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Per amore di Almodóvar

Con 'Dolor Y Gloria' – in concorso a Cannes –, il regista scrive e dirige il suo '8½'. E nei panni del suo alter ego c'è Antonio Banderas: «Pedro è sempre rimasto fedele a se stesso, non ha mai accettato l'invito di Hollywood»

Le strane coincidenze abbondano nei film di Pedro Almodóvar, dagli incontri fortuiti alle identità sbagliate. Ma nel suo ultimo film, Dolor Y Gloria, non è certo un caso che un poster di di Fellini abbellisca le pareti dell’appartamento di qualcuno, o che il protagonista, Salvador Mallo, sia un regista spagnolo gay che sta invecchiando, con i capelli grigi arruffati, e con un nome che contiene tutte le lettere in “Almodóvar”.

Sono solo alcuni dei segnali che questo nuovo film del cineasta di Tutto su mia madre sia, in molti modi, tutto su se stesso. Mallo, interpretato da Antonio Banderas (che collabora spesso con il regista), è l’alter ego di Almodóvar, 69 anni, e un’eco del Guido Anselmi di Fellini: un regista che si affaccia al crepuscolo della vita, fisicamente e psicologicamente fragile, visitato da ricordi d’infanzia e ossessionato dalla perdita. C’è sesso. C’è amore. E, essendo questo un film di Almodóvar, c’è la mamma (interpretata in gioventù da Penélope Cruz, altra attrice che il regista dirige spesso).

Dolor Y Gloria verrà presentato al Festival di Cannes, con Almodóvar e Banderas presenti alla kermesse insieme per la prima volta dal 2011 dopo La pelle in cui abito. Entrambi sono figure familiari sulla Croisette. Almodóvar ha presieduto la giuria nel 2017 e ha provocato scompiglio quando ha proclamato il suo sostegno alla decisione del festival di vietare la competizione ai film di Netflix a meno che non siano destinati a una distribuzione al cinema, un presa di posizione che il giurato Will Smith ha prontamente deriso. Nelle interviste con Variety a Madrid, Almodóvar e Banderas continuano a sostenere la loro opinione su Cannes, anche se Banderas ha concluso le riprese di The Laundromat per Netflix, e, sorprendentemente, Almodóvar dice (prendi nota, Ted Sarandos) che è aperto all’idea di lavorare con il gigante dello streaming.

«Non mi ci vedo a fare quello che definirei un film Netflix originale o esclusivamente per la piattaforma, perché mi mancherebbe la sala come luogo in cui proiettare il mio lavoro», dice il regista, che va al cinema una volta la settimana, anche se nessun film in particolare cattura la sua immaginazione. «Ma potrei vedermi in futuro a fare una serie – non una serie monotematica, ma forse composta di diversi episodi o racconti brevi, quasi come fossero cortometraggi… Sarebbe un modo per uscire dalle costrizioni di un film, che dura un’ora e mezza, o di un episodio, che dura solo mezz’ora».

Sfidare le convezioni è un segno distintivo dell’opera di Almodóvar, 21 film, soprattutto la sua volontà di mettere i personaggi LGBT in primo piano e al centro della storia, molto prima che Ellen DeGeneres o Laverne Cox comparissero sulla cover di Time. «Quell’aspetto era parte della mia vita, ne ero circondato», dice. «Quindi era qualcosa che volevo inserire nei miei film, per renderlo naturale».

Nonostante le sue radici cattoliche, la Spagna ha abbracciato i matrimoni omosessuali e ha rafforzato le politiche nei confronti delle persone transessuali. Banderas, 58 anni, crede che il suo vecchio amico Pedro abbia contribuito a quel cambiamento. «Conoscevo il potere che Almodóvar aveva sulla moralità in Spagna», dice Banderas. «Fra cinquant’anni racconteremo come abbia descritto alla perfezione un momento molto particolare della storia del nostro Paese, quando tutto è stato distrutto per permettere il cambiamento».

Per ora entrambi possono crogiolarsi nell’adulazione un po’ inaspettata in patria per Dolor Y Gloria, che è stato distribuito in Spagna a marzo. Gli spagnoli non sempre sono stati gentili con il loro regista più famoso dopo Buñuel (o viceversa), ma il suo nuovo film è stato apprezzato quasi all’unanimità per la qualità della narrazione e il suo stile scarno ma bellissimo che contrasta con quello di molte delle sue opere precedenti.

Sony Pictures Classics, che ha distribuito 11 film di Almodóvar, tra cui Donne sull’orlo di una crisi di nervi, distribuirà Dolor Y Gloria negli Stati Uniti il 4 ottobre e in Italia il 16 maggio. (Sony ora possiede i diritti dell’intera opera del cineasta). Il regista considera il film come il pannello finale di un trittico iniziato con La legge del desiderio (1987) e La mala educación (2004). Un critico spagnolo descrive Dolor Y Gloria come un “film oscuro e ossessivo, ma allo stesso tempo pieno di luce ed emozione”. Un altro recensore lo chiama “una sintesi e una riflessione su tutto ciò che aveva fatto prima”.

Hai detto di odiare i biopic, ma questo film non è un biopic su di te?
Pedro Almodóvar: Questo non è un film biografico su di me e non è nemmeno un ritratto. Ovviamente è un film che parte da me. C’ero io alla base della sceneggiatura che ho iniziato a scrivere. Ma poi, andando avanti, è diventato come un qualsiasi altro film che avrei scritto. Non si può prendere questo lungometraggio alla lettera, ma ho percorso tutte le strade che percorre il personaggio di Antonio nel film, e le conosco tutte in profondità. Pensa alla prima scena del film. Il personaggio di Antonio è sospeso nell’acqua, galleggia, senza gravità. Quell’immagine proviene dalla mia vita, perché durante l’estate era il mio posto preferito dove andare, immergermi e restare lì, senza peso, senza sentire il mio corpo o alcuna tensione. Subito dopo aver scritto quella scena in piscina, ho associato un altro ricordo della mia infanzia, che è sempre nel film, di mia madre e delle sue vicine mentre lavavano i vestiti nel fiume. È un ricordo luminoso, totalmente opposto al periodo oscuro che sta attraversando il personaggio principale.

Antonio Banderas: Non tutto quello che succede nel film è accaduto a Pedro. Ci sono cose che avrebbe voluto dire e che non ha mai detto e cose che avrebbe voluto fare ma che non ha mai fatto. È auto-fiction. lo so perché siamo amici dal 1980, quindi sono passati quasi 40 anni. La cosa più difficile da capire è stata: come potrò interpretarlo senza imitarlo? Per me è stato molto importante. Sono andato da lui come un soldato semplice: ho tolto le mie medaglie, mi sono spogliato di tutto e sono rimasto più nudo che potevo, per creare qualcosa dal nulla, senza i manierismi che avevo usato prima, quelle cose che, da attore, sai che per te funzionano. È molto doloroso, sei in una posizione davvero scomoda. Sono uscito dalla mia comfort zone e abbiamo iniziato.



L’intero stile del film sembra spoglio. È una nuova fase del tuo filmmaking?
Almodóvar: assolutamente. Lo stile, la narrazione, è una continuazione di ciò che ho fatto con Julieta: molto più sobrio e austero. Visivamente, i colori in questa nuova fase sono ancora vibranti e intensi, perché non sto voltando le spalle alla colorazione dei miei vecchi film. Ma il tono della narrazione è più netto. Essendo un regista barocco, entrare in questa nuova fase è una bella sfida per me. Non so ancora se tornerò a quello che facevo prima, perché di solito non guardo avanti né prevedo quali saranno i miei prossimi passi.

Banderas: venivo dalla serie tv Picasso e da tutte le ricerche che avevo fatto su di lui. Ho notato che, alla fine, è diventato sempre più semplice come pittore. Non era più barocco, perché non ne aveva bisogno. Quando ho osservato lo stesso tratto in Pedro, sapevo che si stava avvicinando a un’età in cui non voleva essere troppo barocco. Ha bisogno di pochissimo per esprimere qualcosa di davvero grande. Puoi comunicare la profondità e la complessità senza dare troppe pennellate. Lo sapevo, e ho cercato di adattare la mia recitazione.

Penelope Cruz interpreta un ruolo importante nei panni della madre di Salvador, ma voi due non siete mai stati in una scena insieme .
Banderas: No. Abbiamo fatto due cameo in I’m So Excited!, ma quella è l’unica volta che abbiamo lavorato insieme. Potrebbe succedere presto – un progetto in spagnolo. Non posso parlarne, ma potrebbe essere annunciato a breve. È eccitante per me perché la ammiro. L’ho incontrata a New York quando aveva 18 anni. All’epoca stavo girando Philadelphia e lei stava pensando di trasferirsi in America.

Almodóvar: Mi hanno chiesto di scrivere una scena in Dolor Y Gloria per loro due. Adorano l’idea di lavorare insieme. Per il cinema spagnolo rappresentano una sorta di Mastroianni e Sophia Loren. Quindi è strano che noi registi, e includo anche me stesso, non abbiamo mai scritto nulla per loro due insieme, perché sono una coppia perfetta fisicamente. Ma non c’era modo.

Uno dei tuoi idoli, Billy Wilder, ti aveva avvertito di non andare a Hollywood. Sei contento di aver seguito il suo consiglio?
Almodóvar: come in ogni cosa, mai dire mai. Ma Hollywood, per me, vuol dire soprattutto fare film in inglese. Non ho mai detto che non succederà, in effetti, potrebbe esserci una possibilità in futuro, però lo farei con finanziamenti europei. Il modo in cui produrrei il film sarebbe quello con cui gestiamo le cose in Europa, non nel sistema degli studios hollywoodiano. Sono abituato a lavorare in questo modo. Posso essere flessibile riguardo alle cose, ma quando sento i racconti di registi amici che lavorano o hanno lavorato a Hollywood, capisco che la libertà e l’indipendenza a cui sono abituato potrebbero essere un problema.

Banderas: Non ha mai accettato l’invito degli studios perché sapeva che avrebbe perso qualcosa nella transizione. È stato assolutamente fedele a se stesso, una cosa molto difficile in questo settore. Ci sono pochissimi registi – puoi davvero contarli sulle dita di una mano – fedeli alla loro personalità e a quello che sono. È una cosa preziosa di questi nostri tempi. Pedro ammira la cinematografia americana; ama molti attori. Lo so perché ne abbiamo parlato – tipo Meryl Streep, con la quale gli piacerebbe lavorare. Ma non sarebbe completamente se stesso. Penso che sia questo il problema.

Eppure la stessa Spagna non è stata così ricettiva nei confronti di Pedro e dei suoi film.
Banderas: la Spagna è un paese molto interessante e con molti peccati. E se per ogni peccato esiste un perdono, quello dell’invidia è imperdonabile. Pedro ha troppo successo – e questo fa male a molte persone. Poi ci sono altri convinti del fatto che se si confrontano con Pedro, che è un re, allora diventano re pure loro. È qualcosa che ho avvertito ma non ho mai affrontato. Servono due persone per fare a pugni. Questo è un paese terribilmente nocivo e molto cattivo con alcune persone.

Almodóvar: Non ho un grande rapporto con il sistema cinematografico spagnolo. Lo avevo più di 10 anni fa. Abbiamo avuto i nostri alti e bassi, e ho trovato abbastanza difficile affrontarli. Non ero tanto arrabbiato per me, quanto per le persone che lavorano con me. Ho vinto molti premi, probabilmente anche più di quanti meritassi, ma in passato sono stato ferito per la mancanza di onori ai miei collaboratori. Prendi Parla con lei. Quel film ha avuto tanti riconoscimenti in tanti paesi diversi – Italia, Russia, Stati Uniti – ma nemmeno dalla Spagna (a parte per la colonna sonora). Ho anche vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura, ed è stata la seconda volta nella storia che Hollywood ha assegnato un Academy Award a un copione in una lingua che non fosse l’inglese. Ma mi sentivo male per i tecnici e gli attori, perché la maggior parte di loro meritava davvero un riconoscimento. È incredibile che non abbiano ricevuto un Goya (l’Oscar spagnolo, ndt) Marisa Paredes – o Antonio. Ad Antonio è stato consegnato un Goya onorario, ma nulla per Légami! o La legge del desiderio. Non sto chiedendo un premio. Ma a volte mi sento davvero male per le persone con cui lavoro, ai quali sono grato, perché sono molto generosi con me.

Quindi la buona accoglienza a Dolor Y Gloria è stata una sorpresa?
Almodóvar: Mi ha sorpreso, perché le persone in Spagna non tendono più ad andare al cinema per vedere un dramma. Il pubblico è cambiato negli ultimi sei anni. Ora, le persone vanno al cinema per guardare le commedie locali, con attori che riconoscono dalla TV. Quindi non ero davvero pronto per il successo che il film ha avuto. Se pensi al soggetto, si tratta di un regista con i suoi dolori e le sue sofferenza. Ma l’incertezza su come sarebbe stato accolto è quella che sento per ogni singolo film. Semplicemente non sai se funzionerà oppure no. Ora so che funziona alla grande. Parla a tutta la società, a persone di ogni età e sesso. È sempre una sorpresa quando un tuo film scuote qualcosa dentro il pubblico. È una specie di miracolo.

Banderas: Sapevamo che ne valeva la pena, ma non ci aspettavamo il successo del film nel nostro paese. Qui in Spagna si dice: “Non puoi essere un poeta nella tua città”. Ma in questo caso ha funzionato, è un mistero. Il film potrà essere stato criticato da molti giornali conservatori, ma anche loro hanno ammesso che questa è un’opera di Almodóvar destinata a essere ricordata. Di solito io ho bisogno di molto tempo per valutare il peso di un film, capire se sia buono o meno. Mi servono cinque o sei anni. Un giorno, mentre farò zapping in tv, trasmetteranno Dolor Y Gloria e capirò davvero quello che mi dirà il film. Adesso è difficile.

Fluidità di genere e sessualità sono presenti nei tuoi film fin dall’inizio. La società sta finalmente capendo quella visione?
Almodóvar: in Spagna la situazione è migliorata parecchio. In questo momento, fortunatamente, i giovani trans possono vivere la loro transizione insieme alle famiglie, nelle loro scuole, nelle comunità e sempre più sono aiutati economicamente dal sistema sanitario pubblico. Ci sono ancora alcune reazioni omofobe da parte di persone di alcune parti della società, ma penso che sia molto meno di quello che si vedrebbe altrove, e quegli atteggiamenti non sono rappresentativi della società spagnola. Nell’ambito della riassegnazione di genere abbiamo fatto molti progressi. In passato, una persona trans doveva certificare la sua nuova identità davanti al medico del tribunale, così da dimostrare che i suoi organi genitali corrispondessero a quelli del genere di cui voleva far parte. Una cosa terribile e umiliante. Ora non è nemmeno necessario sottoporsi, diciamo, all’operazione finale, e questo rappresenta un enorme passo avanti. Sentirsi uomo o una donna non dipende dal fatto che tu abbia una vagina o un pene; dipende da qualcosa di molto più profondo.

Banderas: Quando avevo 25 anni e stavamo girando La legge del desiderio, mio padre e mia madre erano persone molto conservatrici, molto religiose, e ricordo di aver pensato, come riusciranno a guardarmi in questo film mentre bacio e faccio l’amore con un uomo? Sullo schermo? Poi ho capito. Nella sequenza n. 21 uccido qualcuno: mordo qualcuno in bocca e lo butto giù dalla scogliera per ammazzarlo. E quello era OK [per il pubblico]. Ho pensato, perché nessuno dice nulla sulla moralità di uccidere qualcuno, ma un uomo che bacia un altro uomo o una donna che bacia un’altra donna non è accettato? C’è qualcosa di sbagliato qui. Quando mia madre andò a vedere il film e disse: “Perché hai fatto quella [scena d’amore]? Pensa ai miei amici!”. “Pensa a questo, mamma” le risposi. E lei è arrivata alla [stessa] conclusione, ed è l’argomentazione che ha usato con i suoi amici. Quando ho girato il mio secondo film da regista (El camino de los ingleses del 2006), ho lavorato con un paio di attori che erano gay, ed entrambi, in diversi momenti del film, sono venuti da me dicendo: “Quando ho visto La legge del desiderio sono tornato a casa, ho fatto sedere mia madre e mio padre sul divano, e li ho affrontati: “Mamma, papà, sono omosessuale”.



Ora sei di nuovo legato a Cannes. Come descriveresti la tua relazione con il festival?
Almodóvar: è una relazione lunga. Tutti pensano che sia venuto a Cannes fin dall’inizio, ma ci sono stato per la prima volta nel 1982 con Labirinto di passioni, il mio secondo film. Era in una sezione dedicata alle opere prime e seconde. Ero molto felice perché ero a Cannes. Per me, è stato come un sogno. Nessuno, però, ha visto il mio film. La volta successiva è stata nel 1988, quando abbiamo proposto Donne sull’orlo di una crisi di nervi per il concorso, e loro l’hanno rifiutato. Sono andato al festival, ma solo per la parte commerciale, e quelle proiezioni commerciali sono diventate la cosa più popolare del festival, e ricordo che alcuni giornalisti hanno chiesto al direttore artistico Gilles Jacob perché il film di cui tutti parlavano non fosse in competizione. Non sono stato in concorso fino al 1999, con Tutto su mia madre. Quel film è stato un grande successo, di critica e pubblico. Penso che sia stata la volta che mi sono avvicinato di più alla Palma d’oro. I francesi pensano che io sia assolutamente ossessionato da quel premio, ma non è così.

Banderas: Cannes è assolutamente necessario in questo mondo confusionario pieno di piattaforme, è un festival effettivamente ancorato al cinema. Vedo mia figlia che guarda un film anche sul cellulare, e io non lo capisco. Le dico: “Come puoi godere del lavoro sulla luce, come puoi apprezzare una buona performance, se praticamente non riesci a vedere gli occhi degli attori?” “Oh, ma seguo semplicemente la storia, papà!”. Io preferisco andare al cinema e vedere i film per come sono stati concepiti nella mente dei creatori. E Cannes sta combattendo per questo.

Quindi i film di Netflix non dovrebbero essere autorizzati a competere.
Banderas: sono un consumatore Netflix. Mi capita di esplorare la piattaforma e a volte trovo dei prodotti interessanti – film da nazioni diverse, nella loro lingua, dall’Italia, dalla Corea. Non sono contrario. [Ma] se vogliono competere con altri film, devono giocare nello stesso campionato. Non è giusto che il film venga proiettato due o tre volte. Devi fare un lavoro promozionale, devi competere allo stesso livello degli altri. È un gioco rischioso, perché devi investire un sacco di soldi, ma penso che sia giusto. Se vogliono competere al Festival di Cannes, o vogliono andare agli Oscar, questo è il modo di farlo.

Almodóvar: Non sono ostile nei confronti di Netflix o di qualsiasi altra piattaforma. Ma un film che possa essere papabile per un premio deve essere visto e mostrato sul grande schermo. Altrimenti, sarebbe quasi una contraddizione in termini, perché sono concepiti per essere mostrati a estranei, che non si conoscono nemmeno tra di loro, al buio. È questa la magia. Ho visto Roma sia sul piccolo che sul grande schermo. Quando lo vedi in tv, è un film molto meno interessante. Sto cercando di difendere quel piacere, quell’estasi, quell’euforia che provi quando vedi Roma sul grande schermo. Tutto questo ci verrà rubato guardando i film sullo schermo televisivo.

Il personaggio principale di Dolor Y Gloria ha paura di non girare mai più un altro film. È vero anche per te?
Almodóvar: Quella paura è sempre lì. È sia il timore di non essere fisicamente in grado di girare un altro film che di non avere nuove idee. È una spada di Damocle sulla testa. Al momento, sto pensando all’adattamento di un libro in inglese, che sarebbe il mio primo. Non posso dirti il titolo ora. È troppo presto.

Antonio, ti aspetti di lavorare ancora con Pedro?
Banderas: Ogni volta che finisco di lavorare con Pedro, non mi aspetto altro. Ma se mi richiama, ci sarò. È impossibile dirgli di no.

Questa intervista è stata pubblicata sul numero di Variety del 7 maggio 2019. Tutti i diritti riservati.