Foto: Steven Chee per 'Variety'

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Perché Sacha Baron Cohen è tornato con Borat: «La democrazia era in pericolo»

Il sequel del cult di 14 (!) anni fa non era previsto. Ma poi è arrivato Trump. E il comico più trasformista in circolazione ha sentito il bisogno di tirare fuori dall’armadio i baffoni del finto reporter kazako, come racconta a 'Variety'. E nemmeno il Covid è riuscito a fermarlo. Anzi: potrebbe arrivare ai prossimi Oscar

Sacha Baron Cohen voleva concludere Borat – Seguito di film cinema, il sequel del suo mockumentary di enorme successo del 2006, con il botto. Ma Rudolph Giuliani, il burocrate di Trump che sperava di riuscire a immortalare mentre si metteva in ridicolo davanti alla telecamera, non collaborava. L’ex sindaco di New York City era arrivato in una suite d’albergo per essere intervistato per un documentario, Keeping America Alive, non aveva idea che fosse falso; i registi del seguito di Borat gli avevano detto che era incentrato sugli sforzi del presidente per sconfiggere il coronavirus. (Un promo inventato includeva lo slogan: «Dove Trump ha visto un nemico invisibile, i Democratici hanno visto un amico invisibile».) Il team di Borat aveva provato più volte a tendere trappole a un membro della cerchia ristretta del presidente, cioè Donald Trump Jr., e al CEO di MyPillow e suo sostenitore Mike Lindell; ma Giuliani, l’avvocato personale del presidente, era diventato l’obiettivo principale.

Foto: Steven Chee per ‘Variety’

Il problema era che Giuliani si era rifiutato di fare un test rapido per il Covid, violando i severi protocolli di sicurezza che Baron Cohen e i suoi produttori avevano stabilito per girare il film durante la pandemia. «C’è stato un dibattito su cosa fare», ricorda Baron Cohen. «”Andiamo avanti con questa scena? Cosa succede se ha il coronavirus?”. E abbiamo concluso che ne valeva la pena». Il risultato è un’intervista che verrà ricordata come una vergogna. Sembra infatti che il “sindaco d’America” si proponga alla sua interlocutrice sullo schermo (Maria Bakalova, che interpreta Tutar, la figlia di Borat, nda) chiedendole il numero di telefono e l’indirizzo di casa dopo che lei lo ha portato in una camera da letto adiacente. Lì, lui si sdraia sul letto e si infila le mani nei pantaloni. Giuliani insiste che si stava mettendo a posto la camicia; il cast e la troupe di Borat non sono d’accordo. «Il film è uscito e tutti possono interpretare la situazione come vogliono», afferma Bakalova. «Sentivo che non si sarebbe comportato così con un uomo, e io dovrei essere vista come una donna e non come un oggetto sessuale».

È stato anche un esempio dei rischi che Baron Cohen e il team di Borat – Seguito di film cinema erano disposti a correre imbarcandosi in un’avventura non solo per fare satira sull’America nell’era Trump, ma anche per smascherare il fanatismo che ha contribuito ad alimentare l’ascesa al potere del 45esimo presidente degli Stati Uniti. La missione ha portato questo moderno Tocqueville dalle sale della Conservative Political Action Conference ai palchi delle manifestazioni anti-lockdown, dove è stato gomito a gomito con i teorici della cospirazione di QAnon e con i manifestanti armati di semiautomatiche. «È molto audace, e ci sono un sacco di pericoli. Ma c’è una grande discrepanza tra chi è come persona e chi vedi sullo schermo», dice Seth Rogen di Baron Cohen, un suo vecchio amico. «Quando impari a conoscerlo bene, capisci che è un ragazzo ebreo nevrotico, e il fatto che abbia scelto un mestiere in cui si mette davvero in pericolo non torna».

Borat – Seguito di film cinema è il tipo di commedia oltraggiosa sul filo del rasoio che Baron Cohen aveva sperato di lasciarsi alle spalle dopo aver finito Brüno. Il mockumentary del 2009 su un appariscente fashionista austriaco gay ha visto Baron Cohen rischiare la vita e l’incolumità fisica mentre si confrontava con tutti, dai cacciatori armati e omofobi ai membri della Westboro Baptist Church. Vedeva anche Sacha pronto a mollare le sue messinscene d’assalto per una forma di umorismo sceneggiata, in cui le battute sono pronunciate nella sicurezza di un set hollywoodiano chiuso. «Dopo Brüno, sono rimasto abbastanza traumatizzato», spiega Baron Cohen, che, come dice Rogen, sembra molto lontano dal personaggio bizzarro che porta sullo schermo, nel corso di un’intervista di 90 minuti in cui alterna citazioni di Voltaire con divagazioni sulla Storia medievale. «Per circa sei mesi, ogni volta che sentivo una sirena della polizia, iniziavo a innervosirmi, perché ero stato inseguito tantissimo dalle forze dell’ordine. Ho giurato che non avrei mai più fatto un altro film sotto copertura».

La sua determinazione è svanita con le elezioni del 2016. Quello successivo è stato un periodo molto fruttuoso nella vita professionale di Baron Cohen, che lo ha visto impugnare la satira come arma di resistenza. Non solo ha fatto rivivere Borat, ma si è anche guadagnato voci di un possibile Oscar e le migliori recensioni della sua carriera con il personaggio di Abbie Hoffman nel Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin. Le due performance sono complementari, ed entrambi i progetti fanno parte di uno sforzo più ampio per dare un senso alla doppia natura della psiche americana: la spinta progressista per un futuro più diversificato e quella opposta a sostenere lo status quo.

I film hanno debuttato mentre Baron Cohen faceva qualcosa di diverso. Da quando è emerso come potenza comica con Da Ali G Show, la star 49enne ha evitato la pubblicità, preferendo rilasciare interviste nei panni di Borat, Brüno o uno dei suoi altri personaggi. Nel novembre 2019, ha lasciato a casa protesi e parrucche per il summit Never Is Now dell’Anti-Defamation League. Lì, l’attore ha tenuto un discorso in cui ha attribuito la colpa all’aumento dei crimini d’odio e dei pregiudizi a Facebook, Twitter, YouTube e altre piattaforme di social media. Ha sostenuto che il loro rifiuto di sorvegliare annunci politici e rimuovere commenti inesatti in nome della libertà di parola sovralimenti le teorie del complotto e metta in pericolo gli ideali democratici. «Su Internet, tutto può sembrare legittimo», aveva detto Baron Cohen. «Breitbart pare la BBC. I Protocolli dei Savi di Sion sembrano validi quanto un rapporto dell’ADL – Fighting Antisemitism and Hate. E le lamentele di un pazzo sembrano credibili quanto le scoperte di un vincitore del premio Nobel. A quanto pare, abbiamo perso un senso condiviso dei fatti fondamentali da cui dipende la democrazia».

L’attore esitava a farsi avanti, ma si è convinto su sollecitazione del capo dell’ADL Jonathan Greenblatt. «Sono una celebrità molto riluttante», dice Baron Cohen. «Ho passato tutta la mia carriera cercando di evitare la notorietà. Sono anche molto diffidente nei confronti dell’idea che un personaggio famoso forzi in qualche modo le proprie opinioni su altre persone». Il suo discorso era diventato virale, in parte perché era alle prese con problemi che riguardavano i social media da anni. Preoccupato per la riluttanza di Facebook e Twitter a controllare i fatti e i politici che vomitano falsità, Baron Cohen ha contattato tutti i Mark Zuckerberg e Jack Dorsey del mondo attraverso canali informali solo per ricevere un gentile rifiuto. «La mia conclusione è che queste sono persone molto carine che stanno facendo cose orribili, e si giustificano affermando che non c’è bene senza male», spiega Baron Cohen. «Non sono d’accordo con questo principio. Penso che dovrebbero provare a portare avanti un business positivo e cercare di sbarazzarsi della parte negativa».

Baron Cohen non si è limitato a parlare del pericolo che vedeva nel lasciare il potere della Silicon Valley incontrollato: si è organizzato. L’attore ha contribuito a creare Stop Hate for Profit, una coalizione di gruppi per i diritti civili e organizzazioni di difesa come NAACP, Color of Change, Free Press e ADL, pensati per ritenere le aziende tecnologiche responsabili dei discorsi di odio sulle loro piattaforme. Per questo il gruppo ha convinto celebrità di serie A, vedi Katy Perry e Kim Kardashian West, a boicottare Instagram per 24 ore. Ha anche organizzato un esodo di inserzionisti come Coca-Cola e McDonald’s da Facebook per fare pressione affinché la società prendesse provvedimenti contro la disinformazione diffusa dagli utenti. «Se esiste Stop Hate for Profit è grazie a Sacha», afferma Roger McNamee, consulente dell’organizzazione e tra i primi investitori su Facebook che si sono poi rivelati critici. «È una specie di nostro leader spirituale. Ha portato con sé un’enorme energia e urgenza, oltre a quella scintilla creativa».

E i giganti della tecnologia hanno iniziato a rispondere: Twitter ora include disclaimer sui falsi tweet di importanti personalità politiche come Trump, mentre Facebook ha accettato di rimuovere le “fake news” sul vaccino contro il coronavirus. «Non so se ci sia stata una persona nella vita pubblica che si è impegnata di più e ha utilizzato la propria piattaforma in modo più efficace di quanto abbia fatto Sacha per affrontare questi problemi in modo incredibilmente costruttivo», racconta Greenblatt. «Ha catalizzato un cambiamento profondo».

Foto: Steven Chee per ‘Variety’

Baron Cohen, nato in un sobborgo di Londra, è cresciuto come fan dei Monty Python e di Peter Cook, ma una volta ha detto che Peter Sellers è stato «la forza più determinante» nel plasmare le sue prime idee sulla commedia. Borat Margaret Sagdiyev, il giornalista televisivo kazako considerato la creazione più popolare di Baron Cohen, fa risalire le sue origini a una serie di scenette che il comico ha realizzato in un programma di Granada Talk TV da tempo dimenticato, visto che il canale televisivo britannico andò in onda per poco meno di un anno dal 1996 al 1997. Inizialmente noto come Alexi Krickler e successivamente come Kristo Shqiptari, il personaggio di Borat è stato in parte ispirato da un tassista russo che Baron Cohen ha incontrato durante i suoi viaggi. Nel corso degli anni, Borat è apparso in Da Ali G Show, dove era uno dei tanti personaggi assurdi in lizza per l’attenzione del pubblico, prima di passare alla celebrità del cinema a tutti gli effetti con Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Quel film è diventato un successone al botteghino, incassando 262,6 milioni di dollari in tutto il mondo e facendo di lui una delle figure comiche più riconoscibili, insieme allo Charlot di Chaplin e all’ispettore Clouseau di Sellers. Ha anche reso un compito difficile per Baron Cohen e i suoi collaboratori quello di far rivivere Borat, perché gran parte del suo fascino consisteva nel gettare fumo negli occhi di americani ignari, spronandoli a rivelare i loro pregiudizi più reconditi.

Invece Baron Cohen ha cercato di trovare modi alternativi per mandare a gambe all’aria il trumpismo. Ha usato la sua serie Showtime del 2018, Who Is America?, per creare personaggi che potrebbero servire da cavalli di Troia per un altro mockumentary sugli Stati Uniti. Uno, l’esperto israeliano di antiterrorismo Erran Morad, è stato un successo, e Baron Cohen ha iniziato a realizzare un lungometraggio a lui dedicato, sulla scia di Borat e Brüno. Quel progetto però è stato abbandonato. Due anni fa, Baron Cohen ha fatto rivivere brevemente Borat per un’apparizione al Jimmy Kimmel Live!, durante la quale è andato di porta in porta nel Westlake Village di Los Angeles in un tentativo satirico di ribaltare i risultati delle elezioni di midterm per Trump. È rimasto sorpreso da quanti degli intervistati non sapessero che Borat fosse una messinscena, e non un sostenitore di Trump dell’Europa orientale con idee retrograde su donne e minoranze.

«Avevo appena consegnato la bozza del film su Erran Morad, e Sacha mi ha chiamato e mi ha detto: “Hai presente quel progetto? Lasciamolo stare. Facciamo Borat, invece”», ricorda Anthony Hines, il produttore e co-sceneggiatore di Borat – Seguito di film cinema. Però, c’era un problema. Baron Cohen era impegnato in altri film. Il suo coinvolgimento nel Processo ai Chicago 7 è iniziato nel 2007, quando dietro la macchina da presa c’era ancora Steven Spielberg, ma il suo interesse per il leader hippie va indietro ai suoi giorni all’Università di Cambridge, dove era concentrato sulla Storia. Ha scoperto Hoffman per una tesi che stava scrivendo sul coinvolgimento degli ebrei nel movimento per i diritti civili americano.

«Quando ha sentito che la produzione si stava rimettendo in moto e che avremmo girato il film, si è messo in contatto con me per chiarire che la parte era ancora sua e che non avrei preso in considerazione altri attori per il ruolo», afferma Sorkin, che ha ereditato la regia del film da Spielberg, oltre ad aver scritto la sceneggiatura. Baron Cohen è stato attratto da Hoffman perché comprendeva il potere dell’umorismo per attirare i sostenitori del movimento per la pace. «Sapeva che diventando uno stand-up comedian avrebbe avuto un impatto maggiore sulla folla, e il suo scopo era influenzare le persone, convincerle a correre rischi enormi contro la guerra in Vietnam», dice Baron Cohen. «Ha usato lo humor per ispirare la gente e si è reso conto che giocare con l’assurdo era un modo per minare istituzioni che pensava fossero corrotte».

Foto: Steven Chee per ‘Variety’


Sul set, Baron Cohen ascoltava i discorsi di Hoffman tra una ripresa e l’altra in modo da poter padroneggiare il suo particolare stile retorico. I risultati sono sorprendenti. Non è un’imitazione, ma qualcosa di molto più ricco. Una performance che canalizza lo spirito iconoclasta di Hoffman e scava nella sua anima ribelle per ricordare a una nuova generazione di spettatori perché il suo attivismo era tanto radicale e così disperatamente necessario. Durante una sequenza chiave verso la fine del film, in cui Hoffman prende posizione per sostenere che l’accusa del governo federale contro i manifestanti della Convenzione Nazionale Democratica faceva parte di un elaborato processo-farsa, Sorkin si è assicurato che l’aula fosse piena di comparse. «Avevo la sensazione che a Sacha piaccia avere un pubblico», dice Sorkin. «Sono già stato su set in cui la troupe e le comparse applaudono alla fine del take, ma non avevo mai visto nulla di simile all’esplosione di applausi che ha travolto Sacha quando ha finito la sua testimonianza. Era una combinazione di “Wow, è stato fantastico” e “Wow, non sapevo che Sacha Baron Cohen fosse in grado di farlo”».

Baron Cohen era così impegnato nell’interpretazione di Hoffman da sospendere le riprese di Borat – Seguito di film cinema nell’autunno del 2019, in modo da poter completare i due mesi di lavorazione del Processo ai Chicago 7. Entrambi i progetti erano una corsa contro il tempo e speravano di debuttare nel 2020 prima delle elezioni presidenziali. Baron Cohen era stato rassicurato dal suo team produttivo che sarebbe stato in grado di farcela se tutto avesse funzionato secondo i piani. C’era una cosa però che nessuno avrebbe potuto calcolare: il Covid. Le riprese del sequel di Borat si sono interrotte la scorsa primavera quando il virus ha colpito gli Stati Uniti. «Ero totalmente rassegnato al fatto che non sarebbe uscito prima delle elezioni», ricorda Hines. «Sembrava essere morto e sepolto. Ho pensato che avremmo dovuto reinventare il film».

Ma Baron Cohen era determinato a non mollare. Credeva che il virus e la risposta incompetente dell’amministrazione Trump rendessero il messaggio ancora più rilevante. «Sentivo che la democrazia era in pericolo, che la vita delle persone era a rischio e mi sentivo in dovere di finire il film», dice Baron Cohen. «In origine parlava del pericolo di Trump e del trumpismo. E quello che il coronavirus ha dimostrato è che c’è un effetto letale nella sua diffusione di bugie e teorie del complotto».

Lavorando con esperti di salute pubblica della Johns Hopkins University, il team di Borat ha sviluppato protocolli di sicurezza che includevano sborsare un milione di dollari per test e dispositivi di protezione personale. A giugno, il film è diventato uno dei primi grandi progetti di Hollywood a tornare in produzione. I realizzatori hanno anche preso la decisione di incorporare il coronavirus nella trama, invece di ignorare la crisi. «Anziché scappare da come il mondo stava affrontando il coronavirus, ho sentito che avremmo dovuto buttarci a capofitto nella questione», racconta Baron Cohen. «Borat è un personaggio finto, interpretato da me, in un mondo reale. Se inducessimo le persone a togliersi le maschere, sarebbe un personaggio fittizio in un mondo falso, manipolato, quindi le basi della commedia non funzionerebbero».

Andare avanti con la produzione ha richiesto anche un cambio di programma quando si è trattato di fare uscire il prodotto finito. La Universal aveva programmato di distribuirlo al cinema, ma Baron Cohen ha deciso di venderlo a un servizio di streaming perché era chiaro che molte sale sarebbero state ancora chiuse in autunno. Alla fine, Amazon Prime Video si è fatta avanti per acquistare il film e distribuirlo. Il processo ai Chicago 7, originariamente in mano a Paramount, avrebbe subìto un destino simile, vendendo i diritti di distribuzione a Netflix per portare il film davanti agli americani prima dell’Election Day. «Non voglio sostenere egoisticamente che le persone, una volta visto Borat, non avrebbero votato per Trump, ma questo era l’obiettivo», dice Baron Cohen, spiegando che ha scelto di non ritardare l’uscita fino alla riapertura dei cinema perché il suo scopo era fare in modo che quante più persone possibili guardassero il mockumentary prima del 3 novembre.

Il Paese che Borat esplora nel film è diverso da quello che ha attraversato nella sua prima incursione sul grande schermo. I cambiamenti sono più drammatici delle mascherine della gente, un ricordo persistente della pandemia che ha cambiato tutto. Quando Borat diceva qualcosa di razzista o antisemita nel primo capitolo, riceveva un tacito appoggio, ma c’era ancora imbarazzo a riconoscere il fanatismo o la misoginia. Queste inibizioni si sono atomizzate durante l’amministrazione Trump, con la retorica del presidente sui Muslim Ban e sui muri di confine che incoraggiano le persone a unirsi con orgoglio mentre Borat canta di aver fatto a pezzi i giornalisti “come fanno i sauditi” o di bombardare i cinesi “come nella Seconda guerra mondiale”. È divertente, ma anche profondamente inquietante.

«L’America che stava esplorando, a differenza di quella del film precedente, era un luogo molto più oscuro e folle», dice Adam McKay, che ha diretto Baron Cohen in Ricky Bobby – La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno. «È un viaggione, quello che fa. Pareva quasi di vedere “come si chiama” risalire il fiume dopo Kurtz (il colonnello antagonista di Apocalypse Now interpretato da Marlon Brando, ndt), ma divertente».

Forse la sorpresa più grande del film è il suo cuore pulsante. Il Paese che ha di fronte è cambiato duramente, nei 14 anni trascorsi dall’ultima volta che è stato sugli schermi cinematografici, ma Borat come personaggio abbraccia lentamente il suo femminismo interiore nel corso del sequel. Borat – Seguito di film cinema inizia con il protagonista che desidera regalare sua figlia al vicepresidente Mike Pence, ma si conclude con lui che la salva dalle grinfie di Giuliani, dopo aver capito che «le donne dovrebbero avere diritti». Una rinascita politica nata dal suo amore per Tutar. «Sono rimasto sbalordito», dice McKay. «Sapevo che sarebbe stato un film esilarante, ma quello che non mi aspettavo era che avesse un lato così dolce».

La produttrice Monica Levinson ritiene che la trasformazione politica di Borat serva come necessario rimprovero al trumpismo e alla svolta a destra della Corte Suprema su questioni come il diritto all’aborto: «L’epoca in cui i diritti delle donne sono ancora oggetto di controversia nel Paese e dove un uomo che parla apertamente di “prendere le donne per la vagina” (“grab ’em by the pussy”) può essere eletto presidente sembrava il momento giusto per sfidare il patriarcato», dice.

Girare il sequel non ha solo richiesto a Baron Cohen di aprirsi dal punto di vista emotivo; doveva anche esporsi a rischi maggiori. Le sue guardie del corpo lo hanno esortato a indossare un giubbotto antiproiettile, quando è salito sul palco per esibirsi in una canzone satirica chiamata Wuhan Flu durante una manifestazione di destra a Olympia, nello Stato di Washington, e uno di loro ha affermato di aver intravisto un manifestante che metteva mano alla sua arma da fuoco in un momento particolarmente caldo. E queste sono soltanto le minacce evidenti; ce n’erano anche di invisibili, derivanti dal coronavirus. Durante le riprese in Romania (dove sono state girate le parte ambientate in Kazakistan), Baron Cohen e diversi membri della troupe hanno condiviso un set con due attori che in seguito sono risultati positivi al Covid. Il team di Borat ha noleggiato un aereo e ha fatto volare il cast e la troupe esposti al virus a Los Angeles, nel caso avessero bisogno di cure mediche. Nessuno si è ammalato, ma il resto delle scene di Baron Cohen in Romania sono state girate usando una controfigura, e in seguito l’attore è stato inserito digitalmente nelle sequenze grazie al green screen.

«Ci sono stati momenti durante la realizzazione in cui ho pensato: “Perché diavolo lo sto facendo?”», racconta Baron Cohen. «”Non ha senso. Sono pazzo? C’è qualcosa di profondamente sbagliato in me?”». Indipendentemente dai motivi della volontà di Baron Cohen di aprirsi alle fiondate e alle frecciate di attivisti di estrema destra e di trumpisti cospiratori, il film è riuscito a mettere in ombra la sorpresa preparata dal presidente per ottobre. Borat – Seguito di film cinema è uscito mentre Giuliani stava cercando di suscitare interesse per i discutibili rapporti con l’estero di Hunter Biden (il secondo figlio di Joe Biden, ndt), ma il comportamento sullo schermo dell’ex sindaco lo ha reso un portavoce problematico. Una volta contate le schede, il film ha anche minacciato di far deragliare la campagna di Giuliani contro la vittoria di Biden, con l’avvocato di Trump che occasionalmente ribolliva quando veniva intervistato sulle sue affermazioni infondate di frode elettorale. «Sono davvero felice che, ogni volta che il suo nome viene menzionato quando cerca di minare il risultato delle elezioni, venga ricordato alla gente che quello è il tizio con le mani nelle mutande», dice Baron Cohen.

Borat – Seguito di film cinema ha avuto successo oltre le ambizioni di Baron Cohen, ma non aspettiamoci un terzo capitolo di Borat. Sacha è pronto ad appendere i baffi del personaggio al chiodo: «Ho riportato Borat sullo schermo a causa di Trump», spiega Baron Cohen. «C’era uno scopo molto preciso in questo film, e non vedo davvero motivi per farlo ancora. Quindi sì, l’ho chiuso nell’armadio».

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Questa intervista è stata pubblicata su Variety