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Perdere per vincere: il ritorno di M. Night Shyamalan

Il regista torna al cinema con 'Glass' e racconta come è risorto dalle ceneri, ammette che all'inizio della carriera era un rompicoglioni egocentrico e che fare un film con meno soldi significa avere più libertà.

Raramente ci sono situazioni in cui attori e registi dicono esattamente quello che hanno in mente, soprattutto quando si pongono loro determinante domande. Non stavolta. This is not one of those times. Nel bel mezzo delle interviste per Glass tutti hanno rivelato qualcosa che volevano levarsi di dosso, quei sassolini nelle scarpe che fanno un male mostruoso, almeno finché non li togli. Ci troviamo a NY in uno dei soliti hotel, quando mi indicano la stanza di M. Night Shyamalan, che incontro per la presentazione del nuovo film, Glass appunto, con James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson e la tremenda Sarah Paulson, di cara memoria American Horror Story.

Credit: Jessica Kourkounis/Universal Pictures.

Ci si saluta. “What’s up, man“, mi fa i complimenti per le sneakers Air VaporMax, mi dice che siamo alti/bassi uguali, che ama cacio e pepe, che dell’Italia adora storia ed edifici e, che essendo grande tifoso della pallacanestro, una volta ha anche visto giocare una squadra di Milano (deduco fossero le mitiche scarpette rosse). Ovvio che la prima domanda sia sul basket, non nostrano, ma pro yankee, NBA.

M.Night, NBA is fan-tastic?
Sì, nessuno gioca come noi. Sono un fan dei Sixers, ho fatto fatica a digerire la politica piuttosto arrendevole della squadra, anche se capisco benissimo che Trust The Process era l’unico modo per essere in qualche modo rilevanti, dopo anni di stagioni da dimenticare. Perdere perdere e perdere ancora per sperare di trovare una gemma che esca dai college. Ce l’abbiamo fatta con Joel Embiid e Ben Simmons, vediamo dove arriveremo. Ma il mio giocatore preferito della storia NBA è Tim Duncan, genio, star, ma sempre al servizio della squadra, sapeva fare tutto. Anche sua Maestà Michael Jordan non scherza. Poi c’è Kobe… gli ultimi due sono i più irriducibili e infaticabili di tutti. A loro perdere stava proprio sul cazzo! (ride) Su di loro si poteva contare.

Perdere perdere perdere… come diventare un’appendice, dopo essere stato etichettato come giovane regista prodigio per Il sesto senso?
In un certo senso sì, perché solo perdendo e mettendoti in dubbio puoi per prima cosa vedere se ami veramente quello che fai e, in seconda battuta, se hai le palle per andare avanti. Non dirò mai che alcuni dei miei lungometraggi hanno fatto schifo, preferisco dire che ci sono stati film che sono piaciuti e film che non sono piaciuti, ma sono tutti frutto del mio sudore.

Sei conosciuto come scrittore/regista delle proprie masturbazioni mentali… Mai pensato di arrenderti e fare un film scritto da qualcun altro?
No, mai, anche se mi hanno offerto di dirigere il quarto film di Indiana Jones e un paio di capitoli della saga di Harry Potter. Ho rifiutato perché mi sono sempre sentito vivo, vitale, un giorno sei Superman e il giorno dopo ti senti un verme. L’importante è sapere che ci sono due tipologie di problematiche alla base del tuo malessere: devi dividere la vita e i problemi in due colonne, le cose che puoi controllare e le cose su cui invece non hai controllo. E poi, ho sempre continuato a segnare indizi e particolari nel mio quaderno, non ho mai smesso di fare ricerca, di vivere.

Quale quaderno?
Il quaderno che mi porto sempre dietro e sul quale segno tutto quello che mi piace, che attira la mia attenzione, che mi fa perdere la concentrazione…. In questo caso ho segnato la tua risata, l’imprecazione “fucking” che usi per sottolineare uno stato d’animo (verissimo, Shyamalan), Lo Squalo che è il film-ossessione di tua figlia e le Air VaporMax.

C’è stato un momento in cui ti sei preso una rivincita dopo film decisamente fallimentari come Signs, E venne il giorno, L’Ultimo dominatore dell’aria, persino After Earth?
Quando dopo aver bussato alle porte di decine distributori nessuno voleva fare The Visit. L’unico che ha detto di sì è stato Jason Blum. Il film al botteghino ha fatto il botto, con 100 milioni di dollari. E qui ho capito che avrei potuto risalire la china, fare un altro film dei miei, tenendo un budget basso e ritrovando tutte le cose che mi definiscono.

Quali sono le cose che ti definiscono?
Cinematograficamente adoro fantasmi, religione e il conflitto che ne deriva, stilisticamente amo le atmosfere suggestive e inquietanti, sempre al limite fra fantasia e realtà; non posso scrivere niente se alla fine non c’è un twist finale che sorprende il pubblico, e soprattutto, visto che odio volare, preferisco fare i miei film vicino alla mia amata Philadelphia, the city of brotherly love.

Finali a effetto e suspense, proprio come Hitchcock?
Sì, il mio regista preferito di sempre, e del quale ho studiato tutti i film. È grazie a lui e al suo senso malato dell’umorismo che ho deciso di copiarlo nei camei. E anche se le mie non sono semplici apparizioni come le sue, è merito di Hitchcock se compaio nei miei film.

Parliamo di Glass, di Split e anche di Unbreakable. Avevi sempre pensato di fare 2/3 film?
Sì, anche se originariamente Unbreakable e Split erano un film solo. David (Bruce Willis) e l’Orda si sfiorano alla stazione del treno, David vede qualcosa e decide di seguirlo. Per questioni narrative e di suspense ho dovuto per forza separarli, altrimenti tutti i personaggi – le tre ragazze imprigionate incluse – non avrebbero avuto lo spazio per respirare, ci sarebbe stata troppa carne al fuoco. Mi è andata bene, e il fatto che Split abbia fatto 300 milioni di dollari mi ha permesso di ripropormi con il terzo film, Glass.

Quindi potremmo aspettarci altri sequel, un universo Shyamalan popolato da David Dunn, l’Orda e Mr. Glass, tipo l’Universo Marvel?
No, assolutamente no. Per due motivi: odio i film tipo Avengers, non fanno per me, e sopratutto perché sono il proprietario dei diritti dei sequel di tutti i miei film, proprio per questo motivo, per non dare a nessuno, non importa quanti soldi si possono guadagnare, di fare scelte al posto mio.

Meglio film a budget limitato che film da 100 milioni?
Sì, perché in film da budget dai 6 ai 15 milioni di dollari, chi accetta di farli, sa che deve creare qualcosa di interessante, di nuovo, che merita, e così come la crew, anche il cast – se accetta di fare un mio film low budget – sa di avere una libertà creativa illimitata. Posso farvi letteralmente cagare addosso come e quando voglio. Un piccolo budget mi permette di essere creativo, di parlare di violenza sessuale, di minorenni, di abuso, di cannibalismo …immaginati se fosse stato un film da studios! Mi permette anche di contattare Bruce Willis e fargli firmare una liberatoria per il finale di Split, costato solo 9 milioni, e anche ingaggiarlo per un fantomatico prossimo film, all’insaputa di tutti, studios ed executive compresi. Meno soldi si traducono in più libertà.

Non secondo Samuel L. Jackson che, durante le interviste, ha detto che in Unbreakable eri abbastanza “un rompicoglioni egocentrico” (parole testuali), che tutto doveva essere fatto a modo tuo…
Vero, tutto vero. Ero giovane e stressatissimo, sentivo il dovere di ripetermi dopo Il sesto senso e soprattutto non conoscevo gli attori, non mi fidavo. Mi sbagliavo. E glielo dissi, anticipando anche che ci sarebbero stati altri film. Peccato che per mantenere la promessa siano passati quasi 20 anni.