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Roan Johnson: «Questa volta l’ho fatta grossa»

‘State e casa’, film nel e sul lockdowm, è in realtà una commedia thriller che ci dice chi siamo ben oltre la pandemia. Fino a un finale che per cattiveria e potenza entrerà nei manuali di cinema

Il regista Roan Johnson, al centro, con i protagonisti del suo ‘State a casa’

Foto: Paolo Ciriello/Vision Distribution

Roan Johnson è uno di quei cineasti che non ne hanno mai sbagliata una. Da I primi della lista, una delle cose migliori scritte e dirette sugli anni di piombo e le coscienze di ferro, arrugginito, commedia politica tanto sottovalutata quanto irresistibile, fino a Piuma, massacrato a Venezia solo perché un Juno ancora più cattivo e meno paraculo nell’Italia moralista di oggi viene sopportato poco, passando per Fino a qui tutto bene – la palestra leggera di quest’ultima opera – e la serie tv I delitti del BarLume. Eppure si continua a sottovalutarlo, perché in Italia chi ti fa riflettere senza prendersi sul serio, senza “tirarsela” da grande autore, senza dimenticarsi il pubblico ai salotti buoni non piace granché. Ora l’ha fatto grossa e con State a casa va a toccare il tabù pandemia, e non la tocca piano. Quella che dai primi minuti sembra una commedia persino innocua diventa abbastanza presto un thriller esistenziale, un’indagine su coinquilini al di sopra di ogni sospetto e sulla nostra società ipocrita e ambigua, una tragedia feroce, dolce, ironica. Con un finale che ti schiaffeggia in piena faccia, una di quelle cose che fra qualche anno studieremo nei manuali di cinema.

Uno di quei film che molti non hanno neanche il coraggio di pensare e che, grazie al o nonostante il Covid, arriva in sala dal 1° luglio con Vision Distribution. E, non contento, Roan (e Carlo Degli Esposti, che con la sua Palomar sa essere pop in tv e coraggiosissimo al cinema) fa tutto questo con un cast che ha l’impertinenza di essere fatto di attori bravi, perfetti per il ruolo e non per le pagine patinate o per le conoscenze giuste. Da Dario Aita (ve lo ricorderete in Prima che la notte, dove, nella parte del figlio di Giuseppe Fava, Claudio, è un cavallo di razza che tiene testa a uno come Gifuni) a Giordana Faggiano (una sensibilità di toni e colori nella recitazione rara), fino a Lorenzo Frediani e Martina Sammarco, talenti purissimi. E con un Tommaso Ragno che non servirebbe neanche più dire che è il nostro Philip Seymour Hoffman, ma più versatile.

“Fino a qui tutto bene”, che si sente pronunciare all’inizio del film, è una tripla citazione. La favola, L’odio e il tuo secondo film, confessa.
No, anzi, ho cercato di nascondere quella frase perché nessuno pensasse a un’autocitazione. Ci sono dentro quella favola di Esopo che fu citata anche in Rapporto confidenziale di Orson Welles (e in Il piacere è tutto mio di Blake Edwards, Assassini nati di Oliver Stone e La moglie del soldato di Neil Jordan, andando a memoria, nda) e ovviamente il mitico film di Mathieu Kassovitz. Purtroppo quelli attenti come te se ne sono accorti.

Però, dai, i protagonisti di quel film e quelli di State a casa potrebbero essere coinquilini.
Verissimo, partono in modo simile, solo che finisce molto peggio. Certo, c’è un’assonanza forte tra le due opere, almeno nell’ispirazione iniziale.

Se uno volesse trovare un filo rosso nella tua carriera, è la direzione ostinata e contraria che prendi ogni volta rispetto a quello che lo spettatore potrebbe aspettarsi.
Di sicuro vale per State a casa, ho visto gente piuttosto sconvolta dopo la fine della proiezione di questo film. Mi chiedono via WhatsApp se va tutto bene o se ho preso le gocce e gli psicofarmaci. Di sicuro mi rappresenta molto, anche se il tono di commedia del mio esordio e la predilezione dell’industria per questo genere mi hanno portato verso altri lidi. Ma volevo tirare fuori la mia anima più scura, andare a fondo su temi più difficili, morbosi, ambigui. Era il momento giusto e l’ho fatto rischiando: di sicuro non sono andato a pretendere un budget di cinque milioni di euro, mi sono adattato per conquistarmi una libertà totale che chissà se avrò di nuovo. Io questa roba qui ce l’ho sempre avuta, ma solo ora ho avuto l’opportunità di mostrarla.

Tommaso Ragno. Foto: Paolo Ciriello

Il coronavirus è stato più ispirazione o pretesto?
Eh, entrambi. Ovvio che il Covid, la pandemia, sono un tema, ma la verità è che una scusa per parlare dei nostri demoni, dei nostri lati oscuri che non vediamo, o peggio fingiamo di non vedere. E invece questo periodo andrebbe usato così anche nella vita di tutti i giorni. Ci siamo trovati in una bolla spazio-temporale di fronte a paure, ansie e speranze inaspettate, e se ci fossimo davvero interrogati profondamente su tutto questo, se non avessimo evitato di confrontarci innanzitutto con noi stessi, ora avremmo capito di più della natura umana. E davvero ne saremmo usciti migliori. Era una grande occasione per guardarci allo specchio, per fermarci e ripartire. E invece continuiamo ad andare inconsapevoli incontro alla catastrofe che ci aspettava pure prima e ora semplicemente è più vicina. Eventi così sono solo massimizzatori di cose che ci sono già, evidenti o latenti. Questo film vuole essere un ammonimento e un modo per esorcizzare attraverso la catarsi. La drammaturgia dall’antica Grecia prova ad avvertirci sull’esistente e su ciò che potremmo fare e cosa invece stiamo facendo da millenni.

Lo sai che tutti i tuoi colleghi – Daniele Vicari escluso – fingono che il Covid non esista e non sia mai esistito, vero? Chi te l’ha fatto fare?
Io ho iniziato a raccontare il lockdown perché da narratore mi sembrava impossibile ignorarlo, anche se mi pongo il problema: fra cinque anni cosa dirà questo film, quando, speriamo, tutto questo ci sembrerà lontano e sfumato? Ora è molto difficile essere lucidi nel giudicarlo, nel riviverlo, ma credo che ci siano elementi universali nella storia che non faranno invecchiare State a casa. Però mi chiedo, e credo che questo sia tutto dentro il film, se prevarrà la nostra tendenza all’autodistruzione o la voglia di ricostruzione. Comunque è qualcosa che non potevamo ignorare ancora a lungo. Non potevo farne a meno, insomma.

Senza Covid avresti potuto girare quel finale e scegliere questo cast?
No. Forse non avrei potuto fare proprio questo film. Ho pensato, quando l’ho girato, che non sarebbe mai uscito al cinema. Anche per l’ingorgo che vedevamo montare con le sale chiuse e il tax credit speciale che aumentava i film prodotti ma che non si potevano distribuire. Un paradosso assurdo, quasi quanto quello per cui durante il lockdown tutti volevano film e serie e noi non potevamo darglieli. E ora siamo un settore che ha continuato a lavorare, ma la chiusura delle sale potrebbe aver dato una botta drammatica al comparto: beffa suprema, in un momento in cui il cinema italiano volava come incassi. Però è vero che forse l’aspetto positivo, almeno per me, è che mi sono potuto permettere un’opera così. Io l’ho presa in questo modo: ora o mai più, senza compromessi.

La New Hollywood in fondo fu questo: il settore morente, una scommessa su nuove storie e generazioni e una rinascita mitica ancora oggi. Dall’abisso all’età dell’oro.
Lo spero, io la mia scommessa l’ho fatta. Anche qui credo che il Covid abbia accelerato una tendenza. Penso a Your Honor, una serie con un finale incredibilmente coraggioso. E apprezzato: io nei Delitti del BarLume non avrei potuto farlo, anche se la morte la trattiamo diversamente da altri, va detto. Certo, lì conta anche che non era una serie americana ma israeliana. Il segreto forse è anche cambiare i nostri centri (geografici, produttivi, di interesse) di gravità permanente. Nel nostro caso, ha aiutato anche una banale dinamica produttiva: abbiamo girato a novembre, in un’unica location, subito dopo il primo lockdown e in poco tempo. Mi hanno aiutato anche i costi contenuti. Così diventa una occasione anche commerciale, un po’ come i primi film della New Hollywood, in effetti.

Dario Aita e Giordana Faggiano. Foto: Paolo Ciriello

Serve un nuovo patto artistico tra registi, attori, produttori e pubblico.
Allora così arrivarono Scorsese, Demme e Coppola, per dire. Altrimenti siamo destinati a un declino inesorabile. Ci aiuta anche l’eccedenza di un anno come questo, il surplus darwinianamente porta alla sperimentazione, al nuovo, anche solo per sbaglio. L’altro dato è che, anche se ho paura che io in questo momento sono entrato troppo a gamba tesa, dobbiamo avere il coraggio di affrontare come artisti un qualcosa che mette una diga tra un’epoca e l’altra. Il Covid è qualcosa che ricorderemo sempre, porterà un umorismo diverso, uno sguardo altro sulle cose, e vale pure per il cinema. Capisco che è troppo presto ora e tutti fingiamo sullo schermo che non sia successo nulla: io sto girando una serie tratta da un lavoro della Sellerio e abbiamo voluto ambientarla nel 2016 per non far finta di nulla. Ma questo è l’evento collettivo più grande mai successo alla nostra generazione, a questo mondo negli ultimi decenni. Non potremo ancora a lungo ignorarlo. E, allo stesso modo, non possiamo non pensare alle conseguenze industriali e creative che avrà nel cinema e nella cultura.

Ti senti discriminato come altri tuoi colleghi, che al massimo si contano sulle dita di una mano, per il fatto di essere uno che dice cose serie col sorriso?
Discriminazione forse è una parola forte, ma il problema esiste, hai ragione. Ed è un tema su cui rifletto tanto, perché la mancanza di riconoscibilità del tuo lavoro, per quello che vale, fa male anche psicologicamente. Di sicuro io non potrei fare a meno di fare il mio lavoro seriamente ma senza prendermi sul serio, di affrontare anche le tragedie con ironia. Non ricordo quale grande intellettuale parlava di scrittore volpe e scrittore talpa, c’è quello più superficiale che viaggia in orizzontale e quello che va a fondo. Io mi sento più vicino al secondo, ma senza mai dimenticare la leggerezza. Detto questo, non dobbiamo arrenderci, autocommiserarci: faccio un lavoro che mi piace anche se è frustrante, doloroso in alcuni momenti, ma sono un privilegiato e questo privilegio voglio meritarmelo sperimentandomi su temi e toni diversi. Però questo non toglie che voglio sfidarmi anche anche con grandi attori, grandi cast, molto presto.

E dove vuole arrivare Roan Johnson?
Il mio obiettivo è andare a fondo fondendo diversi generi, registri, a contrasto tra loro. Qui si ride – o si può ridere, alcuni non ce la fanno – fino a un attimo prima del finale. E quelli che non ci riescono mi fanno malissimo, anche se mi rendo conto che qui si parla di temi non ancora metabolizzati. Però, se si fermano prima di quanto io pensi nel ridere e sorridere, ci rimango male. Ed è anche un film drammatico, dovrei avere ambizioni diverse in proposito!

Non ci sono autocensure, paure in questo film, eppure da spettatore prima che da critico ne sono rimasto entusiasta. Mi sembra un termometro di quanto abbiamo bisogno di politicamente scorretto.
Bisogna essere cattivi, prima di tutto con se stessi. Tutte le idiosincrasie, i difetti più brutti dei personaggi, dalla gelosia alla vanità, sono anche i miei, i nostri. Quando Paolo parla del “cattivo” dicendosi “Questo potrebbe essere Matteo Messina Denaro e dobbiamo essere giusti, fare qualcosa” ma allo stesso tempo pensa al riconoscimento pubblico del suo gesto, non riesco a non riflettere su quanto possiamo essere narcisisti e poco puri quando facciamo qualcosa di buono – anche? soprattutto? – perché tutti ci possano applaudire. Un corto circuito a cui dobbiamo pensare soprattutto in tempi come questi.

Mi chiedo perché State a casa non sia andato a un grande festival. Poi mi ricordo di Piuma e sono felice per te.
Molti hanno scritto su Piuma che per certi film Venezia può fare più male che bene a certe opere, e nel mio caso è stato così. Ma dobbiamo essere tutti più coraggiosi, io ho dentro di me il rammarico che questo film non abbia quel tipo di palcoscenico, ma ora sono curioso di vedere il percorso di quest’opera, cosa succederà ora al cinema e poi su Sky. E poi mi interessa altro, onestamente: ad esempio, come vedranno il mio film i ventenni e i trentenni? Però serve un nuovo modo di scegliere, dai festival alle produzioni. Abbandonare logiche vecchie e consumate in tutto il nostro settore.

Prima di salutarti, te lo chiedo: il candore feroce di tutti i tuoi personaggi è un po’ il tuo?
Non lo so mica, sai? Però forse sì, mi sa che è legato alla mia doppia natura di toscano e inglese, oltre che alla mia passione per i maestri della commedia all’italiana. Io rido di tutto, anche delle cose sacre, della morte. Io amo Tre manifesti a Ebbing, Missouri e lì, facci caso, da Harrelson alla McDormand tiran fuori delle battute geniali e agghiaccianti. Sorridi mentre tremi di rabbia e disperazione. E la Toscana è una regione che ha quest’umorismo feroce e candido, che ridicolizza autorità e santi, e alla fine lo spirito anglosassone si sposa bene con quella attitudine dissacrante. Io pure nella vita, quando dico una cosa seria, ho una specie di editing interno in cui riscrivo la scena come se fosse in una commedia. Vedo il surreale e l’ironico anche nei funerali. Come esseri umani dovremmo imparare a non prenderci sul serio, sempre.

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