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Samuel L. Jackson: «Sognavo una fottuta vita di avventure»

La dipendenza dal lavoro sul set (da cui non intende guarire) e quella da alcol e cocaina (che invece ha vinto). Incontro a L.A. con uno degli attori più pagati di Hollywood, al cinema nel nuovo "Tarzan"

Samuel L. Jackson (Washington, 21 dicembre 1948). In The Legend of Tarzan (al cinema dal 14 luglio) interpreta il giornalista investigativo George Washington Williams - Foto di Kurt Iswarienko

Samuel L. Jackson (Washington, 21 dicembre 1948). In The Legend of Tarzan (al cinema dal 14 luglio) interpreta il giornalista investigativo George Washington Williams - Foto di Kurt Iswarienko

*Warning: per questo articolo il lettore deve fucking assolutamente sapere che “fuck you” in inglese ha diversi significati, a seconda del “motherfucka” che lo dice.

Viene tradotta da sempre come fottuto, figlio di puttana o bastardo, ma il significato vero e proprio della parola “motherfucker” va ben oltre una semplice definizione, soprattutto quando ti chiami Samuel l. Jackson e sei il motherfucka cinematografico per eccellenza, 8 miliardi di $ guadagnati al botteghino, con più di 100 film nel cv (Fa’ la cosa giusta, Jungle Fever, Una vita al massimo, Star Wars Prequel Trilogy, Pulp Fiction, Iron Man, The Avengers, Old Boy, Django Unchained, The Hateful Eight), l’ultimo dei quali è The Legend of Tarzan (diretto da David Yates, regista degli ultimi quattro Harry Potter, con Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Djimon Hounsou e Christoph Waltz), che esce in Italia il 14 luglio.

Detto questo, eccomi entrare nell’Olimpo degli Dei, l’Hollywood Roosevelt Hotel: Cavalcata delle Valchirie in filodiffusione streaming, staff concierge costituito interamente da ancelle vestali California D.O.C., foyer di marmo nero che si apre su di un cielo costellato di palme. Attorno, le poltrone di bambù della piscina che ospitano una miriade di fighe in bikini D.D.G. drop dead gorgeous (il topless è ancora vietato). E come Dorothy nel Mago di Oz, saltellando “the yellow brick road”, mi ritrovo all’ingresso del bungalow #2, dove, una volta entrato, oltre a un pranzo frugale (tutti motherfucking magri gli attori!), trovo Samuel Leroy Jackson, Mr.
8 Million Dollars (il suo cachet abituale per ogni film), Mr. Cool, Mr. Jules Winnfield, l’uomo che ha di fatto incarnato il ruolo del motherfucka nel cinema contemporaneo americano. Filiforme e atletico, occhiali e coppoletta, voce saccente, dosata da un buon senso d’ironia.

Perché Tarzan? Cos’ha di diverso questo?
Per la prima volta impariamo la genesi della relazione fra Tarzan e la tribù dei gorilla che lo ha cresciuto; vediamo come ha conosciuto Jane e com’è diventato poi un distinto membro dell’alta società londinese. Ho deciso di fare questo Tarzan, perché sarebbe stato il film che avrei voluto vedere da bambino. Amavo Tarzan, i miei preferiti erano Jock Mahoney, Gordon Scott e Ron Ely, a quei tempi non esistevano eroi di colore, tutti i miei paladini della giustizia erano bianchi come Tarzan, o come Silver Surfer, il quale non rappresentava alcuna etnia particolare. Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto dell’importanza storica di questo film, di quanto fosse necessario raccontare le atrocità perpetrate in Congo dal re Leopoldo II. Io interpreto George Washington Williams, il personaggio che riesce a convincere Tarzan a tornare nella giungla, esponendogli il genocidio del crudele Captain Rom (Christoph Waltz, ndr). È una parte di storia che pochi conoscono, lo sterminio indiscriminato di milioni di animali alla ricerca di diamanti, avorio e altre risorse naturali, solo per soddisfare la sete di ricchezza e potere.

Chi era George Washington Williams?
È stato il primo giornalista investigativo della storia, quello che ha reso pubblica la condotta crudele, ipocrita e immorale di un re europeo. Contrariamente a quello che credono in molti, non è stato Joseph Conrad – nel suo famoso romanzo Cuore di tenebra – a evidenziare per primo queste atrocità, ma George Washington Williams, motherfucking avvocato, giornalista e portavoce della congregazione di colore più numerosa di Boston. Inizialmente incontra Re Leopoldo per capire se le opportunità presentatesi in Congo possano o meno essere d’aiuto alla popolazione afro-americana e, non appena si scontra col re, decide di andare in loco a investigare, finendo per scoprire la verità.

Come ti sei innamorato del cinema?
Ho sempre guardato tantissimi film. Ogni sabato andavo al cinema e me ne guardavo due o tre di seguito. Durante la settimana passavo le serate con mio nonno ad ascoltare le recite teatrali che trasmettevano alla radio. Leggevo molto, uno dei miei libri preferiti era L’isola del tesoro. Volevo vivere una vita di avventure, volevo diventare il primo motherfucking Jacques Cousteau di colore. Esplorare gli oceani e avere un sottomarino che mi portasse in giro per il mondo.

Alla spalle, hai una mole di lavoro impressionante, in futuro qualcosa come 10 film in produzione. Perché così tanto lavoro?
Hai visto il film The Help? Mia madre e mia nonna erano come Octavia Spencer e Viola Davis, lavoravano per i ricchi bianchi, pulivano, cucinavano e crescevano i loro figli. Mio nonno ha lavorato 40 anni come valet d’ascensore in un hotel. Lavoravano sempre, sabato e domenica inclusi. La zia era maestra elementare e mi ha insegnato a leggere a 3 anni. A scuola ero uno studente modello, molto diverso dalla maggior parte dei miei compagni di classe, perché leggevo tantissimo. Mi piacevano anche i fumetti, ma ogni 5 fumetti dovevo scegliere un libro classico, fra Robert Louis Stevenson, George Orwell, Charles Dickens, Lewis Carroll e Harper Lee. I miei insegnanti sapevano quanto la mia famiglia volesse che fossi il primo ad andare all’università e quindi mi tenevano sotto stretto controllo. Persino i preti non mi mollavano mai, e riferivano tutto quello che facevo a mia nonna. Tutti volevano che diventassi dottore.

Cos’ha detto tua madre quando hai iniziato a recitare?
Che facevo l’errore più grosso della mia vita! Negli anni ’70 c’erano pochissimi attori di colore, Sidney Poitier, Harry Belafonte, Melvin Van Peebles, e tutti erano parte di un’élite, non erano certo la norma. Io, però, ero troppo determinato per mollare. Ho iniziato con piccoli ruoli, verso i primi anni ’80 mi sono fatto le ossa a teatro, con la famosa compagnia Negro Ensemble Company. Lì sono iniziati i casini, quella era la vita che volevo. La recitazione, il teatro, la rivoluzione. Credevo di essere Oliver Reed. Poi ho iniziato a bere come mio padre (morto alcolizzato, nda), aggiungendoci però la cocaina. A differenza di tanti miei amici, non rubavo per pagarmi la droga, ma lavoravo sempre. Anche se spesso sul palcoscenico mi dimenticavo le battute. Ho toccato il fondo quando mia figlia mi ha trovato collassato sul pavimento della cucina. Avevo bevuto due bottiglie di tequila e per “riprendermi” mi stavo cucinando della crack-cocaine. Non l’ho mai fumata, mi sono svegliato con mia moglie che urlava e mia figlia Zoe in lacrime: credevano che fossi morto. Forse è successo perché volevo farmi scoprire e smettere, di sicuro ero pronto per il rehab.

Poi è arrivato il tuo primo big break.
Già, l’evento che mi ha fatto svoltare! Quando a Cannes hanno creato un premio apposta per me, come attore non protagonista per Jungle Fever di Spike Lee. Ero appena uscito dal rehab e Spike mi fa interpretare il ruolo di fumatore di crack. Moddafucker. Dopo le riprese piangevo ogni giorno, era la prima volta che recitavo da sobrio. Il rehab mi ha dato la possibilità di capire chi ero veramente, e scoprire che ero OK anche da sobrio. Non è facile neanche adesso, dopo quasi 30 anni, visto che le tentazioni sono mille, pillole, canne e coca sono sempre presenti nel vocabolario dell’entertainment. Ma non sento alcun bisogno di farmi, mi piaccio così come sono.

Perché i film di Tarantino vengono costantemente criticati dalla comunità afro-americana?
Perché prima di tutto dice la verità su storie scomode che nessuno vuole raccontare. Quando abbiamo girato Django, mi ha chiesto di fare il motherfucker più odioso della storia del cinema, un negro che odia e comanda altri negri, durante la schiavitù. Spike ha odiato il film, si è incazzato parecchio e ha iniziato una campagna contro tutti i bianchi che vogliono raccontare la storia di noi neri. Secondo lui, nessuno può raccontare la nostra storia, se non noi stessi. Per me non importa il colore della fucking pelle: sempre che la storia raccontata sia scritta bene e i fatti siano corretti, un buon film è sempre un bel film. Quentin è maestro, genio di dialoghi e narrativa, e la sua conoscenza cinematografica è incredibile, mai conosciuto qualcuno che abbia una conoscenza così profonda, a livello mondiale. Sa tutto sul cinema italiano, francese, spagnolo, giapponese, indiano, coreano, islandese… A Hollywood c’è molta gelosia, Quentin è uno dei pochi registi che può fare quello che vuole. Mi ricordo quando feci Fresh (1994) di Boaz Yakin (ebreo e bianco), e tutti fuori di testa, tutti a dire: “Chi è questo motherfucker ebreo che racconta la nostra storia?”. Idem con Steve McQueen, Oscar con 12 anni schiavo e tutti a chiedersi: “Perché questo motherfucker inglese ne sa più di noi?”.

Tu e Quentin, com’è il vostro rapporto?
We are brothers, fratelli di sangue, in più amiamo film asiatici: coreani, cinesi, thailandesi… Ho una collezione di più mille titoli, ma Q mi batte, la sua è una motherfucking cineteca, di almeno 100mila film.

E quando lo accusano di istigare violenza con i suoi film?
Il cinema è fantasia, non realtà. Non diamo la colpa a qualcuno perché non sappiamo fare il nostro lavoro di genitori.

È vero che hai giocato a golf con Trump?
Verissimo, anche se lui l’ha negato su Twitter. Ha detto che non mi ha mai incontrato e che non è fan dei miei film. Big motherfucker! Quando abbiamo giocato insieme ha pure barato, perché è un giocatore mediocre. E dopo qualche mese mi ha mandato il conto a casa. Motherfucker!

Quando e con chi giochi?
Faccio parte di un piccolo club, il MountainGate Country Club, gente normale, zero big shot hollywoodiani. Possiamo vestirci come vogliamo, nessuno ti rompe le palle per seguire una certa etichetta. Ho un gruppo di amici veri con cui gioco regolarmente, tipo Don Cheadle e Anthony Anderson… Tutti al campo alle 6 del mattino, ogni giorno, giocare a golf è la mia terapia. Sono con amici, mi diverto, è il modo migliore per iniziare la giornata.

Cosa succede se Trump vince le elezioni?
Andiamo tutti a puttane. Non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Trump non può vincere. La nuova generazione è furba, zero paura di rivelare la propria identità, determinati a essere se stessi, non importano razza, colore della pelle o orientamenti sessuali. Sono loro il nostro futuro, nessuno di loro voterà Trump.

Quanto è importante la parola motherfucker nel tuo vocabolario?
Non tutti lo sanno, ma sin da bambino ho un problema di balbuzie. Per superarlo, ho sempre finto di essere qualcun altro. Ancora oggi ho delle giornate difficili, soprattutto se sono stanco e sotto pressione, a volte non riesco a pronunciare delle consonanti. La parola motherfucker mi aiuta a risettare il cervello. La dico nei miei dialoghi, quando gioco a golf, a casa mentre cucino. Motherfucker è solo una parola, non è rivolta contro nessuno, diciamo che la negatività del concetto espresso con ironia, come faccio io, aiuta a creare una situazione che mi dà una mano a sbloccare la motherfucking balbuzie.

Sempre intenzionato a lavorare tanto?
Mi aspettano tante cose. King Kong, il sequel di xXx… E poi spero di trovare del tempo per fare Afro Samurai di Takashi Okazaki, da sempre il mio sogno.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di luglio/agosto.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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