Paul Schrader, da "Taxi Driver" al nuovo "Dog Eat Dog" | Rolling Stone Italia
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Paul Schrader, da “Taxi Driver” al nuovo “Dog Eat Dog”

«Are you talkin’ to me?»: è la frase che scrisse 40 anni fa Paul Schrader per un fuori di testa Travis Bickle-Robert De Niro in "Taxi Driver". Ne parliamo con lui all’uscita del suo primo crime movie

Ai tempi di Taxi Driver (1976): da sinistra, Schrader, Scorsese e De Niro (qui a fianco, nei panni di Travis Bickle). Dog Eat Dog di Schrader esce in Usa l’11 novembre

Ai tempi di Taxi Driver (1976): da sinistra, Schrader, Scorsese e De Niro (qui a fianco, nei panni di Travis Bickle). Dog Eat Dog di Schrader esce in Usa l’11 novembre

«Questa è la vita… I maschi si devono divertire», è con queste parole che si congeda il protagonista di Auto Focus nella scena finale di uno dei film più riusciti di Paul Schrader. Il motto potrebbe valere per quasi tutti gli anti-eroi nati dalla mente dello sceneggiatore preferito di Martin Scorsese.
È di quest’anno il primo crime movie della sua carriera, Dog Eat Dog, tratto dall’omonimo best-seller di Edward Bunker, scrittore amato anche da Quentin Tarantino. Incontro Schrader a Toronto. Mi stringe la mano e si affretta a raccontarmi che è reduce da una rilassante vacanza alle terme in Toscana. Ha da poco compiuto 70 anni ed è un uomo gentile, ben diverso dalle decine di personaggi spietati e fuori di testa a cui ha dato vita sul grande schermo.
Rispondono all’identikit anche i tre folli protagonisti di Dog Eat Dog: il leader Troy (Nicolas Cage), il muscoloso Diesel (Christopher Matthew Cook) e il violento Mad Dog (Willem Dafoe), ex galeotti alle prese con un colpo che potrebbe garantirgli il denaro sufficiente per ritirarsi alle Hawaii.

«Non avevo intenzione di realizzare un crime movie. Questo film nasce dalla promessa che avevo fatto a Nic (Cage, ndr) dopo quel disastro de Il nemico invisibile che mi è stato letteralmente sottratto e rovinato in fase di rimontaggio (dalla Lionsgate che ne aveva acquistato i diritti, ndr)», puntualizza Schrader. «Gli dissi che alla prima buona occasione saremmo tornati a lavorare insieme. Un anno dopo mi hanno proposto questa sceneggiatura che ho amato fin dalla prima pagina». Per l’occasione, tra l’altro, Cage e Dafoe sono tornati a lavorare insieme a 25 anni di distanza da Cuore selvaggio di David Lynch.
Vietato annoiare: è questa la strategia che Schrader ha adottato per approcciarsi a un genere mai visitato prima e che ha ribattezzato «un esercizio del cattivo gusto». Ritiene la provocazione parte integrante del suo lavoro, per questo forse non si stupisce che dagli anni ’70 a oggi non vi sia stato un solo personaggio partorito dalla sua fantasia che non abbia suscitato clamore.

Il capostipite fu Travis Bickle, il disturbato protagonista di Taxi Driver con cui Robert De Niro riscrisse la storia del cinema a partire dalla celebre battuta, “Are you talkin’ to me?” (“Ma dici a me?”), che pronunciava ripetutamente atteggiandosi davanti allo specchio. Proprio quest’anno quel capolavoro, scritto da Schrader e diretto da Scorsese, festeggia il suo 40esimo anniversario. «Taxi Driver è un film che non muore mai. Non ho mai avuto modo di guardarlo in prospettiva, perché ancora me ne parlano tutti in continuazione», afferma soddisfatto. Ma il suo motivo di orgoglio è un altro e riguarda «la capacità di generare nei giovani che lo guardano il desiderio di fare cinema».

A differenza di molti altri autori e registi famosi, anche dopo il successo internazionale di Taxi Driver e Toro Scatenato, Schrader ha continuano a lavorare in autonomia, lontano dallo studio system che, come tiene a precisare, sta via via scomparendo. «Quel sistema è morto. Il lato positivo è che i film non sono più costosi, quello negativo è che non c’è più guadagno».
La buona notizia è che Schrader, che considera l’autocensura il pericolo più grande, nel futuro ci crede ancora. Fosse anche solo per quel segreto che condivide con il suo amico Scorsese: «Alcune volte ti trovi sul set e niente sembra andare per il verso giusto. Se hai abbastanza esperienza, sai che arriverà un momento in cui tutto assumerà magicamente un senso. È la consapevolezza dell’esistenza di quel momento a mantenere ancora viva la nostra passione».

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
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