande onestà, ci ho messo le mie ombre, le mie fragilità.
In questo libro c’è quasi tutto quello in cui credo e dovevo essere solo ad affrontarlo. I lettori lo hanno capito.

E’ sorprendente che in un’epoca social, il successo di Quando eravamo eroi sia così tanto analogico.
Basta con il conformismo da facebook, con emoticon, sorrisoni e punti esclamativi. Sediamoci, guardiamoci, riconosciamoci. Io amo i miei alieni. Molti mi, ci e si confessano la loro alienità proprio dopo aver letto il libro. Dopo aver sfogliato le pagine. Non scrivendo uno status. Non ho nulla contro i social, anche se ho solo Facebook e lo uso in maniera piuttosto pudica.

Ultima domanda: perché rivalutare così tanto i bistrattatissimi Nineties?
Noi negli anni ’90 non eravamo educati alla felicità, ma alla gestione del malessere: pensa alla co-lonna sonora del libro: Beck, Nirvana, Buckley, Pearl Jam raccontavano tutti e sempre la difficoltà di vivere. Il cinema, invece, ha iniziato a puntare tutto su leggerezza a tutti i costi, parlo dell’industria ovviamente. Gioia, positivismo, nessuna ombra. Non si volevano visioni scomode. Volevo tirar fuori queste contraddizioni, ma anche i semi di una riflessione sottovalutata e dimenticata.

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