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‘Scompartimento n. 6’, quel treno per… la libertà

Il road movie artico by Juho Kuosmanen, Grand Prix a Cannes, è uno dei film più belli dell'anno. Abbiamo incontrato il regista finlandese

Seidi Haarla in 'Scompartimento n.6'

Foto: BIM


«Io sono pazzo del cinema, perché è quel luogo dove se io dico: “Datemi un treno”, il giorno dopo me lo portano». Parola di Bernardo Bertolucci. Deve averlo preso in parola Juho Kuosmanen, 42 anni, regista (finlandese) di uno dei film più belli dell’anno, Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino (al cinema dal 2 dicembre con BIM), un road movie artico su rotaie, lo scontro/incontro tra un minatore russo un po’ rozzo e una studentessa finlandese alla ricerca di se stessa. Siamo negli anni ’90, da Mosca entrambi devono raggiungere Murmansk: lui per cercare lavoro, lei per vedere i petroglifi. Saranno compagni di cuccetta per forza, in un viaggio lungo la gelida Russia.

Scompartimento n. 6 ha vinto il Grand Prix a Cannes, è stato nominato agli EFA (gli Oscar europei) nelle categorie miglior film e migliori attori protagonisti (Seidi Haarla e Yuriy Borisov) ed è il film candidato dalla Finlandia agli Academy Award, come già il primo film di Kuosmanen, La vera storia di Olli Mäki: «Sono robe grosse, ma alla fine quando ci pensi diventano quasi normali, o meglio, si allarga lo spettro del normale. È strano: se dieci anni fa mi avessero detto che avrei vinto il Grand Prix…», mi racconta Juho al Parma Film Festival – Invenzioni dal vero, dove è stato ospite per l’anteprima italiana del film a novembre. «Sono molto molto felice e, anche se sono contro l’idea di competizione, credo che sia davvero importante per questo tipo di film. Ora per esempio (a novembre, nda) in Francia siamo nelle sale insieme al nuovo di Wes Anderson, che schiera uno dei cast più stellari di sempre. E nel nostro abbiamo Seidi e Yuriy che sono straordinari, ma sono nomi che conosce nessuno, così come il mio. E nel poster c’è questo Grand Prix». Che sul poster di The French Dispatch non c’è: «Credo che ne avessimo più bisogno di lui, ecco. Non c’è film senza pubblico. E questo sicuramente aiuta a portare le persone al cinema».

Partiamo dal treno: com’è stato girare su uno vero, un mezzo russo con gli arredi del periodo?
Questo treno esiste ancora sulle ferrovie russe, è vecchio ma funziona e viene usato, poi ovviamente ce ne sono anche di più nuovi. Ora ti direi che è stata un’avventura incredibile, ma quando abbiamo girato è stato davvero un processo lento, mancava lo spazio per fare ogni cosa, è stato parecchio intenso. Durante il giorno partivamo dalla stazione di Vitebsky e, dopo un lungo giro, tornavamo lì. Di notte portavamo le carrozze in un hangar, quindi le scene notturne sono girate in interno, il treno non si muove davvero.

Qual è stata la sfida più complicata per te come regista?
Guardare il monitor, non mi piace farlo mentre dirigo. Perché quando guardi lo schermo e non direttamente gli attori con i tuoi occhi, inizi a concentrarti sulla superficie della situazione e non capisci davvero come si sentano gli interpreti sul set. Ti concentri più facilmente su come sono seduti, da che parte si muovono, e inizi a trattarli come oggetti e non più come essere umani. Di solito sto vicino alla macchina da presa per vederli da vicino e comunicare meglio con loro, ma qui ero costretto a stare in un altro scompartimento. Ci sono sempre difficoltà quando si gira un film, ma in questo caso i nostri ostacoli sono stati sicuramente più interessanti di quelli con cui ci si scontra di solito.

Juho Kuosmanen e Seidi Haarla sul set. Foto: BIM

Che cosa ti ha attirato del romanzo di Rosa Liksom e perché hai scelto di cambiare alcuni elementi essenziali?
È un romanzo molto visivo, molto cinematografico. Ci sono immagini fortissime, quando l’ho letto le vedevo e, per qualche ragione, mi hanno toccato. Ma non ero entusiasta di girare l’adattamento di un libro in quel momento, quindi l’ho messo da parte. Poi ho capito che a volte uno deve fare dei compromessi.

Infatti c’è scritto è “ispirato da” e non “basato su”…
Sì, ho capito che era fattibile quando ho incontrato Rosa e abbiamo parlato anche di quello che mi preoccupava di più: non volevo essere troppo condizionato dal libro, volevo essere libero. Nel cinema lo script cambia mentre giri, ci sono così tanti elementi che si muovono, soprattutto in questo caso (ride). Volevo avere tutta la libertà di prendere le decisioni migliori.

E così hai cambiato la destinazione del viaggio e anche il periodo storico.
Avevamo trovato delle location migliori su questo tragitto e non volevo fare finta di stare sulla Transiberiana se il lungometraggio non fosse stato davvero girato lì. Perché se filmi a Petroskoi (o Petrozavodsk), se dichiariamo che è quella città, dobbiamo farlo vedere, le persone lo sanno. Se affermiamo che è un altro posto dobbiamo fare delle inquadrature molto strette, e così abbiamo deciso di cambiare percorso. Per le stesse ragioni abbiamo deciso di modificare anche il decennio: cambiando poco o nulla potevano sembrare gli anni ’90, mentre se avessimo voluto mettere in scena gli anni ’80 avremmo dovuto ribaltare parecchio o, di nuovo, fare inquadrature strette. E sapevamo che saremmo anche dovuti uscire dal treno, per prendere un po’ d’aria. Prima si trattava di ragioni pratiche, ma poi alla fine ho preferito che il film si concludesse nella zona artica e non nel deserto in Mongolia. Sono stato in entrambi i posti e la sensazione che ho avuto vicino al Mare Artico è stata più “fresca”. Era questa vibe che doveva chiudere il film.

Di solito i road movie sono sinonimo di libertà, di orizzonti infiniti, qui i personaggi sono praticamente intrappolati nello scompartimento, uno spazio molto piccolo. Apparentemente non c’è nessuna libertà. Ma credo che alla fine entrambi la trovino, in qualche modo.
Sì, è la libertà che viene dall’accettazione. Non è basata sulla quantità di scelte che hai a disposizione, ma sulla sensazione che qualunque cosa tu abbia, sia abbastanza. Accettare la tua vita, te stesso e le altre persone, è questo che ti rende libero. Anche se all’inizio la protagonista sta in questo bell’appartamento con bella gente e una bella fidanzata, si sforza così tanto di adattarsi che il suo spazio è davvero stretto. Non per le altre persone, ma per una sorta di odio, di vergogna che prova nei confronti di se stessa, sente di non essere sufficiente. E questo va contro la mia idea di libertà: accettare se stessi per quello che si è, senza cercare di essere qualcun altro.

Come hai lavorato con gli attori?
Abbiamo parlato prima, cercando di trovare una comprensione comune dei personaggi. Con Seidi abbiamo fatto parecchie letture perché è entrata nel progetto un anno e mezzo prima delle riprese, abbiamo letto e discusso. Aveva capito il personaggio, che non era completamente pronto prima, ma è nato nel ragionamento insieme a lei. Non abbiamo parlato dello script, ma di esperienze, ricordi. Credo che sia necessario, perché sanno entrambi recitare, sono grandi professionisti. Ma interpretare riguarda sempre quello che riesci a comprendere. Non si tratta solo di un ottimo attore o no, ma di capire: tutti possono essere bravi attori se riescono a comprendere la situazione.

So che Yuriy sta diventando una grande star in Russia.
Aveva due film in concorso a Cannes, uno a Locarno, due a Venezia, in Russia tutti vogliono lavorare con lui. Ed è facile capire il perché: è un attore incredibile ma anche una persona splendida, porta una bella energia sul set.

Seidi Haarla e Yuriy Borisov sul set. Foto: BIM

C’è qualcosa, a parte il libro ovviamente, che ti ha ispirato?
Ho letto libri sulla Russia e sull’Unione Sovietica, ho visto film russi degli anni ’90 per capire come descrivere quel mood. Ce ne sono stati diversi, ma IL film è stato Brat (Brother) di Aleksey Balabanov del 1997, ha centrato il racconto di quegli anni. Poi un libro del poeta francese Michel Butor. E tantissime immagini, foto: credo aver visto migliaia di reference da libri, su Internet…

C’è un comune denominatore nelle tue storie?
È difficile rendersene conto dall’interno, ma ho parlato con Peter Bradshaw (il critico del Guardian, nda) a Londra e lui mi ha detto: “I tuoi film parlano sempre di identità”. Credo che sia così, almeno questi due (La vera storia di Olli Mäki e Scompartimento n. 6) . E parlano anche di libertà: quello che ci rende liberi è qualcosa che mi interessa sempre, così come quello che ci impedisce di esserlo.

A proposito di identità: in Olli Mäki portavi il mondo in Finlandia a conoscere questo ragazzo, qui è un po’ l’opposto: porti una finlandese in un altro Paese. È sempre un mettere l’identità finlandese a confronto con altre?
In Olli Mäki è stata una scelta più consapevole, perché la storia lo richiedeva: “Che tipo di eroe può essere un eroe finlandese?”. L’idea di eroe viene dall’America e da quel tipo di sistema, lui può essere un eroe? Stanno cercando di costruirlo attraverso un documentario. In Scompartimento n. 6 invece il personaggio principale vuole essere un’intellettuale russa. Noi siamo una nazione molto giovane, ci paragoniamo spesso alla cultura russa, alla loro letteratura e ci vergogniamo sempre un po’, non ci sentiamo sullo stesso piano della grande Russia. Non sono un nazionalista, odio tutta quella roba, ma credo che sia importante apprezzare da dove vieni, vederne la bellezza, qualunque posto sia. È parte di te, della tua identità. E dovresti accettarlo, che altro puoi fare? Ma qui non pensavo tanto a questo discorso. Ovviamente è importante che i due personaggi siano diversi, che si vedano non come essere umani, ma come un russo e una finlandese, un uomo e una donna. E questo è il tema all’inizio, quando sono così disconnessi.

Piccola chicca di fine chiacchierata: Scompartimento n. 6 ha avuto la sua première in patria al Kino Laika di Karkkila, il cinema aperto da Aki Kaurismäki (praticamente la versione finlandese del Sacher di Nanni Moretti, nda). Che ha detto del film?
Sai che credo che Aki non l’abbia ancora visto? È stato un grande onore, abbiamo trascorso una notte folle. E siamo stati più popolari di James Bond nella sua sala. Ma aspetto il suo commento.

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