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«Riscopriamo il cinema di Truffaut in un’epoca di autobiografismo social»

Per celebrare il cinefilo, il regista, il critico e anche “l’estremista in tutto” è uscito un libro di oltre 700 pagine che ripercorre vita, opere e contesto storico di uno dei maestri del cinema mondiale. Abbiamo intervistato l’autrice Paola Malanga

François Truffaut negli anni ’60

Foto: Robert Siegler/INA via Getty Images

«Ci ha mostrato come la propria vita, a saperla raccontare, possa incontrare davvero quella degli altri. In un periodo di autobiografismo diffuso e sfrenato come il nostro, tra selfie e stories su Instagram, direi che è un’eredità fondamentale». A 90 anni dalla nascita, che cade proprio oggi (domenica 6 febbraio 2022), Paola Malanga – critico e giornalista cinematografica – ci ha presentato il suo ultimo libro che già dal titolo dice tutto: Il cinema di Truffaut (Baldini+Castoldi). Una riedizione aggiornata (di 720 pagine totali), visto che era stato pubblicato la prima volta nel 1996, ancora più rivolta non solo a chi sente la mancanza del cinefilo, del critico e del regista, ma anche e soprattutto a chi non lo conosce. In un’epoca di serie in streaming e film guardati sugli smartphone, forse conviene gettare uno sguardo a chi inventò un nuovo modo di fare critica, scoprendo Hitchcock e i film americani, al regista che inaugurò la Nouvelle Vague con I 400 colpi e, soprattutto, all’artista in grado di trasformare il personale in universale, rivolgendosi a tutti gli spettatori, ma parlando a uno a uno in modo confidenziale.

L’autrice, nel raccontarci François Truffaut, scomparso nel 1984, lo descrive in tutta la sua insolenza e tenerezza, capace di amori dissennati e di odi furibondi, e allo stesso tempo ricostruisce un’intera epoca, quella dei Cahiers du Cinéma di André Bazin e della Cinémathèque di Henri Langlois, sullo sfondo della guerra d’Algeria e del Maggio ’68. Senza rinunciare a un’analisi dettagliata film per film, chiedendosi ogni volta le ragioni di successi e flop, capolavori e mezzi fallimenti. Che è l’unico modo per rendere giustizia a un uomo che Gérard Depardieu ha descritto con queste parole: «Era un ribelle, un estremista in tutto. Ed era generoso sempre dieci secondi in anticipo sulla generosità degli altri, come Platini sul pallone. Con un’eleganza folle». Ma oltre all’uomo ci sono le opere, che sarebbe necessario non perdere di vista, come ha spiegato Paolo Mereghetti nella prefazione: «È proprio questo il cinema di cui si dovrebbe sentire maggiormente la mancanza e il bisogno, quel cinema à l’ancienne capace di coniugare le esigenze e le ambizioni dell’autore con il rispetto e la riconoscenza per un pubblico curioso e appassionato. E Truffaut di quel cinema era stato, più che un campione, un autentico paladino». Ma il maestro che oggi celebriamo è più presente che mai, come ci ha spiegato proprio l’autrice del volume.

Paola Malanga, come mai, nonostante il cinema di oggi sembri lontano anni luce da quello di Truffaut, il regista francese è ancora considerato un simbolo?
Truffaut è ancora molto amato: basta digitare il suo nome sul web e ci si accorge quanto sia vivo nella memoria di oggi, ovunque. Credo che i motivi di questa presenza, molto più che simbolica, siano fondamentalmente due: conosceva bene e amava follemente il cinema, e amava follemente chi condivideva la sua ragione di vita, cioè il pubblico del cinema. Gli spettatori dei suoi film avvertono questo sentimento autentico, magari con una consapevolezza diversa, ma non hanno dubbi al riguardo. Truffaut incarna il cinema con tutto sé stesso, parlando ancora sia ai cinefili sia agli spettatori occasionali.

Quali sono i suoi maggiori insegnamenti?
Non credo che Truffaut abbia voluto insegnare qualcosa. È stato un autodidatta libero e appassionato, con i banchi e le cattedre non ha mai avuto un buon rapporto. In compenso ha sempre mantenuto un desiderio bruciante di apprendere tutto ciò gli interessava, e l’ha fatto con un metodo implacabile, totalizzante, avvincente. Ci ha lasciato innanzitutto l’idea che la passione per il cinema e per i libri può riempire anche il vuoto più lancinante e trasformare una esistenza destinata a perdere in una vita piena di bellezza continua. Ci ha fatto capire bene quanto sia importante formarsi un pensiero personale e critico sulle cose, e non smettere mai di esercitarlo. Infine, ci ha mostrato come la propria vita, a saperla raccontare, possa incontrare davvero quella degli altri. In un periodo di autobiografismo diffuso e sfrenato come il nostro, tra selfie e stories su Instagram, direi che è un’eredità fondamentale.

Particolarmente interessante nel suo libro è la ricostruzione dell’epoca in cui si muove Truffaut, anni decisamente entusiasmanti, ma anche di grandi cambiamenti.
Truffaut è stato bambino durante l’Occupazione e nel dopoguerra, giovane negli anni ’50, adulto precoce nei ’60, maturo nei ’70. Ha attraversato questi decenni con un’idea fissa, il cinema, che prima ha frequentato da spettatore onnivoro, poi ha messo a soqquadro e rifondato dal punto vista critico e infine praticato con una coerenza unica. Il decennio per lui più complesso è stato sicuramente quello post ’68, quando comincia a soffiare forte il Vento dell’Est, come avrebbe detto il suo amico e poi ex amico Jean-Luc Godard. Truffaut non può accettare che la rivoluzione tagli la testa al cinema che ama e prosegue per la sua strada, da solo, con ostinazione ma anche rispetto per chi non è più d’accordo con lui. Verrà ignorato a lungo dai Cahiers du Cinéma versione maoista e tuttavia non smetterà di finanziarli: la libertà di espressione vale per tutti, anche per gli ex compagni di avventura che hanno cambiato orientamento.

Facciamo un salto in avanti. Rispetto ad allora, in che stato di salute vede il cinema odierno?
Il cinema oggi vive un momento di transizione per quanto riguarda la fruizione. Non è il primo, naturalmente, ma rischia di essere decisivo perché coinvolge l’esperienza fisica e collettiva della sala in modo molto più significativo che in passato. E il tentativo di archiviare quest’esperienza insostituibile rischia di avere delle ripercussioni in un certo senso fatali per il cinema da farsi, che potrebbe accontentarsi di schermi pocket, sguardi intermittenti e distratti, like messi a caso e in solitudine.

Rivede nei registi di oggi ancora dei rimandi al cinema di Truffaut?
Truffaut e il suo cinema sono più presenti di quanto non si creda negli autori di oggi. A volte con omaggi dichiarati, altre volte in maniera più nascosta, anche occulta, cosa che a Truffaut, maestro della finzione all’ennesima potenza, sarebbe piaciuta tantissimo. Si sente sempre, secondo me, quando un regista contemporaneo ha visto e amato Truffaut perché prima o poi non può fare a meno di dirgli a suo modo grazie.

Per chi non lo conoscesse, quali film si sente di consigliare per iniziare ad apprezzarlo?
Innanzitutto, I 400 colpi, vero e proprio film di fondazione, che illumina l’intera opera successiva. Poi, a seconda delle fasi della vita, tutti gli altri: Jules e Jim, Effetto notte, Adele H., La camera verde, La signora della porta accanto… Truffaut mi accompagna da quando ero piccola. Vidi per la prima volta I 400 colpi un pomeriggio in tv, per caso. Lo stava guardando mia madre e io rimasi ipnotizzata da Antoine Doinel (il personaggio interpretato da Jean-Pierre Léaud, che poi tornerà in altri tre lungometraggi e un episodio di un film del regista, ndr) e dall’amore enorme che tutto il film, in bianco e nero, aveva per lui. A quell’età io avevo visto solo i cosiddetti film per bambini: all’improvviso mi parvero noiosissimi, finti, superati. Truffaut aveva smascherato tutto in un colpo solo, un colpo da vero maestro, una specie di magia. E per me continua a farlo.

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