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Schwarzy ha attraversato il tempo per noi

Come si fa a dismettere i panni da Governatore della California e tornare a indossare, come niente fosse, la pelle sintetica di “Terminator”? Basta chiamarsi Schwarzenegger

Arnold Schwarzenegger ha ripreso il lavoro "in proprio" dopo 2 mandati da leader politico. Foto: Peter Yang

Arnold Schwarzenegger ha ripreso il lavoro "in proprio" dopo 2 mandati da leader politico. Foto: Peter Yang

Arnold Schwarzenegger entra in un ascensore, lasciandosi alle spalle un murale che ritrae Arnold Schwarzenegger, sale al terzo piano, prende un corridoio pieno di fotografie di Arnold Schwarzenegger, attraversa due porte sorvegliate da una statua a grandezza naturale di Arnold Schwarzenegger ed entra nel suo ufficio di Santa Monica. Si siede su una poltrona di pelle di coccodrillo, davanti a un tavolino pieno di frutta fresca e pile di fazzoletti con il logo di Arnold Schwarzenegger-Governatore della California. Le sue braccia sono giganti, i polpacci stragonfi sotto gli short da palestra: è fresco-fresco di workout.

Schwarzenegger è tornato a lavorare “in proprio” da 4 anni, dopo 2 mandati da leader politico, e questo spazio è il suo quartier generale. Di fronte a lui, una lunga parete dove sono esposti «i miei vecchi trofei di bodybuilding». Dietro la scrivania, una serigrafia di Andy Warhol che ritrae Russell Means, attore e attivista nativo americano, sotto il quale è appesa una piccola fotografia di Meinhard Schwarzenegger, l’incredibilmente-bello fratello maggiore di Arnold, che morì in un incidente d’auto a 24 anni. Schwarzenegger si è dimenticato del timbro che aveva la voce del fratello, ma pensa a lui spesso: «Mi ha sempre irritato molto questa cosa del morire. È proprio uno spreco. Lo so che è inevitabile, ma che cazzo… Lavori tutta la vita, cerchi di migliorarti, metti da parte il denaro, lo investi con saggezza, e poi, tutto a un tratto, puf!, è finita». Arnold Schwarzenegger ha 67 anni, e ammette: «La morte mi sta facendo incazzare come mai prima». L’inseguimento dell’immortalità intesa come un lascito che sopravvive a noi stessi lo ha a lungo ossessionato. Una delle sue serie tv preferite è Legends & Lies, su Fox News, che parla del mito dietro alle personalità storiche. Arnold sostiene che ci sono uomini nati per guidare e altri per seguire, anche se, precisa, nella prima categoria esiste una gerarchia. Mi indica una parete, dove spiccano a distanza ravvicinata fra loro i busti di bronzo di Abraham Lincoln, JFK e Ronald Reagan. Qualche metro più in là c’è quello di Vladimir Lenin. «Bisogna distinguere fra perdenti», dice puntando il dito su quest’ultimo, poi mi indica di nuovo gli altri: «…e vincitori».

Mi ha sempre irritato molto questa cosa del morire. È proprio uno spreco. Lo so che è inevitabile, ma che cazzo…

Arnold Schwarzenegger è cresciuto nell’Austria della Guerra Fredda, a Thal, un villaggio che durante gli anni della cortina di ferro è stato ostaggio del terrore collettivo per le forze sovietiche. Una volta a Los Angeles, per qualche tempo ha decorato la sua piscina con statue di «Stalin, Khrushchev, Andropov, Chernenko, tutti i leader russi eccetto Brezhnev e Kosygin». Li aveva messi sopra delle colonne, come teschi di nemici abbattuti, proprio mentre lui, in tutti i film che gli permettevano di pagarsi quella piscina, ammazzava chiunque.
La sua ultima paga da attore prima di diventare governatore, per Terminator 3, è stata di 30 milioni di euro, ma per Contagious (uscito lo scorso 25 giugno), Arnold sostiene di aver preso «poco o niente». Per la maggior parte della sua carriera non gliene è mai importato di recitare in un dramma, ma ora, dice, «ho un’età in cui i sentimenti assumono una certa importanza». Sarà, ma per il momento Schwarzenegger è in ballo con Terminator Genisys, (qui la recensione) la sua quarta apparizione nella saga, ed è stato annunciato un reboot di Conan il barbaro. Insomma, tutt’altro che una sterzata inaspettata di fine carriera. Nel trailer di Genisys dice: «Tornerò», e si butta sopra un elicottero. Ecco, questo tuffo rispecchia molto quello repentino dalla politica agli action movie. Alla fine del suo mandato da Governatore della California, Arnold aveva dovuto fronteggiare un po’ di sconfitte legislative e un’agenda politica impantanata nella recessione, con un consenso calato al 23% (rispetto al 65% che lo aveva portato a Sacramento) e il debito dello Stato della California quasi triplicato. In questo contesto, un suo ritorno a Terminatorlandia sa più di regressione che di sfilata sul carro dei vincitori. Ma se credete che Arnold la veda allo stesso modo e che la sua autostima si sia leggermente scalfita, allora non avete capito niente di lui. Questo signore ha passato la vita a trasformare i suoi oppositori in spettatori, gli scettici in sostenitori. «Sono sempre stato sottovalutato, il che ha sempre giocato a mio vantaggio. È la cosa più figa di tutte, essere sottovalutati».

Arnold prende la bici e va a farsi un giro per le strade di Santa Monica («lo faccio una, due, perfino tre volte la settimana, se non sono in viaggio»). Indossa un giacchetto navy con la scritta “Team Usa” e un orologio enorme sul polso sinistro. Ignora bellamente il semaforo rosso e taglia la strada a una colonna di macchine. Alcuni passanti lo notano. Un ragazzo che sta aspettando l’autobus, appena lo vede, si mette il palmo della mano in bocca e simula una fragorosa scoreggia. Davanti alla Gold’s Gym, la palestra in cui si allena, c’è appostato un paparazzo: «Arnie, hai messo su una gang di anziani in triciclo?». Lui rimane impassibile: «Ignoro le loro stupide domande», mi dice. Una volta in palestra, Arnold zigzaga fra gli attrezzi e a un certo punto becca un 80enne sulla ciclette: «Hey, Mahoney!». Chuck Mahoney, ex campione di bodybuilding, mi viene presentato come «un ragazzo colpevole di aver portato due pesi da 250 libbre (113 kg) – uno per mano – fino a Muscle Beach (una famosa palestra all’aperto, a Venice Beach, ndr), andata e ritorno». «Arnold», lo redarguisce lui, «questa storia bisogna che la racconti giusta una volta per tutte: l’ho fatto due volte, una con due pesi da 65 libbre, l’altra con due da 110».

Schwarzenegger ritorna al suo workout circondato da persone che gli si avvicinano con gli smartphone puntati. Lui dice che farà le foto con tutti appena avrà terminato l’allenamento, e intanto la coda cresce. «Dopo», grugnisce ai nuovi arrivati, supplicanti, «ho detto dopo!».

Finito il workout, Arnold pedala fino a Muscle Beach, popolata da due colossi in canottiera, venditori di quadri pacchiani, flip-flop sfigatissime, souvenir scolpiti nel legno e gente strana che polleggia. «Questo posto non è mai cambiato», dice Arnold. «Pazzoidi, drogati, è rimasto come negli anni ’60». Un po’ di persone lo notano e lo assalgono. Lui le scansa e dice «Hey, hey». Non si sente in debito con queste persone, ma sembra molto felice di farle così felici senza alcuno sforzo. Succede perché è ritornato nelle vesti di Terminator, dice, «uno dei miei personaggi più iconici. In fondo io sono sempre stato nel business delle persone: o le intrattengo o mi metto al loro servizio». Nel giro di poco, riprende la bici e fa per tornare al suo quartier generale. Un tipo con il volto semiustionato, con uno zaino gigante, in sella a una mountain bike, gli si avvicina e gli urla: «Conan il barbaro è stato il tuo lavoro migliore, man». «Grazie», replica Arnold senza girarsi e senza nemmeno rallentare. «Mi sono accorto che eri tu guardandoti da dietro», dice quello. «Mi hai riconosciuto dai dorsali», scherza Schwarzenegger. Il ragazzo vira verso la spiaggia, Schwarzenegger prende per il lungomare, mentre il semaforo sta scattando sul rosso. Lui non gli fa caso. «Dovrei candidarmi come sindaco di Venice Beach», grida.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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