‘Petite maman’, i bambini ci (ri)guardano | Rolling Stone Italia
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‘Petite maman’, i bambini ci (ri)guardano

E anche le loro emozioni, finalmente ‘vere’. Céline Sciamma porta ad Alice nella Città 2021 il suo piccolo grande film sospeso tra favola e lockdown. L’abbiamo incontrata

‘Petite maman’ di Céline Sciamma

Foto: Teodora Film

Due sono le cose del bel Petite maman di Céline Sciamma – ora ad Alice nella Città 2021 “prestato” dall’ultima Berlinale, poi nelle sale dal 21 ottobre e infine su MUBI – che stanno e restano lì, durante e dopo. La prima: quella sensazione d’intimità sospesa unanimemente vissuta nel lockdown, che in qualche modo ha a che fare anche con la genesi di questo film. La seconda: una battuta della piccola protagonista che più o meno dice – vado a memoria – «voi grandi raccontate sempre un sacco di cose su quando eravate bambini, ma mai come stavate davvero, mai le vostre emozioni».

Céline Sciamma è stata la Giovane Regista di Tomboy, e ci si pensa subito, di fronte a quest’ultimo lavoro. E poi la Grande Autrice di Diamante nero (titolo italiano meh di Bande de filles), La mia vita da zucchina (da sceneggiatrice), fino a Ritratto della giovane in fiamme. Ora arriva questa cosa solo apparentemente piccola: la nonna di Nelly muore, la bambina si ritrova nella sua casa in campagna con la mamma, che però poi se ne va, e però, in qualche modo, resta. Come “piccola mamma”, in una specie di Poltergeist di cui però è meglio non dire altro. «Quella frase incarna lo spirito del film», mi dice Sciamma a proposito di quella cosa delle infanzie dei grandi che sono sempre “finte”, «da adulti si raccontano solo gli aneddoti su quando si era piccoli, mai la verità. Io volevo che i personaggi, anche le bambine, fossero pieni, che fossero delle persone vere. I bambini sono densi di emozioni quanto gli adulti, è questo il pensiero alla base del film».

Petite maman è un film per ragazzi e non solo, parla pure al pubblico adulto e all’emozione collettiva – questo l’altro punto – dell’isolamento, della costrizione, pure della memoria rirovata, che tutti abbiamo vissuto. «L’idea, in realtà, mi era venuta mentre lavoravo a Ritratto della giovane in fiamme, era lì nella mia testa, e poi questo copione ho iniziato a scriverlo: era subito prima del primo lockdown. Però poi, me ne rendo conto, tutto è cambiato, quel sentimento di dolore, di solitudine, è diventato collettivo, e anche i bambini soffrivano, sentivano questo grande senso di malinconia… E quindi sì, la pandemia ha in parte influenzato il film, l’ha reso forse più significativo, più legato a questo tempo. Non sono cambiate le dinamiche narrative che avevo in mente, ma forse si è caricato di un’urgenza diversa». Le riprese hanno ulteriormente condizionato l’atmosfera, e pure quello dallo schermo passa. «Abbiamo girato durante il secondo lockdown, e il sentimento è cambiato ancora. Era come entrare in una bolla, stavamo nel nulla, in campagna, fra tre case, le bambine si toglievano la mascherina, si entrava in un altro mondo…».

Domando a Sciamma se è vera la mia impressione: che il suo cinema sia sempre come un reset, ci aveva lasciati con un grande mélo in costume (arrivato fino agli Oscar) e ora ecco questa piccola fiaba, quasi una storia della buonanotte, una filastrocca fatata. «È come se volessi ogni volta sorprendere me stessa, prima che il pubblico», replica lei. «Ma i miei film sono sempre in qualche modo legati, la logica alla base è sempre la stessa, penso sempre a personaggi che siano forti, qualunque sia la loro storia. È vero, in Petite maman c’è Tomboy, ma non avrei mai potuto fare quest’ultimo film prima di Ritratto della giovane in fiamme».

Céline Sciamma – ed è assai riduttivo definirla così – è “la regista donna” che anima il dibattuto sull’industria che deve cambiare, e anche grazie a lei è successo. Ma Petite maman non è una storia di bambine, è una storia di tutti. Forse è questo, il risultato che bisogna puntare a raggiungere. «Le nuove voci, come si dice, ci sono perché vogliono partecipare e avere un ruolo attivo, e hanno tutto il diritto di farlo. Negare che si possano racconare storie di donne significa che non solo le donne perdono la possibilità di conoscerle: quella possibilità la perdono tutti».

Torniamo al lockdown, mi piace sempre chiedere ai registi quali sono state le visioni che ricordano, tra quelle dell’infinita era pandemica. «Ho visto tanti film muti fatti dalle donne, come quelli di Germaine Dulac, che con il suo “cinema magico” ha in parte ispirato Petite maman. E ho amato I May Destroy You di Michaela Coel: ecco, quella è una cosa che dovrebbero vedere tutti, una storia di tutti».