Paolo Genovese: «Io, le cene, Lucio Dalla, Alessandro Borghi e Jasmine Trinca» | Rolling Stone Italia
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Paolo Genovese: «Io, le cene, Lucio Dalla, Alessandro Borghi e Jasmine Trinca»

Il regista di ‘Perfetti sconosciuti’ torna con una storia d’amore raccontata su due piani temporali commovente e realistica: ‘Supereroi’. Perché, come dice la protagonista, per rimanere insieme dopo anni bisogna avere i superpoteri. Lo abbiamo incontrato

Paolo Genovese con Jasmine Trinca e Alessandro Borghi sul set di ‘Supereroi’

Foto: Andrea Miconi

C’è una scena di Immaturi con Paolo Kessisoglu e Anita Caprioli che ti dice, prima ancora della sua svolta d’autore, che Paolo Genovese ha sempre saputo maneggiare quel ruvido sentimentalismo (auto)ironico che si avvicina alla verità, che ha sempre avuto il gusto cinematografico di metterlo in scena con eleganza credibile e che ha sempre saputo guardare negli attori il lato meno apprezzato, immaginato, cercato da altri. Poi la conferma arriverà con Una famiglia perfetta, sottovalutato e potente. Perfetti sconosciuti e The Place sono i film della maturazione e della consapevolezza, lo sguardo nuovo di chi ha sempre avuto la capacità di fare commedia su fragilità e contraddizioni e non ha avuto paura di portare tutto anche sotto un’altra luce. Ora stupisce di nuovo, con Supereroi (nelle sale dal 23 dicembre), melodramma che profuma di Love Story, di classicità e del postmodernismo di molti drammi sentimentali statunitensi dei ’90 e primi 2000, ritrovando Alessandro Borghi dopo averlo messo alla prova in The Place con un non vedente dal cieco nichilismo. Qui è un giovane professore, uno scienziato che ha idee sin troppo chiare sulla vita che l’amore metterà in dubbio, l’amore per la fumettista Jasmine Trinca, perfetta Giulietta spettinata, soprattutto nell’animo, capace come sempre di far ballare gli spettatori con le sue donne piene di grazia, originalità e forza. Sono una coppia così imperfetta da essere ideale, è impossibile non sentire addosso le loro fragilità, tentazioni, dolori, entusiasmi, complicità. Descritti, dipinti con chiarezza e allo stesso tempo con un tocco leggero, su due piani temporali che hanno l’obiettivo di spiazzare lo spettatore e costringerlo, evviva, sui ritmi del film e non viceversa. Paolo Genovese mentre scrive il nuovo film (quello che uscirà dopo il prossimo) ci racconta questo piccolo gioiello che nasce come un libro edito da Einaudi. Ha voglia di farlo, tanto che la prima domanda la fa lui: «Ti è piaciuto? So che a te posso chiederlo e aspettarmi una risposta senza ipocrisie».

Inizialmente ho fatto fatica a trovare la bussola. Poi ho capito e mi sono abbandonato ai protagonisti, ai loro ritmi e ai tuoi, e mi è piaciuto. Come se si fosse creata un’intimità tra noi. Certo, non sembra un tuo film. Ma questo è un complimento che vale per la metà dei tuoi lavori, che deragliano dai confini più delineati che spesso, peraltro, ti abbiamo attribuito noi.
Lo so, potevo essere più lineare, ma quando ho visto il materiale, il girato, ho capito che volevo qualcosa di diverso. Un po’ perché a usare sempre le stesse regole, schemi, soluzioni, ti annoi, un po’ perché avevamo girato due film, di fatto, gli inizi della storia e loro dieci anni dopo, e aveva un senso metterli insieme facendo trovare loro un respiro comune. Potevamo scegliere un montaggio più furbo e lineare, ma non avrebbe rispettato lo spirito di Supereroi.

Alessandro Borghi e Jasmine Trinca. Foto: Andrea Miconi

Una storia d’amore classica. Con due protagonisti forti. Una novità per te.
Di raccontare l’amore ci pensavo da dieci anni. Mi fermava un solo pensiero: cosa posso dire di nuovo in un genere che è più vecchio del cinema? Poi tre anni fa è arrivata l’idea del passaggio del tempo sulla coppia e della doppia messa in scena, sullo schermo e sulle tavole della protagonista. E la storia ha cominciato a prendere forma, ad avere connotati originali. Nel frattempo attorno a me tante, troppe coppie, mi verrebbe quasi da dire tutte, si separavano, si sgretolavano. Da un passato in cui rimanere insieme era un’esigenza sociale – e a lungo un obbligo, fino al referendum sul divorzio –, da anni in cui il tempo in un rapporto sentimentale non esisteva, anche e soprattutto perché il sistema impediva alla donna di emanciparsi davvero, si è arrivati a un presente di parità, di opportunità, ma anche per questo di fragilità. A un tempo che riprende a scorrere davvero e lascia esperienza e ferite. Quello che volevo però non era un film teorico, ma raccontare tutto. Come si sta insieme, come si litiga, come si scopa appena innamorati e dopo dieci anni.

Sapevi già che il libro sarebbe diventato un film?
Certo. Nasce come un trattamento e una successiva bozza di sceneggiatura. Poi mi sono concesso il privilegio di scavare a fondo nei personaggi ed è diventato al contempo un romanzo ma anche un lavoro propedeutico al film. Io non sono uno scrittore, sono un regista. Ma sono anche un autore al tredicesimo film, e a lungo andare ti intorcini, hai bisogno di andare oltre e altrove. Scrivere il romanzo mi ha aiutato ad approfondire dinamiche e protagonisti, di capirli di più e alla fine avevo più voglia di girarlo di prima. Anche perché quando ti immagini tutto, quando scrivi l’ultima pagina di fatto il film nella tua testa l’hai girato. E non vedi l’ora di rifarlo sul set.

Anna e Marco i nomi dei due protagonisti. Disperato erotico stomp cantata a squarciagola dalla solita tavolata tutta sentimenti e tensione e verità scomode. La musica ha un posto centrale nel film e Lucio Dalla anche di più.
Pensaci, la nostra vita è scandita dalla musica, ogni epoca, ogni relazione, ogni svolta ha una sua playlist, una canzone trainante. E se racconti anni, se racconti varie epoche e fasi di un rapporto, ecco che esce una colonna sonora. Poi ci sono alcuni pezzi che sono universali, che non invecchiano mai e che rappresentano molti di noi e che mettono insieme parole, emozioni, tutto. Su Lucio Dalla, ti confesso che l’omaggio è più di pancia che di cervello, è inconsapevole o quasi. Soprattutto quei nomi, Anna e Marco, ci sono sembrati subito perfettamente compatibili. Grazie a lui, ovvio, ma non abbiamo pensato alla canzone quando li abbiamo scelti, anche perché la loro storia è radicalmente diversa da quella di Supereroi. Disperato erotico stomp l’ho presa perché è eterna, può essere cantata in modo credibile da ognuno di quei commensali. E poi non potevo essere troppo didascalico e allo stesso tempo fuorviante. Detto questo è uno dei miei cantautori preferiti, quindi nulla è casuale.

Però dillo che hai un trauma privato legato a una cena conviviale. Anche qui, pure in un film non corale, ci troviamo in una cena che tira fuori tutte le contraddizioni, i nervi scoperti di un gruppo di amici.
Non è così, mi dispiace deluderti. Il punto è che la cena con gli amici è uno di quei rari momenti in cui ti lasci andare, senza rete. Ti rilassi, hai il tempo di abbassare le difese e soprattutto non puoi scappare. Un’occasione narrativa unica. Le cene, facci caso, hanno spesso un arco drammaturgico ben preciso, l’inizio è freddo e lento, poi ritmo emotivo e non solo salgono, a volte in modo esponenziale, di sicuro progressivo. Per noi italiani, poi, la convivialità non è mai un fatto banale.

Paolo Genovese sul set con i protagonisti. Foto: Andrea Miconi

Come mai hai scelto Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, due con cui praticamente non avevi mai lavorato? Già il genere era un salto nel vuoto.
Perché dopo tanti film hai bisogno di nuovi stimoli, li cerchi. Avevo il desiderio di lavorare con attori che non conoscevo, che mi risultassero inaspettati e mi incuriosissero. Volevo un rapporto che cominciasse da zero. Lavorare con Marco Giallini e Valerio Mastandrea è magnifico, ma so chi sono e come lavorano. In più Alessandro e Jasmine hanno una qualità importantissima: vogliono sempre abbandonare la loro comfort zone. Sono sempre loro a cercare di diventare il personaggio, non trascinano lui verso sé stessi, cercando di fare in modo che assomigli loro. E qui diventano altro da quello che abbiamo visto nelle loro carriere: lui un uomo preciso, accorto, misurato e lei folle e piena d’anima. La fortuna è che hanno sviluppato una chimica particolare (evidente, pure se nella messa in scena di un’amicizia, già in Fortunata di Sergio Castellitto, nda), che ti rapisce. Non ti sembrano la coppia bella e impossibile, quella che ti lacera perché irraggiungibile, ma hai l’impressione di conoscerli, è una coppia che sembra esistere nella nostra realtà e questo lo si deve sì alla scrittura, ma tanto anche alla loro sintonia assoluta. Sul set erano una coppia.

Ti sei mai chiesto perché Borghi ha trovato nel cinema d’autore solo Özpetek, Caligari, Castellitto, te a puntare su di lui? Uno con un talento così, che sa fare tutto e ha conquistato il mondo, viene ignorato dal cinema che occupa militarmente i festival e le sale d’essai e che va agli Oscar.
Alessandro è un attore incredibile. Basta guardare Diavoli. Forse essere salito subito tanto in alto, trovando la fama attraverso personaggi molto romani, duri e fortemente caratterizzati, in film di genere, a un mondo pigro come il nostro ha dato un messaggio sbagliato. Peraltro basta guardare il suo curriculum per vedere che di ruoli ne ha fatti molti altri. Ma io sono sicuro che sia solo una questione di tempo, lui è l’interprete più eclettico che io abbia mai incontrato, sa fare tutto, può fare tutto. Quel talento sarà presto evidente a tutti e arriveranno proposte anche da quel mondo perché è tra i pochi a cui davvero nessun ruolo è precluso. Pensate a Stefano Cucchi, per dirne uno. Può lavorare con qualunque regista e affrontare qualunque registro. Io, peraltro, lo stavo già prendendo per Una famiglia perfetta, ricordo che ci pensai per settimane, ero in paranoia, mi aveva colpito tanto. Per il ruolo arrivarono a giocarsela lui e Eugenio Franceschini e in quel momento mi feci condizionare anche dalle polemiche sul cinema troppo romanocentrico e privilegiai un ottimo attore con una cadenza diversa per variare il “suono” del cast.

Possiamo dire che ora abbiamo definitivamente un altro Paolo Genovese? A mio parere dai tempi di Una famiglia perfetta, Perfetti sconosciuti lo ha detto solo al grande pubblico.
Che ti devo dire, io ti devo confessare che il mio modo di approcciare ai film è sempre leggero e divertito, non c’è il retropensiero “ora vado in quella direzione, adesso per la mia carriera è meglio fare questo film”. Però è vero che il peso specifico di quel film era diverso. Ma non riesco ad analizzarmi così, mi faccio guidare dall’urgenza che ho di raccontare certe storie. Probabilmente perché non sono nativo di questo mondo, non nasco nel cinema e in questo ho un approccio da una parte più spontaneo e entusiasta e dall’altro più disincantato e libero. Io, semplicemente, racconto quello che voglio. Ora se mi capitasse un bel giallo o un film d’animazione e mi appassionassero, farei serenamente quelli, come può essere pure che la prossima ispirazione arrivi per una supercommedia e non mi farei nessun problema a tornare a dirigere un’opera di quel tipo. Per ora so, sento che mi piace sperimentare, andare in posti che non conosco. Il prossimo lavoro (Il primo giorno della mia vita, anch’esso tratto da un suo libro omonimo, dramma dalle sfumature surreali con, tra gli altri, Toni Servillo, nda), per esempio, è qualcosa di ancora diverso rispetto al passato.