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Pietro Castellitto, il fantasista del nuovo cinema italiano

Sì, è figlio d'arte, ma anche basta. Perché a Venezia debutta con un'opera prima "scritta, diretta e interpretata" che è una bomba. E questo è il suo anno, tra il nuovo film di Gabriele Mainetti 'Freaks Out' e la serie tv su Totti

Pietro Castellitto in una scena del suo esordio alla regia, ‘I predatori’

Foto: Matteo Vieille

I suoi attori lo definiscono nell’ordine «un artista completo con una semplicità e una consapevolezza disarmanti», «un regista che dominava il set con una leggerezza straordinaria: a volte qualcuno storceva il naso all’inizio, ma alla fine aveva sempre ragione lui», «la più bella scoperta degli ultimi anni». Confermiamo. Con I predatori, opera prima di Pietro Castellitto, è nato un autore. Lasciate perdere il cognome e lo status di figlio d’arte x 2 (di Sergio e della scrittrice Margaret Mazzantini). Pietro, 28 anni, ha fatto tutto a modo suo. Al padre non ha fatto nemmeno leggere la sceneggiatura, per dire. E a Venezia ha presentato un debutto esplosivo che avrebbe dovuto stare nel concorso principale, una commedia dai toni grotteschi e surreali in cui racconta del clash tra una famiglia neofascista proprietaria di un’armeria e una borghese radical con mamma regista pluripremiata e papà medico. Elaborando con un’ironia disarmante pure un giustificatissimo complesso edipico.

Espletiamo subito le formalità: che hanno detto i tuoi genitori del film?
È piaciuto tanto a entrambi. Sotto questo aspetto papà mi lascia molto libero, non si sarebbe mai sognato di dirmi come dovevo farlo. Oddio, magari se glielo avessi chiesto… Perché poi è uno che appena si rilassa i consigli li dà (sorride). Soprattutto l’hanno trovato entrambi un lavoro sincero, mi riconoscevano nel film. Questa per loro è la cosa più importante.

L’autenticità.
Sì, e devo dire che l’ho riscontrato pure io. Il film può piacere o meno, ma il fatto che riguardandolo ritrovi la mia personalità mi rende sereno. Tanto uno non può avvelenarsi la vita cercando di controllare e indirizzare il pensiero altrui, alla fine la gente penserà sempre quello che vuole.

È vero che c’è stato un periodo in cui avevi deciso di dire basta con la recitazione?
Avevo smesso dopo aver fatto svariati provini per progetti per cui non ero stato preso. Mi sembrava di dover affrontare una ferocia di giudizio che normalmente le persone incontrano a 35-40 anni, da attori affermati, invece io la riscontravo da giovanissimo, senza aver fatto nulla e quando ero ancora molto confuso. Non mi sentivo libero dentro quel ruolo, e mi autoconvinsi che non ero neanche capace.

E poi?
Feci l’assistente alla regia sul set di papà, portavo da mangiare agli attori… E lì un po’ mi ritornò tutto e dissi: «Tutto sommato, forse…». Quell’esperienza fu utilissima, mi ha fatto veramente capire come funziona il set, perché da attore percepisci la punta dell’iceberg e basta.

So che hai scritto la sceneggiatura a 22 anni, e che c’è voluto tempo per farsela produrre. Quand’è che hai capito che potevi buttarti con la regia?
Questo non lo capisci mai, presumi di capirlo. Ho pensato di poterlo fare quando ho iniziato a scrivere il copione con l’intenzione poi di farci il film, senza delegare la sceneggiatura a nessuno. Credo che la decisione di non fare più l’attore mi abbia dato la libertà quasi mentale di pensare alla regia, perché non avevo altre possibilità. Ero convinto che non avrei più recitato e, se non avessi fatto il regista, cos’altro avrei potuto fare? Così ho deciso che ero in grado.

E quest’anno sta succedendo davvero tutto: il 22 ottobre esce I predatori, a dicembre Freaks Out di Gabriele Mainetti, stai girando la serie tv su Totti. Come reggi la pressione?
Ho faticato talmente tanto in questi anni che sono esausto.

Quindi paradossalmente adesso ti stai rilassando.
Esatto. Quando mi dicono «Totti è un’icona, andrai incontro a tanti giudizi», sai cosa? Pace. Anche perché sono stato preso alla sprovvista varie volte da più piccolo. Magari sentivo gente che diceva: «Questo raccomandato di merda fa schifo, parla troppo veloce, non si capisce». Una cattiveria che proprio non mi aspettavo. È come se inconsciamente avessi sviluppato una strana resistenza, una scorza che mi rende un po’ immune.

E che ti fa tirare fuori l’ironia che vediamo nel film?
È un modo per superare la timidezza, ma anche per riflettere. Spesso i pensieri più interessanti che ho fatto sono nati alla fine di una risata. Dobbiamo anche ricordarci che le umiliazioni che subisci nella vita ti aiutano a diventare ciò che sei, e che se non incontri predatori non sviluppi nemmeno l’ironia, che è una dote indispensabile al cinema come nella vita.

Mi sembra di capire dalle foto su Instagram che tu e i fratelli D’Innocenzo siete amici.
Sì, tanto.

Credi che ci sia una sensibilità comune in quello che fate, che poi sviluppate con toni e colori diversi?
Assolutamente sì, con loro riesco veramente a ridere di tutto. E questo è anche un buon parametro per valutare un’amicizia, nel senso che se puoi ridere di qualsiasi argomento, allora vuol dire che coltivi con quella persona un cantuccio di libertà incredibile.

Lavorerete insieme?
Anni fa scrivemmo delle serie. Ci conosciamo da tanto, da due anni prima che li scoprisse il pubblico, perché abbiamo lo stesso agente. Lessi La terra dell’abbastanza l’anno prima che facessero il film. Fu una percezione immediata, la sensazione di avere a che fare con delle persone che ancora non si erano espresse, ma avevano un mondo dentro. E questa cosa mi ha fatto sentire meno solo.

Pietro Castellitto dirige una scena sul set dei ‘Predatori’. Foto: Matteo Vieille

Le musiche dei Predatori sono dei Cani. Com’è nata la vostra collaborazione?
Sono sempre stato un grande amante dei Cani: feci vedere il film a Niccolò Contessa, tra l’altro una versione più lunga di 20 minuti. E a lui piacque tantissimo: il suo personaggio preferito è Dario Cassini. L’idea era di creare una melodia che ritornasse e che desse la sensazione di qualcosa che sta per esplodere e non esplode mai. Perché è un po’ il tema del film: una tensione che cresce, cresce. È come se fosse un’intro continua. E poi il brano parte sui titoli di coda, alla fine.

Il primo ciak com’è andato? Te la sei fatta un po’ sotto?
Non guardavo la scena, perché solitamente dopo il primo ciak c’è lo stop e il regista parla. Quindi ho pensato per tutto il tempo a come potevo esordire. Poi verso la fine è successo qualcosa che non mi piaceva. E ho detto soltanto quello. Da lì mi sono reso conto che spesso potevo anche non esprimere nulla, magari dire solo: «Rifacciamola». E poi piano piano trovi quell’equilibrio con te stesso che ti permette di capire al volo quello che si potrebbe migliorare.

Come ti vedi in futuro, più come regista o più come attore?
Entrambe le cose. Non necessariamente in modalità “scritto, diretto e interpretato”. Magari non sempre interpretato.

Ma invece questo Totti?
Mi hanno detto: «Non puoi dichiarare nulla, qualsiasi cosa ti esca dalla bocca ci fanno il titolo e si inventano l’articolo» (ridiamo). Sono andato per anni in curva. E nutro soltanto la speranza di renderlo felice.

Sei in ansia per la prova del nove dei Predatori con il pubblico?
Sono curiosissimo di vedere e sentire le reazioni della sala. Fosse per me girerei la poltrona e passerei il film a guardare il pubblico. Anche se a ’sto giro non ha tanto senso, perché stanno tutti con la tenda in faccia. Ma la curiosità vince sicuramente l’ansia.