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Riz Ahmed: il suono della verità

Quella che c’è in ‘Sound of Metal’, ritratto di un batterista che si scopre non udente con cui prenota una nomination agli Oscar. E quella che mette nei suoi versi hip hop. In cui fa i conti con se stesso e la sua storia

Riz Ahmed in una scena del suo livestream ‘The Long Goodbye’

Foto: Kelly Mason

Riz Ahmed è da solo nell’immensa Great American Music Hall, una delle sale da concerto più leggendarie di San Francisco. Sa però che lo stiamo guardando. Questo momento è parte del livestream intitolato The Long Goodbye, una performance di mezz’ora tratta dal suo acclamatissimo spettacolo, a sua volta ispirato all’album omonimo del 2020. Per quelli che conoscono questo 38enne solo come attore – vincitore di un Emmy per The Night Of e ora tra i papabili candidati all’Oscar come miglior attore protagonista per Sound of Metal, in cui interpreta un batterista che perde l’udito mentre lotta contro la sua dipendenza dall’eroina – The Long Goodbye è la scoperta del lato musicale di Ahmed, che rappa rabbiosamente in questo enorme spazio vuoto su temi come il razzismo subìto in Inghilterra, dove è nato. In parte confessione recitata, in parte comizio politico, in parte concerto hip hop, The Long Goodbye è una splendida dimostrazione del talento di Ahmed con il microfono, anche se non si è mai sentito così esposto prima. «Ho sempre avuto uno spettacolo dietro cui nascondermi», canta a un certo punto. «Ma qua è di me stesso che do spettacolo».

L’attore non ha mai avuto paura di rivelarsi anche in modo molto crudo. Ma è nella musica che Ahmed mostra la vera parte di sé. E nei mesi scorsi, tra l’album e questo livestream, si è visto ancora di più. «Da attore, a volte pensi: “Ok, è questo tipo di personaggio”. Oppure “È questo che il regista vuole da me”», dice Ahmed durante la nostra chiacchierata al telefono. «Ma poi penso: “Al posto di mettermi una maschera per rappresentare un archetipo, come posso levarmi quella maschera e mettere in scena solo me stesso?”».

Nato da genitori pakistani immigrati nel Regno Unito negli anni ’70, Riz è cresciuto in una casa in cui si ascoltavano i dischi di Bob Marley. «Nelle famiglie di immigrati, i bambini erano naturalmente scoraggiati dal tentare una carriera in campo artistico», racconta Ahmed. «Ma la cosa principale che ci tramandiamo è la nostra cultura: la nostra musica, le nostre canzoni, la nostra danza, il nostro cibo, le nostre tradizioni. È questo ciò che ci rende ricchi. Ogni immigrato è, in un certo senso, un artista capace di costruire qualcosa dal niente».

Ahmed è passato presto all’hip hop, anche se, quand’era più giovane, era diventato un nome noto sulla scena delle battaglie rap. Nel 2006 registrò Post 9/11 Blues, un pezzo diventato virale in cui, con uno stile alla Eminem, condannava ironicamente la Guerra al Terrore che prendeva come bersaglio tutti coloro che avevano la pelle più scura (“Siamo tutti sospettati, perciò guardatevi letteralmente alle spalle / Ho fatto una scoreggia e sono stato arrestato per attacco chimico”). Ahmed allora usava lo pseudonimo di Riz MC e faceva parte del collettivo hip hop Swet Shop Boys: l’album The Long Goodbye uscito a marzo, proprio all’inizio della pandemia, è stato il primo lavoro per il quale ha usato il suo vero nome. Ma Ahmed non lo sta facendo per convincere il pubblico di essere più di una star di Hollywood. «Quando sei più giovane, sei spinto dal bisogno di dimostrare alle persone che si sbagliano», osserva. «Quando arrivi alla mia età, se stai ancora facendo qualcosa – soprattutto qualcosa che non ti fa guadagnare così tanto – sono altri i motivi che ti muovono. Io faccio musica perché è parte di quello che sono. È il mio modo di lavorare sulle mie idee e di metabolizzare le mie emozioni. E anche il modo di rielaborare quello che succede nel mondo».

Su un tappeto sonoro che abbraccia la jungle music, i ritmi dell’Asia del Sud e la vibe da dancehall, in The Long Goodbye Ahmed si confessa apertamente a proposito del sentirsi ancora un outsider, nonostante il successo raggiunto come attore. I suoi versi sono sinceri, graffianti, sensibili: «Metto la verità nella mia musica», rappa nel disco. «Sputo la mia verità, che è scura». «Condividere il proprio lato più intimo fa paura», ammette Ahmed. «Ma sto comprendendo sempre di più che il punto è esattamente questo. Se puoi dare un nome a ciò che ti fa soffrire, allora puoi guarire, e puoi aiutare anche gli altri a stare meglio. La performance diventa un rito di guarigione. È come una medicina».

Quando nel 2011 pubblicò Microscope con il nome di Riz MC, Ahmed si stava già facendo conoscere come attore, grazie ai ruoli nella satira nerissima Four Lions e nel dramma ambientato nel mondo del giornalismo televisivo Lo sciacallo – Nightcrawler. Ma è stato l’ingaggio nel 2016 in The Night Of, in cui interpreta un newyorkese accusato di omicidio, a rinvigorire indirettamente anche la sua carriera musicale. Per prepararsi al ruolo ha chiesto aiuto a un amico, Himanshu Suri, più noto con il suo nome da rapper: Heems. «Visto che sono un ragazzo indiano nato nel Queens da un padre tassista, gli ho mostrato il quartiere di Jackson Heights, dove sono cresciuto, e gli ho fatto conoscere la mia famiglia», ricorda Heems. «Un anno dopo, Riz è tornato da me dicendomi: “Stavo pensando a un progetto, al nome da dargli e tutto il resto…”». Quel progetto era Swet Shop Boys. Lo status di Ahmed nell’universo hip hop crebbe, grazie al mix di colonne sonore di Bollywood e influenze qawwali con cui metteva all’angolo il bigotto sistema delle forze dell’ordine occidentale. «Riz è molto meticoloso, quando si tratta di musica», dice Heems. «È concentrato, determinato, ossessionato dal lavoro, mentre io tendo ad essere più lento, a improvvisare di più. Riz viene dal mondo del rap e dalla poesia, ha la capacità di tradurre qualsiasi cosa in un’ispirazione».

La sfondo musicale di Sound of Metal sembra un’evoluzione naturale, in grado di tenere insieme le due grandi passioni di Ahmed. Ma, nella parte del batterista che deve fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito, ha dovuto affrontare una sfida ancora nuova. «Non sono mai stato un grande fan del metal, del punk, dell’hardcore», ammette. Ma si è esercitato per mesi per diventare un batterista convincente, ed è riuscito a trovare un linguaggio sonoro comune tra la sua musica e quella del film. «Il punto d’incontro tra me e il mio insegnante di batteria è stato il drum and bass, la jungle music. Sono cresciuto a Londra, nel panorama della dance si sentiva questa incredibile influenza dei ritmi giamaicani. Dalla vecchia scuola all’hardcore alla jungle al drum and bass alla garage alla dubstep: è tutto collegato».

Riz Ahmed in ‘Sound of Metal’. Foto: Amazon Studios

Da musicista, la prospettiva di diventare un non udente, cosa che getta il personaggio di Ahmed in una spirale discendente, suona terribile. Ma l’attore vede la malattia di questo musicista in modo diverso: «Mi interessava l’idea di non avere più nessun tipo di controllo su di te: può sembrare una maledizione, ma in alcuni casi è un dono». Darius Marder, il regista di Sound of Metal, ha spostato la lettura che fa Ahmed della parabola del protagonista, e ha girato le sequenze musicali in un vero club di fronte a un vero pubblico di appassionati di metal, per amplificarne il realismo. «Per Riz l’hip hop è un genere che ha a che fare con l’intelletto», dice Marder. «Riguarda le parole, i pensieri, le idee. Penso che suonare la batteria sia stato per lui qualcosa di viscerale, istintivo. Che ora il metal gli piaccia o no, non lo so. Ma penso che non scorderà mai quella sensazione di immediatezza quasi primitiva che ti dà quel genere di musica».

L’immediatezza è anche il tratto principale del livestream di The Long Goodbye, un palcoscenico perfetto per lo stile infuocato di Ahmed, per i suoi versi velocissimi che vanno dall’autoanalisi alla critica sociale. Suo nonno era un poeta, e Riz dice che è stata sua madre a passargli «il dono della parlantina», ma crede anche che l’amore per le parole derivi dal viaggio della sua famiglia. «Quando parli più di una lingua, è inevitabile essere interessato allo spazio che c’è tra le parole», dice. «A tutte quelle cose che le parole non possono esprimere. Ai concetti che solo certe parole in certe lingue – o addirittura in certe bocche – possono rappresentare. Come puoi dire cose che non possono essere dette?».

Anche se ora è impegnato nella corsa di Sound of Metal verso gli Oscar, il livestream gli permette di affrontare le sue origini asiatiche e la paura di non essere accettato per il colore della sua pelle in Inghilterra, che in The Long Goodbye lui chiama “la terra di nessuno”. In questa performance, vuole che il mondo capisca cosa significhi non sentirsi accolti in una società razzista. «Ne scrive anche Zadie Smith: “Quello che voglio fare nel mio lavoro è rendere parole come ‘nero’ o ‘inglese’ dei concetti così larghi da poterci stare dentro anch’io senza sentirmi a disagio”», cita Ahmed. «Ma di recente sono arrivato a una nuova conclusione. Forse la nostra casa è l’arte. E questo è il mio compito: rendere quella terra di nessuno un luogo abitabile. Forse il mio lavoro è solo una mappa per ritrovare la via di casa. E alla fine è proprio a quello che hai scelto di fare, che finisci per appartenere».

Da Rolling Stone USA