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‘Selfie’, se nascere alla periferia di Napoli è una colpa (e puoi rimanere ammazzato)

Agostino Ferrente ha chiesto a due ragazzi del rione Traiano di riprendere la propria vita con il telefono e raccontare la storia del loro amico Davide Bifolco, ucciso dai carabinieri a 16 anni. Succede, a nascere nel "posto sbagliato"

Pietro Orlando e Alessandro Antonelli in un frame di 'Selfie'

Davide Bifolco è stato ucciso a 16 anni da un carabiniere che l’aveva scambiato per un latitante. Era la notte tra gio­vedì 4 e venerdì 5 settembre del 2014. «Parlare di Davide è come parlare di me e di Pietro», dice Alessandro. «Per questo abbiamo deciso di raccontare la nostra amicizia e la sua storia».«Non si può cambiare quello che è successo, vorremmo solo che venisse fatta giustizia», aggiunge Pietro.

Pietro (Orlando) e Alessandro (Antonelli) sono due tra i più cari amici di Davide e sono i protagonisti di Selfie, il film di Agostino Ferrente (L’orchestra di Piazza Vittorio, Le cose belle). Il regista ha messo in mano ai due ragazzi un telefonino, per raccontare il loro rapporto e le loro giornate di adolescenti nel Rione Traiano di Napoli. Alessandro fa il garzone in un bar, mentre Pietro vorrebbe diventare parrucchiere. E questo non è cambiato: «Noi la mattina andiamo sempre a lavorare, la nostra quotidianità è la stessa». Ma c’è un punto su cui i due non sono ancora d’accordo: per Alessandro «il film deve raccontare solo le cose belle, perché a parlare male del quartiere ci pensano già i giornali», mentre secondo Pietro si devono mostrare anche quelle brutte, «se no che documentario è? Non dobbiamo nasconderci: è la nostra realtà, quello che viviamo».

«Selfie è in qualche modo complementare rispetto a Gomorra», spiega Ferrente. «Io però volevo dimostrare che anche la non violenza può essere fotogenica. Il padre di Davide, che all’inizio era diffidente e temeva lo sfruttamento e la spettacolarizzazione di quella tragedia, mi ha aiutato moltissimo, perché ha capito che il mio obiettivo era realizzare un film sul presente. Dando la parola ai ragazzi: perché era successo a Davide, ma poteva succedere a loro».

Questa la nostra intervista a Agostino Ferrente.

Partiamo dal titolo e dal linguaggio del film: perché hai deciso di dare un telefonino in mano ai ragazzi?
Ho un’ossessione per l’autoracconto, in questo caso era anche una reazione – sia dal punto narrativo che estetico – all’accanimento mediatico da parte della tv, della letteratura, del cinema nel raccontare Napoli, un accanimento al quale pure io nel mio piccolo con miei film precedenti ho contribuito. L’idea era di far raccontare a questi ragazzi la loro quotidianità, partendo da un episodio di cronaca terribile: l’uccisione da parte di un carabiniere di un ragazzo di 16 anni, che è avvenuta davanti ai loro occhi, perché scambiato per un latitante.

Perché Selfie è diverso rispetto alle altre narrazioni su Napoli?
Di solito quando succedono tragedie di questo tipo, sui giornali si legge l’intervento del sociologo, dello psicologo, dell’antropologo o del politico. Quasi mai si chiede il punto di vista dei diretti interessati. Quindi ho pensato di dare loro il cellulare, chiedendo di specchiarsi nel display per raccontare se stessi, la loro vita, la loro amicizia. Le prospettiva è materialmente loro: dall’inizio alla fine si vedono i loro occhi riflessi in questo specchio.

Sullo sfondo c’è la vicenda di Davide Bifolco, ma il film non è un’inchiesta sui fatti. Come lo definiresti?
Ho pensato che mostrare in maniera più poetica possibile il contesto nel quale era cresciuto questo ragazzo fosse un modo per non fermarsi al singolo episodio, ma per raccontare quello che può succedere a ogni potenziale Davide Bifolco. Penso che il film abbia anche un richiamo universale perché il Rione Traiano di Napoli c’è anche a Los Angeles, a Parigi, a Città del Capo, nelle Filippine, in Sudamerica. In qualsiasi periferia.

Il problema sono le istituzioni?
A Napoli c’è un tasso di abbandono scolastico altissimo: alle prime difficoltà i ragazzi lasciano la scuola, perché i genitori non hanno né gli strumenti culturali per aiutarli né quelli economici per pagare le ripetizioni. Ma è normale che se a 14 anni molli la scuola e non trovi lavoro… l’ammortizzatore sociale diventa lo spaccio. Chi vive nei quartieri popolari non nasce con la predisposizione genetica alla criminalità. Troppo spesso le istituzioni trascurano questi luoghi, la loro presenza è rappresenta solo dalle camionette blindate , che però arrivano quando il fattaccio è già successo. L’ideale sarebbe prevenire, ovviamente, ma non succede: di Napoli nel mondo si conosce la parte bella, turistica, ma il 70% della gente abita nei quartieri popolari, nelle periferie. E si cerca un po’ freudianamente di dimenticarli.

Che cosa significa avere 16 anni nel Rione Traiano?
Questi giovani sono in contatto con il mondo attraverso i social e la tecnologia: hanno voglia di vivere, vedono, sentono, desiderano e come tutti sono bersaglio dei bisogni indotti dalla pubblicità. Il problema è che le possibilità sono molte meno rispetto ai quartieri più borghesi. I ragazzi andavano in motorino senza casco, e sono stati inseguiti da una macchina dei carabinieri che ha speronato il mezzo, sono caduti e il carabiniere ha sparato a Davide che era al centro e che neanche guidava. Sono infrazioni che non possono certo giustificare una condanna a morte. E il fatto che questo ragazzo di 16 anni fosse stato scambiato per un latitante non attenua la vicenda: anche se avesse avuto precedenti penali non lo giustizi così, non gli spari alle spalle. Esiste una Costituzione, serve un processo…

Se i ragazzi senza casco fossero stati avvistati in un quartiere “bene” le cose sarebbero andate diversamente?
Al Vomero o a Posillipo probabilmente non sarebbe successo quello che è successo, perché il militare avrebbe pensato: “questi sono figli del commercialista, dell’avvocato, del farmacista, hanno fatto una bravata e di certo non gli sparo”. Amnesty International, che patrocina il film, ha accennato a un sondaggio americano per descrivere lo stigma del pregiudizio sociale: alla vista di un bianco che corre, tutti pensano che stia perdendo il treno o che sia in ritardo per un appuntamento di lavoro; se invece la persona che corre è nera, credono che stia scappando da una rapina o che sia inseguito dalla polizia. Nascere in un quartiere popolare con poche prospettive, oltre che essere oggettivamente una condanna, viene addirittura considerata una colpa: avere 16 anni qui significa avere meno chance degli altri, essere vittime del classismo. Io cerco sempre di raccontare l’umanità che resiste, li chiamo “i fiori tra le rovine”, perché crescono in tutta la loro bellezza, anche se non vengono innaffiati, anche se  calpestati o addirittura tagliati.

Con questo film volevi lanciare un messaggio in qualche modo politico?
Volevo lanciare un messaggio più che altro esistenziale: Alessandro ha abbandonato la scuola alle prime difficoltà, perché non aveva qualcuno che potesse sostenerlo, aiutarlo e guidarlo… lui dice  che ha mollato perché non aveva imparato a memoria la poesia L’Infinito. Gli ho spiegato che poteva impegnarsi di più e lui mi ha risposto che non poteva imparare il testo a memoria, ma magari cercare di capirlo. Così ha deciso di mandare un videomessaggio alla professoressa. Ne è venuta fuori una spiegazione che, incredibilmente, mette in relazione il senso di esclusione di Leopardi con il suo. In un caso c’era la siepe che non permetteva la vista del colle e di quello che c’era oltre, qui c’è un muro, che non consente di vedere al di là del Rione Traiano. Chiaramente la barriera non è filosofica o esistenziale, come nel caso del poeta, ma di natura sociale. E Alessandro dice: “Se non avrò occasione di vedere cosa c’è dall’altra parte, spero lo possano fare almeno i miei figli”.

Oggi sembra quasi che nei quartieri popolari non ci siano più mezze misure: sfondare e magari fare l’attore o cadere nelle braccia della camorra.
Lo dico con il massimo rispetto, ma si tratta di una specie di format ormai consolidato, che, però, induce al fraintendimento: sono storie bellissime, è successo anche anche a me. Incontri una ragazza con un sguardo magnetico, la prendi dalla strada, diventa la protagonista del tuo film senza avere mai studiato e inizia una carriera: ma quella è l’eccezione, non è la regola. Dopo il successo dell‘Orchestra di Piazza Vittorio, che ho raccontato e ho co-fondato, qualcuno ha detto: “Ecco la formula per risolvere il problema dell’immigrazione”. Ma non tutti sono degli straordinari musicisti come quelli dell’orchestra, dei calciatori pazzeschi oppure attori e scrittori: ci sono altri milioni altri ragazzi che vorrebbero fare lavori normali. Questi ragazzi sono la risposta alla tua domanda: loro sono contenti di una cosa che non è scontata in quegli ambienti, avere un lavoro onesto.

Alla fine dedichi il film “a tutti i Davide Bifolco del mondo”. Perché del caso di Davide si è continuato a parlare meno rispetto a quelli di Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi?
Penso che molto abbia a che fare anche con le famiglie di provenienza, qui parliamo di persone umiliate e offese che non hanno strumenti culturali o economici, né la possibilità di ottenere l’attenzione della stampa, se non in maniera riduttiva e fuorviante. Se provieni da un quartiere popolare, che in parte è colluso con la criminalità, il pregiudizio di chi legge il giornale e anche di chi lo scrive è: “uno di meno”. Come dice la famiglia, Davide è stato ammazzato due volte: la prima materialmente e la seconda quando stampa e pubblico hanno scritto e pensato che fosse normale che un delinquente venisse ucciso in uno scontro con le forze dell’ordine. Ma non era così.

Com’è stata gestita la vicenda?
Quello che è stato raccontato è molto diverso da come sono andati i fatti: Davide non ha forzato un posto di blocco, perché non c’era nessuno posto di blocco. Non si può parlare di legittima difesa, il ragazzo non era armato… Poi, quando è morto, lo hanno caricato sull’ambulanza, ma il magistrato prima doveva decidere se mandare la scientifica o meno. Insomma sono state forzate le procedure al punto che la storia è stata passata anche ai giornali in maniera travisata. Io ricordo benissimo una scena scioccante: il padre era in collegamento con una trasmissione, e, con il cadavere del figlio ancora caldo, un qualche politico senza scrupoli gli diceva: “Lei si chiama Bifolco, in fondo nel suo cognome c’è già il suo destino… suo figlio era un teppista e ha meritato di morire”.

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