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Pierfrancesco Favino, ‘Padrenostro’ e quegli anni bui con cui non faremo mai pace

Abbiamo incontrato l’attore insieme a Claudio Noce, regista del film in concorso a Venezia 77. Una storia generazionale nell’Italia “di piombo”, per fare i conti con un passato che pesa ancora

Pierfrancesco Favino in ‘Padrenostro’ di Claudio Noce

Foto: Emanuela Scarpa

Buonanotte, buonanotte fiorellino, dalla radio di un Fiat 1400 scuro che ti porta in vacanza in Calabria. Buonanotte tra le stelle e la stanza, sul rallenti di un attentato terroristico del 1976 ricostruito con la tecnica ossessiva di oggi e l’effetto spiazzante che avevano i Pink Floyd in Buongiorno, notte di Bellocchio. Effetto che, a ripensarci, la canzone di De Gregori aveva in realtà già allora (e De Gregori aveva imparato da Dylan sia quella canzonetta che la provocazione per eccesso di canzonetta).

Non è ancora tutto per spiegare la scelta di avere Buonanotte fiorellino nella colonna sonora di Padrenostro di Claudio Noce, visto in concorso a Venezia. «De Gregori, Simon e Garfunkel, Jesus Christ Superstar e Selling England by the Pound sono stati la colonna sonora della mia infanzia», dice Pierfrancesco Favino, che del film è protagonista e produttore. «Sia mia sorella che il fratello di Claudio suonavano sempre Rimmel, e noi lo sentivamo dalle loro porte». «Rimmel era la mia ninnananna», conferma Claudio Noce, che nella realtà aveva appena un anno e svela in questo film una storia dimenticata della sua famiglia: un commando di Nap sparò al padre vicequestore sotto casa, lui si salvò, morirono un poliziotto della scorta e chi aveva sparato. «La coincidenza davvero particolare è che i genitori di De Gregori abitavano vicino a Claudio», riprende Favino. «Poco dopo l’attentato, Francesco si trovò a passare di lì e conobbe la mamma di Claudio. Me l’ha ricordato lui quando sono andato a trovarlo per chiedergli il permesso di usare la canzone».

Padrenostro racconta un tempo lontano, quello del terrorismo italiano e delle persone che da una parte o dall’altra l’hanno vissuto in prima linea, ma che ancora ci riguarda per le cicatrici profonde che ha lasciato anche a chi ne è stato soltanto spettatore. C’è anche di peggio, ed è l’incapacità cronica di aver fatto veramente i conti con quella stagione, di averla chiusa come si dice e come si è visto nel caso Battisti, l’ultima volta che il terrorismo degli anni ’70 si è ripresentato da noi come un fantasma. «C’era un pericolo, e un rischio reale», dice ora Claudio Noce, commentando le reazioni tiepide alle prime proiezioni del suo film. «Se tocchi quella cosa devi prenderti tutta una serie di responsabilità, e io invece volevo raccontare una storia privata e una storia di sentimenti».

Claudio racconta la Storia con la “macchina ad altezza bambino”, come si legge dei film di Truffaut. «Non parliamo solo di uno sguardo, ma anche di un punto di vista interiore», precisa meglio Favino, che nel film ha la parte del padre vicequestore. «E cioè di un luogo dove c’è tutto il possibile e il probabile, tutto può incrociarsi e trovare un’altra forma. Nella testa di un bambino si perdono i rapporti causa-effetto. Anch’io come Valerio ho avuto l’amico immaginario. Si chiamava Marco e passavo un sacco di tempo con lui». È la storia privata di una vacanza in Calabria con parenti e con fantasmi, ma anche di un amico immaginario e di un amico vero, figlio (si scoprirà) di uno dei terroristi che hanno fatto l’attentato.

«A me non interessava più di tanto raccontare l’attentato, anche perché era il mio trauma», va avanti Claudio. «La mia famiglia aveva deciso di dimenticare, ha attuato proprio un meccanismo di rimozione. D’altra parte, mio padre faceva quel lavoro come si diceva una volta al servizio dello Stato, non era un reazionario, durante il processo diede una sorta di perdono a quelli che avevano fatto l’attentato, disse: è finita, se queste persone vogliono ricominciare che lo facciano pure. Questo ci tengo davvero a ricordarlo». Continua: «Poi, come tanti, sono stato un ribelle, ho occupato i centri sociali. Ci sono stati momenti in cui nascondevo di proposito questa storia, erano altri anni, quindi la pacificazione del film è anche rispetto a questa cosa qua. E a un certo punto ho conosciuto gente dall’altra parte, sono diventato loro amico, ci siamo confrontati tanti anni fa, in particolare con il figlio di un ex brigatista col quale ci siamo detti le stesse cose: lui stava sveglio di notte perché pensava che gli ammazzassero il padre. Io, a 6-7 anni, aspettavo i miei al balcone e nella mia testa mi ripetevo: adesso sento gli spari. Perché pensavo che potessero tornare di nuovo».

Favino ha 51 anni, Claudio Noce 45. Ne approfittano per “fare generazione” con questo film. «Se ci pensi bene, la nostra generazione è stata quella che ha saputo raccontare le cose in un altro modo, quella che ha progettato i primi videogame», osserverà Favino a un certo punto di questo incontro. «Noi diciamo oggi che i nostri figli sono sommersi da tante informazioni, però anche noi eravamo bombardati. C’era uno stile giornalistico che era molto crudo, leggevamo i paroloni delle rivendicazioni, sui giornali c’erano le foto dei morti…». Nel film ha avuto vicina sua figlia Lea, nella parte della sorellina del protagonista. «Mi ha fatto piacere, ma ci tengo a dire che non l’ho raccomandata». Non posso risparmiargli un’ultima battuta: nonostante sia il produttore, non ha potuto evitare che suo figlio nel film fosse laziale. Accetta lo scherzo: «È stata una cosa molto difficile da affrontare. Ma sono riuscito a ottenere che nella sceneggiatura non dovessi mai pronunciare il nome di un giocatore della Lazio di allora». Impossibili pacificazioni.