‘School of Mafia’ è una scuola di giovani talenti (e di vita) | Rolling Stone Italia
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‘School of Mafia’ è una scuola di giovani talenti (e di vita)

Giuseppe Maggio, Guglielmo Poggi e Michele Ragno: tre attori che, con la sorprendente crime comedy di Alessandro Pondi, confermano le loro qualità. E siglano un’amicizia vera. Li abbiamo incontrati

Guglielmo Poggi, Michele Ragno e Giuseppe Maggio in ‘School of Mafia’

Foto: Francesca Fago

School of Mafia è uno di quei film che dovresti vedere senza titoli di testa, che dovresti presentare in sala con la firma alla regia di Alexander Pond, e non di Alessandro Pondi. Nulla contro il cineasta che abbiamo apprezzato recentemente nel sottovalutato Chi m’ha visto, ma quando ti ritrovi un film di genere così, una commedia che unisce la demenzialità di un certo cinema americano alla parodia e che poi scarta su un cambio di registro deciso e efficace nella seconda parte, più “europeo”, per convincere pubblico e critici dovresti fingerti straniero. Nel flano il lancio potrebbe essere “Dopo American Pie e I Soprano…”. Perché l’esterofilia di spettatori e giornalisti spesso fa sì che molti dicano “questi film in Italia non si possono fare”. E invece sì: con School of Mafia vi divertirete parecchio, con momenti di raffinata comicità che gioca su ritmi e situazioni e altri triviali e comunque geniali (figli probabilmente degli anni da co-sceneggiatore di cinepanettoni e simili del buon Pondi). Merito del regista, della sceneggiatura che gli ha visto affiancati Irrera, Logli e Graiani, e di un casting (brava Anna Pennella) perfetto per giocare sul grottesco e sulla favola di tre figli di papà boss che sognano la normalità (la danza, fare carriera in polizia, un futuro da rocker) e che invece i genitori vogliono a capo dell’attività di famiglia. E vengono catapultati in una Sicilia senza tempo, a scuola di mafia appunto. Perché nessuno deve dimenticare che anche Michael Corleone voleva essere un bravo ragazzo.

«La sceneggiatura era un bel fortino», racconta Guglielmo Poggi, l’aspirante supersbirro Joe Cavallo, «funzionava molto già solo a leggerla. Le linee dei personaggi degli altri erano nette, sulle nostre bisognava lavorare: il filone romantico di Giuseppe Maggio, quello drammatico mio, l’identità di Michele Ragno. Ho subito pensato che non sarebbe stato facilissimo riuscire a rendere tutto com’era scritto, ma ha aiutato un regista che era al tuo fianco, non solo fisicamente, in ogni momento: è uno che parla e sa parlare con gli attori». Ci parla, Poggi, dal camper di Cops 2, mentre un Claudio Bisio in gran forma (anche fisica: compare sullo schermo – ci stiamo parlando su Zoom – a torso nudo, facendo complimenti ai ragazzi per il film e non smetterà di disturbare goliardicamente il collega per tutta l’intervista) cerca di distrarlo in ogni modo. Anche lì, comicità folle e fuori dai canoni a cui siamo abituati. «Ormai devo abbandonare le mie ambizioni da attore impegnato per iniziare il mio percorso da comico all’americana». E non sarebbe male, perché manca un cinema più goliardico, produttivamente ambizioso, capace di essere popolare ma non sciatto, spettacolare ma non vuoto. Una palestra per attori giovani e non (qui troviamo Lombardi, Calabresi, Gallo, Minaccioni, Frassica tra gli altri). In cui si è lavorato anche di fino. «Era un personaggio che facilmente poteva diventare una caricatura», ci rivela Michele Ragno, Tony Masseria, ballerino che a 15 anni chiese al papà per regalo un unicorno e si trovò in sorte una pistola. «Ho voluto lavorarci tanto, per non renderlo banale, mi ha aiutato l’ottima scrittura, la volontà di non strafare: e infatti a esagerare l’effetto comico del mio personaggio sono sempre gli altri. Io volutamente cerco di raccontare un’identità ambigua, sfaccettata. Sono le sfide che preferisco quelle che vanno contro gli stereotipi, senza però rinunciare a una sana risata».

Il segreto ce lo svela però Giuseppe Maggio, reduce dall’ottima prova in Sul più bello di Alice Filippi e ora Nick Di Maggio, sequestrato dai picciotti e dal papà subito dopo un’audizione in un talent andata a buon fine. «Noi abbiamo lavorato in levare, i nostri “padri” nel costruire in eccesso, questo contrasto ha reso ancora più affascinante il tutto. Non mi ero mai confrontato con una commedia di questo tipo ed è stato formativo sia lavorare con i miei due sodali sia imparare da un gruppo di interpreti esperti e validissimi e più a conoscenza di certi meccanismi. Ma anche io avevo paura, confesso. Io me lo ricordo il nostro scetticismo, in particolare con Guglielmo. Anche per l’incertezza di essere all’altezza: sapere di avere a che fare con un improvvisatore geniale come Frassica un po’ di paura te la fa». «Pondi», gli fa eco Poggi, «ha pensato a un gruppo di attori giovani e capaci di essere credibili, che non avesse nulla a che fare con il passato. Qui c’è comicità di reazione, noi rimaniamo seri in una situazione assurda. Servivano tre che avessero tempi comici ma non si ostinassero a fare i comici, a fare le faccette. Quando provavamo noi a strappare la risata con battute o azioni, il regista ci riportava subito all’ordine, ci teneva a stecchetto, per non cadere nella macchietta ridicola». E Michele Ragno chiosa quanto sia stato «fondamentale il lavoro fatto sulle parole e sul set. In un’opera che spesso sembra avere eccessi verbali e pure nelle gag fisiche, non hai idea quanto lavoro ci sia stato invece sull’equilibrio, sulla sottrazione, sul non andare oltre». Serviva, per fare questo, un trio che avesse il coraggio di andare altrove rispetto a molti colleghi, che non temesse di mettersi fuori dalla comfort zone del cinema d’autore o delle commedie pop italiane che sono codificate fin dal titolo in locandina, rosso su sfondo bianco. «Il punto è che forse dovremmo cominciare a guardare cosa succede altrove, cimentarci in tutti i generi e pure ricordarsi che lo star system all’estero parte dagli adolescenti, da chi ha 16 anni e non dai 40-50enni».

«E dire che Io e Giuseppe siamo stati fortunati», sottolinea Guglielmo Poggi, «qualcosa l’abbiamo fatta in carriera. Ma Pondi ci ha rivelato sinceramente che, come già ci è capitato altrove, si volevano tre nomi più noti, magari di una decina d’anni più grandi. La discriminante anagrafica altrove non esiste, da DiCaprio a Chalamet fuori questo non succede. E dire che di attori bravi e giovani, in gran forma e talento, ce ne sono in Italia, anche fuori dalle scuole. Forse servirebbero più Pondi o esordienti che sappiano lottare per gli interpreti che vogliono invece di accettare compromessi. E ora è il momento di provare: la piattaforma ti permette di osare di più. E vale pure per i bassi incassi: una iattura, ma anche un’opportunità di sperimentare senza rischiare milioni. Questo non vuol dire fare piazza pulita delle altre generazioni: io ora lavoro con Claudio Bisio, e ci sta che uno come lui sbaragli tutti, è bravo e bankable. Lui è una risorsa, è generoso, non si può dire lo stesso di molti altri». Ride Maggio e sottolinea che «il problema è che gran parte di questi vecchi manco fanno botteghino, diciamocelo. La generazione prima di noi è stata troppo prona e questo è il risultato». Una bomba a cui il sodale non si sottrae. «Nella generazione precedente alla nostra c’è un problema: hanno aspettato troppo tempo, hanno detto pochi no perché per anni gli è stato impedito di pensare di poter raccogliere l’eredità dei mostri sacri. E invece il ricambio generazionale è fondamentale, e se ci arrivi tardi e male ci arrivi con le gambe mozzate». E Ragno dà uno sguardo più ottimista. «Negli ultimi tempi però qualcosa è cambiato, vedo tanti coetanei di grande talento con più opportunità del passato. Detto questo, è vero, è ancora un percorso in salita».

I tre protagonisti con Maurizio Lombardi e Nino Frassica. Foto: Francesca Fago

Tornando al film, scopriamo che i tre hanno letteralmente vissuto insieme durante il set. «Quel mese insieme, quel settembre fianco a fianco è stato fondamentale. Pondi voleva avere un passe-partout per entrare nelle stanze del palazzetto di Nardò che abbiamo “occupato”, per tenerci d’occhio. Vivere insieme è stato fondamentale, spalleggiarci ma anche contrastarci, allenarci fianco a fianco, stancarci spalla a spalla. Con noi c’era anche Maurizio Lombardi, un’esperienza incredibile. Tutti i giorni insieme, tutte le sere insieme, io mi mettevo alla chitarra e cantavamo De André, De Gregori, Gaber, Battisti, tutto il cantautorato italiano: il film ha preso il volo anche per questo». «Ricordo ancora la nostra goliardia», continua Maggio, «le cose che non si possono raccontare, la sensazione di libertà. Era pure uno sfogo perché venivamo dal lockdown, avevamo bisogno di vivere, di stare con altre persone e questo ha cementato il nostro rapporto. D’altronde, dopo una pandemia persino Guglielmo Poggi ti risulta simpatico!». Conferma Michele Ragno. «C’è stato uno scambio continuo, personale e professionale, che ci ha fatto crescere molto. Siamo tre attori molto diversi e questo ha fatto sì che imparassimo tanto l’uno dall’altro». Spesso, faticando allenandosi. «Non c’è stata una preparazione antecedente al film, ce la siamo cavata noi sul set. Ci hanno conficcato nel terreno per un paio d’ore senza preparazione fisica. Un ricordo indelebile». E lo sarà per tutti, non solo per Giuseppe Maggio, se è vero che quel fotogramma è diventato la locandina del film.

«Pondi ci diceva sempre “Sarà tosta”», riprende Poggi, «ma noi non avevamo mica capito quanto. Io sono finito quasi al pronto soccorso dopo un getto d’acqua potente che mi ha investito, Giuseppe ed io abbiamo fatto il bagno nella cava di bauxite di Otranto dove abbiamo bevuto nonostante ci avessero proibito di farlo. Alla fine abbiamo vomitato l’anima». «Per poi scoprire che dovevamo rigirarla quella scena!», commenta il compagno di set, con cui l’intesa è talmente forte che varrebbe la pena rivederla, in un’altra opera cinematografica o magari a teatro, magari in un adattamento di Attenti a quei due. «Credo che Pondi lo abbia fatto di proposito, a farci arrivare al film senza una preparazione fisica specifica: i nostri personaggi dovevano essere impreparati alla full immersion criminale che i loro padri volevano imporre loro, e la mancata preparazione atletica e fisica a quell’inferno degli attori ha reso i nostri ragazzi più credibili. E anche questo ha portato un’energia, un’intesa, una coralità, una forza al film che io ho sentito, però più marginalmente essendo lì un comprimario, solo sul set di Smetto quando voglio. E qui non parliamo solo di noi tre ma di tutto il cast. Non ho un solo ricordo brutto, anche i momenti di tensione e stress erano smorzati da battute, risate, situazioni speciali. E Pondi era il collante, il suo era un entusiasmo totale e coinvolgente».

Merito anche di chi, però, fa un percorso chiaro. Attori giovani ma che non hanno paura di dire no quando è necessario. «C’è la volontà di seguire un percorso affascinante e divertente per me in primis», confessa Maggio. «Scelgo, sì, se ne ho l’occasione. E cambiare, mettermi alla prova è quello che per me è fondamentale. Ovvio che devi avere la fortuna di trovarti al posto giusto al momento giusto. Conta dire dei no, quando è giusto farlo. Quest’anno ne ho detti molti: e non perché io abbia chissà che paura di essere etichettato – sto iniziando un film con un grande attore, prodotto da Fandango, in cui la mia immagine con cui si era soliti vedermi verrà totalmente stravolta –, i rifiuti arrivano ai progetti nel loro complesso, oppure a colleghi con cui non mi va di lavorare perché non mi interessano le loro strade né essere identificato con loro. Non sono ipocrita, lo dico senza problemi».

Come spesso accade, Poggi finisce il discorso dell’amico e collega. E questo trio assomiglia sempre più a Qui, Quo e Qua. «Credo che la nostra forza sia che avremmo potuto fare altro nella vita. Giuseppe poteva essere un calciatore professionista, io un musicista o rimanere nella politica giovanile. Ero ai vertici e ora in Parlamento è pieno di miei colleghi di allora. Per noi è essenziale fare bene questo lavoro, non farlo e basta. Io se sto lavorando male, prego che un meteorite colpisca il set o il palco, sto male fisicamente. I no sono inevitabili per questo motivo. Spesso non ho avuto neanche bisogno di dirli, il mio progetto nei provini è spesso chiaro e quindi quando vedono quello che penso del personaggio, della storia, magari dicono no loro. Penso a Stasi e Fontana, me li presentasti tu a un festival che dirigevi, hanno creduto nella mia visione e si è creato uno splendido rapporto e un bellissimo film. Penso a Giuseppe: a me è rimasta impressa la scena in cui lui contava i soldi in Baby, un dettaglio in cui vedi una cifra stilistica, una visione complessiva del personaggio. Ecco, credo che se hai chiaro come vuoi fare questo lavoro, un percorso fatto di scelte precise è inevitabile».

Foto di gruppo dei ‘picciotti’. Foto: Francesca Fago

Michele Ragno trova una sintesi del discorso in tutto quello che un interprete cerca nel suo lavoro. «Per me è essenziale cambiare, essere sempre altro, non annoiarmi, non stancarmi di questo mestiere meraviglioso. Magari non è la strada più dritta per il successo ma è l’unica che conosco per fare con questa passione il nostro lavoro. Lavorare sul ruolo, studiarlo, reinventarselo e reinventarsi». Magari proprio sul set di School of Mafia, quando meno te lo aspetti. «Mi porterò dentro le poche improvvisazioni. La scena del salumiere, con un’idea mia e di Guglielmo che ha reso tutto molto divertente e avvincente. E un’altra con Michele che diventa barzotto e la battuta “Ho scelto questo letto” che è una cosa piccola ma efficacissima e divertente. Ma non dico altro perché voglio che tutti se la godano sullo schermo». «Io non pensavo mai di trovare in Giuseppe e in Michele compagni di lavoro e di gioco così belli. Senza nulla togliere agli altri, con cui ci siamo trovati benissimo, il nostro trio ha trovato un amalgama pazzesco e nelle improvvisazioni questo è stato evidente. Non era preventivabile riuscire a divertirsi in quelle scene ma è figlio di tutto quello che abbiamo creato insieme».

Tutto questo con look improbabili. «Nella scena del talent canto io», ricorda Maggio. «Sono passato dal cantare la Carrà (in Ballo Ballo, musical comedy spagnola sulla Raffaella nazionale, nda) al rock!». Una sorta di Damiano dei Måneskin di Little Italy, per intenderci. «Che bella quella scena, avevo solo i copricapezzoli. Una bella sfida anche quella, ti confronti con qualcosa di lontano da te, come cantare e registrare un pezzo. I cambi di look repentini, poi, come quello al provino ma anche quello di tutto il resto del film che sembra un incrocio tra un concorrente di Amici e un terzino di serie B, sono tra le cose più belle del nostro lavoro. E aiuta tantissimo nel crescere come attori». «Cambiare look mi diverte troppo», prosegue Poggi, «è una delle essenze del nostro lavoro, un’occasione stupenda per mettersi alla prova, soprattutto se il ruolo dà un significato a questo. Mia madre dice che io mi annoio facilmente e vorrei che fosse sempre carnevale, forse per questo mi piace tanto farlo. Lei sostiene che dovrei fare la drag queen».

Tutto questo per offrire per una volta anche un altro punto di vista. Non la mafia fatta di santini diabolici e aforismi, di scene madri e icone nere. Ma anche quella grottesca e ridicolizzata. «Ridicolizzare il mostro è il modo migliore per riconoscerlo come vicino a noi e ridimensionarlo», continua un accorato Guglielmo. «La mafia ti angoscia perché sembra enorme e invincibile, non a caso è il modo in cui vuole presentarsi. E purtroppo Gomorra, Suburra, pur ottimi prodotti, e simili fanno proprio questo: umanizza i personaggi alla Beautiful, ma li spettacolarizza come supereroi oscuri. E di School of Mafia amo l’andare controcorrente, andare nella direzione opposta, togliere dal piedistallo della mitizzazione la criminalità organizzata. Qui i mafiosi tornano quello che sono veramente: dei mostri ridicoli con regole ridicole e con difetti ridicoli. Soprattutto ora, perché quei prodotti arrivano negli anni in cui si è passati da Buscetta, uno che teneva testa a Falcone intellettualmente, a Brusca, un sicario col trattore che liquefaceva i corpi dei bambini, un ignorante feroce». «Sono d’accordo, ribadisce Giuseppe, «è necessario mostrare gli aspetti più grotteschi e paradossali della mafia e la commedia è un potente mezzo per farlo e mi piacerebbe tanto che il nostro film possa essere un tassello di questo percorso». «Secondo me», chiude Ragno, «ci riesce benissimo. Non sminuisce la pericolosità del fenomeno, ma ti mostra come personaggi, relazioni, regole non scritte, ambizioni di queste persone siano patetici, improbabili, assurdi. Qui ridi con la mafia e della mafia».