Home Cinema Interviste Cinema

‘Shortcut’, storia dell’horror indie italiano che ha terrorizzato gli States

Da film invisibile da noi a piccolo caso per due settimane nella Top 10 americana. Abbiamo incontrato il regista Alessio Liguori e il produttore Simone Bracci

I giovani protagonisti di ‘Shortcut’ di Alessio Liguori

In principio fu Mario Bava, maestro del cinema italiano a basso budget, ben poco stimato dalla critica militante a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e oggi del tutto dimenticato quando vengono citati i grandi registi della storia del nostro cinema, se non in rari casi, tra cui quello dell’enciclopedico conoscitore di cinema youtuber Federico Frusciante. Tuttavia, film come Sei donne per l’assassino o I tre volti della paura costituiscono un punto di riferimento estetico per autori come John Landis, Tim Burton, Quentin Tarantino e molti altri “fuoriclasse” americani. Una storia ripetutasi più volte e con diversi registi, che spesso si sono ritrovati a ottenere un clamoroso successo all’estero e a scontrarsi con una grave miopia di giudizio da parte della critica italiana, da Lucio Fulci ai primi lavori di un tale di nome Federico Fellini, fino a Luca Guadagnino.

Chi conosce la storia del cinema italiano sa che non esser capiti in patria per poi ottenere gloria internazionale equivale a una sorta di marchio di qualità. Ma qual è la situazione attuale? Quella del cinema indipendente italiano che riesce ad imporsi negli Stati Uniti con progetti ambiziosi, mentre trova poco ascolto in patria? Ultimo esempio virtuoso è costituito da Shortcut, un prodotto completamente italiano che in questi giorni è entrato nella Top 10 del box office americano, un risultato sicuramente incoraggiante per un intero movimento di produttori cinematografici che continuano a credere che il cinema italiano debba tornare a parlare a un pubblico internazionale. Al regista Alessio Liguori, 39 anni, nativo di Formia in provincia di Latina, e al co-produttore del film Simone Bracci abbiamo rivolto alcune domande.

Shortcut in Italia non è uscito in sala, mentre negli Stati Uniti ha conquistato il box office: un successo dal sapore di rivalsa?
L’uscita nelle sale americane con oltre 700 copie, l’essere per due settimane di fila in classifica e il successo di pubblico e di critica sono per noi un motivo di grande soddisfazione, ripagano gli sforzi di tutti questi anni. Non ho mai provato un senso di rivalsa verso nessuno, anche perché ho scelto questo mestiere esclusivamente per l’amore che nutro verso il cinema e il raccontare storie per il più vasto pubblico possibile. Sono felice che un’idea di cinema e di industria che io e i miei soci portiamo avanti abbia avuto ragione con i fatti.

Nessun sassolino da toglierti dalla scarpa?
Dispiace che in generale in Italia si faccia fatica a scommettere sul nuovo. Ma io nutro speranza e credo nel cambiamento. C’è tanto di buono anche da noi. Non va dimenticato che Shortcut è arrivato negli Stati Uniti grazie al prezioso lavoro di Monica Ciarli della Minerva Pictures e di tutto il suo entourage, che hanno creduto nel film sin dall’inizio. Dunque, il successo americano è prima di tutto un successo produttivo e distributivo italiano. Inoltre, il film sarebbe dovuto uscire in sala anche in Italia su ampia scala, ma poi è arrivato il Covid-19 e sappiamo com’è andata.

Qual è stato il tuo percorso per arrivare fin qui?
Ho avuto diversi maestri che mi hanno guidato e ispirato fin qua. Maestri di vita e di cinema. Ho iniziato dalla famosa gavetta, ed è stata la prima grande maestra. Chi aspira alla regia o a lavorare nel cinema dovrebbe trascorrere ore a dialogare con macchinisti ed elettricisti di vecchia data. Sono testimoni privilegiati di innumerevoli aneddoti e racconti provenienti dai set più disparati. I più attenti e sensibili conservano nella loro memoria insegnamenti che non troveremo su nessun libro di storia del cinema.

Quali invece i tuoi maestri dietro la macchina da presa?
In termini filmici, ho sempre guardato con grande amore e ammirazione al cinema con il quale sono cresciuto, il cinema americano degli anni ’80 e ’90: il cinema di Steven Spielberg, di Robert Zemeckis, di Tim Burton, di Alex Proyas e di molti altri che hanno segnato quell’epoca. Più di recente, ho molto amato la cifra stilistica di Denis Villeneuve, l’approccio al racconto horror di Ari Aster e di Jordan Peele, di M. Night Shyamalan, e ovviamente non posso non citare Christopher Nolan. Come dicevo, ho avuto poi molti maestri di vita e di mestiere, e tra questi metto David Jarratt, un amico fraterno che da anni segue il mio percorso e che è stato testimone in passato del cinema di genere internazionale, in qualità di direttore di Studios, e tuttora da proprietario della Panalight Rental tra i più prestigiosi. E i miei maestri di vita per eccellenza, i miei genitori, che mi hanno cresciuto con i valori e gli ideali che porto avanti nel mio approccio etico al cinema, e che cerco nelle storie che voglio raccontare. Quei valori intramontabili che amo nelle storie che mi coinvolgono da spettatore e in cui credo fermamente da uomo e da regista. Non dobbiamo mai dimenticare da dove veniamo.

Quante “porte in faccia” hai ricevuto prima di poter realizzare questo importante successo?
Moltissime! Ma la mia e la nostra forza sono stati la forza del gruppo, proprio come viene raccontato in Shortcut. Ho condiviso questo viaggio con i miei soci Simone Bracci, Alessandro Risuleo e Daniele Cosci (sceneggiatore del film, ndr), e insieme abbiamo attraversato vittorie e sconfitte. Abbiamo poi trovato chi ha creduto nella nostra idea di cinema e prodotto i nostri film. Nello specifico di Shortcut, i produttori della Play Entertainment Simona Ferri e Marco Tempera, quelli della Camaleo e quelli della tedesca Sternenberg Films.

Zak Sutcliffe e David Keyes in ‘Shortcut’

Cosa non va nel cinema italiano?
Si fa presto a puntare il dito verso l’esterno, ma molto più difficile verso sé stessi. È vero, il “sistema Italia” ha moltissime falle, spesso non premia l’innovazione e la meritocrazia, ma ognuno di noi, chiunque abbia un’idea forte da portare avanti, deve a mio avviso domandarsi cosa può davvero fare per cambiare le cose. Per creare un precedente. Ma partendo da sé stessi. Emergere dando il buon esempio. Io sono grato e fiero del nostro percorso fin qui. Siamo riusciti ad emergere nonostante gli ostacoli e lo abbiamo fatto sempre con onestà, fermezza e rispetto verso l’idea di cinema in cui crediamo. Un maestro mi disse in tempi lontani: chi alla fine arriva è chi resiste di più. E così è stato. Ma a questo aggiungo che non deve morire mai la speranza e la continua capacità di evolversi senza perdersi. Credo che l’Italia e l’Europa abbiamo ancora molto da dire a livello internazionale. Riconquistiamo lo spazio che meritiamo. Insieme.

Simone Bracci, da co-produttore come vedi la situazione del cinema italiano?
Credo sia assolutamente necessario innovare. Il Covid ha mostrato tutte le lacune e le problematiche esistenti e il sistema, già fragile di per sé, sta collassando su sé stesso. C’è bisogno di una grande, anzi profonda riforma e di un cambiamento epocale che richiederà il coraggio di molti.

Ci sono nuove leve di talento?
Un’intera generazione di registi, autori, interpreti e produttori è adesso in rampa di lancio e bisognerà farle spazio. Bisogna puntare sui progetti in cantiere e credere nei lavori che sono pronti ad essere “processati”. Gli addetti ai lavori e, di conseguenza, il grande pubblico devono sapere che la nuova scuola italiana può competere sul mercato internazionale con grande efficacia, perché i risultati da noi ottenuti parlano chiaro. E questo è anche compito dei media. L’intervento diretto, che è un investimento sul futuro, dovrà esser fatto nella capacità di selezione dei progetti migliori e sull’affidamento degli stessi nelle mani sapienti dei nostri talenti. Il nuovo che avanza ora bussa forte alla porta e pretende attenzione.

Altre notizie su:  Alessio Liguori Shortcut