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Favino, un italiano su Netflix: «Il pubblico vuole alternative»

L’attore romano è sulla piattaforma streaming con la serie storica "Marco Polo" e nei cinema con il film "Suburra"

Pierfrancesco Favino, 46 anni - Foto stampa

Pierfrancesco Favino, 46 anni - Foto stampa

Pierfrancesco Favino è il volto emblematico di una generazione di attori abbastanza curiosi da comprendere le potenzialità delle nuove tecnologie, arrivando ad affidare la propria carriera ad un’innovativa esperienza di fruizione del prodotto cinematografico.

L’artista romano, 46 anni di cui 26 trascorsi di fronte alla macchina da presa, è sulla piattaforma Netflix nel ruolo di Niccolò, padre di Marco Polo nella serie storica dedicata al grande viaggiatore, e nel frattempo, nei cinema, veste i panni dell’onorevole corrotto Filippo Malgradi nel film Suburra di Stefano Sollima, anch’esso distribuito negli Stati Uniti da Netflix, che nel 2017 ne farà una serie.

La locandina italiana di "Marco Polo", su Netflix dal 22 ottobre

La locandina italiana di “Marco Polo”, su Netflix dal 22 ottobre

 

Qual è il tuo rapporto con Netflix?
Ce l’avevo già da tempo: lo attivai in un periodo in cui viaggiavo parecchio per lavoro, pensando che se non mi fosse piaciuto avrei sempre potuto disattivarlo con un click. Invece poi ci sono andato abbastanza “a ruota”, come si dice a Roma: mi ha sorpreso per la quantità di contenuti. Ad esempio ho scoperto Breaking Bad, Orange Is The New Black e House Of Cards, o tanti documentari. Dal punto di vista della distribuzione penso sia un’opportunità straordinaria di cui forse ancora non si è ancora capita l’entità. Basti pensare che Suburra nel momento in cui esce in Italia esce in America del Nord, del Sud e in Canada: significa che ha 50 milioni di potenziali spettatori e per il cinema italiano è un volano straordinario, che nemmeno i film da Oscar hanno mai avuto.

Secondo te il pubblico italiano ha voglia di cambiare così tanto le proprie abitudini?
Il problema è proprio che nell’atteggiamento creativo e produttivo si pensa che il pubblico sia uno solo, io penso invece che il pubblico sia stanco e non solo sia pronto, ma desideroso di avere un’alternativa.

Com’è stato il lavoro su un set americano?
Grandi differenze, in realtà, non ce ne sono; certo, la dimensione set è diversa. Poi la novità sta nel fatto che di solito sei abituato a lavorare con un regista, mentre nel caso di Marco Polo, ad esempio, ce n’erano cinque, quindi costruisci la confidenza con uno poi la devi ricostruire con un altro; oppure nella stessa settimana lavori ad episodi diversi con registi diversi. Fare dei confronti è sempre ingiusto e spinoso, perché non è solo un fatto di capacità, ma soprattutto di investimenti.

Il tuo personaggio in Marco Polo non è molto positivo.
Penso che una delle libertà creative sia anche quella di interpretare un padre non per forza buono, indagando un rapporto d’affetto e d’amore che ha anche dei lati oscuri. Certi personaggi negativi liberano la coscienza del pubblico, lo rendono consapevole che esistono pulsioni dentro di noi che non sono bianche o nere.

Marco Polo rispetta in pieno i criteri storici?
John Fusco, l’ideatore della serie, ha fatto sette anni di ricerche sulla cultura mongola e sulle arti marziali. Poi nel cinema americano c’è una forma di libertà che permette di staccarsi dalla realtà per farne mito. Ad esempio Suburra non chiede certo alla gente di pagare un biglietto per vedere una storia che ha già letto su tutti i giornali: stiamo prendendo un fatto e lo stiamo elevando alla possibilità narrativa, che fortunatamente va al di là della cronaca.

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