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‘Palm Springs’, nel time loop con Andy Samberg

Il fondatore di The Lonely Island e volto di 'Brooklyn Nine-Nine' è protagonista e produttore di questa rom-com sci-fi, record storico di vendita per un film al Sundance. Di 69 centesimi. L'abbiamo intervistato

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

Antefatto: ricevo questa mail. «Ciao, ti andrebbe di intervistare Adam Sandler per l’uscita italiana di Palm Springs?». Chiaramente c’è un lapsus sul nome (di cui si accorgeranno immediatamente, a onor del vero), ma non posso fare a meno di cazzeggiare sulla cosa con Andy Samberg (sì, era lui che dovevo intervistare) quando chiacchieriamo su Zoom: «Mi succede spesso! Quando ho iniziato a fare stand up in piccoli locali, una volta mi hanno presentato proprio come Adam Sandler. E ovviamente tutti sono impazziti, perché pensavano che si sarebbero trovati davanti Adam. E invece ero soltanto io!», ride con la risata di Andy Samberg, non c’è un altro modo di descriverla. «Erano comprensibilmente delusi. Ma alla fine sono riuscito a conquistarli, dai».

Bignami su chi è Andy Samberg per chi non sa chi è Andy Samberg (pazzi): membro del cast del Saturday Night Live dal 2005 al 2012, fondatore (insieme a Akiva Schaffer e Jorma Taccone) di The Lonely Island, il gruppo musicale cult celeberrimo su YouTube soprattutto per le parodie hip hop (Lazy Sunday, il loro rap sui cupcake e sulle Cronache di Narnia vi dice qualcosa?), e protagonista della sit-com poliziesca Brooklyn Nine-Nine (su Netflix) nel ruolo del detective Jake Peralta, per cui Andy nel 2014 ha vinto il Golden Globe come miglior attore in una serie comica. «Brooklyn è un’introduzione fantastica, SNL non va in onda dappertutto ovviamente, ma come The Lonely Island abbiamo un grosso seguito internazionale sul web. Molte persone conoscono le canzoni, ma non le collegano a me. Ho visto un sacco di gente sui social che ama Brooklyn e i nostri pezzi, ma non sanno che Jake Peralta è la stessa persona. È sempre divertente e molto bello quando lo realizzano».

Negli anni Samberg ha condotto pure un paio di show (Emmy e Golden Globe) e ha interpretato e prodotto diversi film (vedi Indovina perché ti odio, con – indovinate – Adam Sandler, Vite da popstar, Brigsby Bear). Il 22 ottobre, dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma nei giorni scorsi, esce finalmente anche in Italia Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani, una sorta di Ricomincio da capo ma declinato in maniera originale, esilarante, irriverente, commovente, sincera e weirdissima. Sì, tutti questi aggettivi insieme.

Non posso dire di più senza spoilerare la trama, quindi tocca a te raccontarci Palm Springs.
È un ibrido di genere: un po’ commedia romantica, un po’ wacky comedy, un po’ sci-fi, un po’ indie esistenziale. È stata davvero una sfida unire questi aspetti: la storia si svolge durante un matrimonio a Palm Springs, in California, e c’è sicuramente un elemento fantastico. Inizia come se fosse una rom-com indie tradizionale e poi diventa qualcosa di completamente diverso.

Come ti senti rispetto a questo film? Perché l’avete girato più di un anno fa, l’avete presentato a gennaio al Sundance, poi negli Stati Uniti il film è uscito a luglio, nel bel mezzo della pandemia, e ora arriva in Italia in un periodo ancora difficile, quello della seconda ondata del virus.
È stata una modalità molto complicata e senza precedenti di far uscire un film. Credo che in qualche modo negli USA per noi sia stato un vantaggio perché erano tutti a casa, e c’era la possibilità che lo vedessero molte più persone in streaming di quelle che magari l’avrebbero fatto in condizioni normali. Ovviamente eravamo entusiasti che andasse al cinema: anche se il budget era piccolo, abbiamo davvero cercato di fare qualcosa che valesse la pena vedere sul grande schermo. Mi auguro che il pubblico abbia la possibilità di vivere quell’esperienza e, se non ce l’ha, spero che alzi al massimo il volume della tv di casa.

Quando sei impegnato tutto l’anno sul set di una serie e hai finalmente una pausa, riesci davvero a lavorare su qualcos’altro? Perché sei stato attratto da questo copione in particolare?
Prima cercavo di riempire ogni momento della mia vita con il lavoro, ma da quando ho avuto la mia prima figlia, che adesso ha tre anni, capisco davvero il valore di prendermi dei momenti. In questo caso però lo script mi appassionava tantissimo e, anche se c’erano elementi che avevo già visto, non li avevo mai sentiti declinati in quel modo. Era tutto perfettamente in linea con quello che amo e con quello che mi piace guardare. E poi sapevo che mi avrebbe spronato a spingermi oltre come attore, ho imparato a farlo ogni giorno con Brooklyn.

Com’è essere il protagonista e insieme il produttore esecutivo del film? Tra l’altro lo fai da anni anche in Brooklyn Nine-nine
È il modo perfetto per me di gestire le cose. Molte persone amano dirigere. Arrivato a questo punto io devo dire di no, ma mi piace lavorare a quello che succede dal punto di vista creativo dietro le quinte. E ovviamente scrivo da tempo. Come produttore posso influenzare la scrittura, il montaggio, il casting, tutto quello che preferisco della regia senza però gli elementi della regia per cui non mi sento portato. L’aspetto più complicato quando lavori come produttore o come regista in un film in cui reciti pure è che spesso fai fatica a non pensare a tutto il resto mentre cerchi di interpretare il tuo personaggio. Ma, in questo caso, ci sono riuscito, ero molto connesso con il materiale, abbiamo lavorato tutti insieme – io, lo sceneggiatore Andy Siara, il regista Max Barbakow e la protagonista femminile Cristin Milioti – sul copione, e abbiamo provato un pochino prima di iniziare le riprese. Siamo arrivati a un punto in cui ho potuto mollare un po’, sapendo che sarebbe andato tutto alla grande.

E poi da produttore puoi anche tagliare quello che non ti piace, no? Praticamente è un super potere…
(Ride) Mentirei se non ti dicessi che è una grossa parte del fascino! Mi piace tantissimo lavorare al montaggio e, come in quasi tutto quello che faccio, anche per Palm Springs è andata così.

Andy Samberg con lo sceneggiatore Andy Siara sul seti di ‘Palm Springs’

Palm Springs ha anche segnato il record storico di vendita per un film al Sundance Film Festival. Di 69 centesimi. Dev’essere stata tanta roba…
Eravamo scioccati che ci fosse quel livello di interesse. È un film divertente. Soprattutto negli ultimi anni c’è molta tensione nel mondo, sicuramente negli USA, e sono usciti tanti titoli importanti e seri, ma credo anche che alle persone a volte piaccia prendersi una pausa da tutto questo. Al Sundance eravamo uno dei pochi film che lo permettevano. Questo non significa che Palm Springs non abbia cose profonde da dire: le ha, eccome. Volevamo solo girare qualcosa che permettesse alla gente di uscire dal cinema con il sorriso. E chiunque ci abbia lavorato ha fatto davvero del proprio meglio, è uno dei rari casi in cui si è allineato tutto.

Sì, ma sono curiosa di quei 69 centesimi: com’è andata?
Sono sincero, quella è stata una nostra idea (ride). Oltre lo shock per le cifre pazzesche, ci siamo chiesti come potevamo rendere la cosa divertente. Quei 69 centesimi sono un po’ la nostra firma: cerchiamo di non prendere mai niente troppo sul serio, perché sennò perderemmo una parte importante di noi stessi.

Qual è stata la reazione più strana al film?
I residenti di Palm Springs ci hanno detto che non si vede molto la città: non abbiamo girato lì, anche se volevamo farlo. Quando abbiamo fatto mostrato il film le prime volte, ogni tanto c’era qualcuno originario del posto o che lo conosceva bene. Ed erano tutti contrariati: “Siamo venuti pensando di vede la nostra città natale, e non c’è!”. E noi fondamentalmente ci scusavamo e dicevamo la verità. E cioè che era una questione di budget. Ma credo che per chiunque non conosca bene Palm Springs, nel film sia esattamente come te la immagini.

Il momento più memorabile delle riprese?
È stata la prima volta che mi hanno colpito con una freccia nel sedere! In un film, ovviamente nella vita mi era già successo (ride).

La soundtrack è notevole, siete riusciti a dare un vibe unico al film anche attraverso le musiche: da Forever and Ever di Demis Roussous, al folk rock anni ’60-’70 alle ballate, fino a When the Morning Comes di Hall & Oates. Come ci avete lavorato?
Sono molto orgoglioso della colonna sonora, siamo stati meticolosissimi. Nessun brano è stato messo lì in maniera arbitraria o casuale, abbiamo provato cose diverse in ogni sequenza. Sai sono un music guy, ero molto esaltato.

Nel film c’è una coreografia epica sulle note di Megatron Man della leggenda della dance elettronica Patrick Cowley. Come l’avete scelta?
Ho sentito un altro pezzo di Patrick Cowley alla radio durante la produzione del film. E mi ha colpito tanto che ho fatto una foto allo schermo con il telefono perché stavo guidando. A casa poi ho iniziato ad ascoltare tutta la sua musica, ho trovato Megatron Man e l’ho mandata subito al regista e allo sceneggiatore: “Credo sia davvero quella giusta!”. Entrambi mi hanno risposto pochi minuti dopo: “È perfetta!”. Sembrava fatta su misura per l’idea che avevamo: usare una canzone iconica, che non fosse già sentita e risentita, ma che appena la ascolti pensi: “Wow, cos’è? La adoro!”. Mi è capitato spesso nella vita di scoprire pezzi incredibili attraverso i film e prendo sempre in considerazione questo aspetto nei titoli su cui lavoro.

Hai pensato di scrivere e cantare un pezzo con The Lonely Island per Palm Springs?
(Ride) Credo che sia davvero l’unico progetto su cui non ci è mai passato per l’anticamera del cervello. Il film ha un tono completamente diverso, non ci sarebbe mai e poi mai stato del rap in Palm Springs! (continua a ridere).

Cristin Milioti e Andy Samberg. Foto: Jessica Perez

In che modo secondo te i nuovi media e la situazione attuale hanno cambiato la commedia?
È un periodo molto politico e, quando succede questo, la commedia ovviamente si sposta di più su quel fronte. Detto ciò, faccio questo lavoro pubblicamente da ormai una quindicina d’anni e ho vissuto diversi cicli, compresi i tempi di SNL, che ovviamente ha molto a che fare con la politica. Penso che la cosa migliore sia puntare su quello che ci appassiona davvero e in cui siamo bravi, anziché inseguire aspetti che magari sono più rilevanti al momento. A volte le persone vogliono solo vedere qualcosa di buffo e surreale, altre volte no, ma tu devi lavorare su quello che ami, su quello che vorresti vedere. Non è facile fare commedia in questo momento, perché siamo tutti spinti al limite, ma credo che sia più necessario che mai, perché io, come tutti, sono alla ricerca di una via di fuga da tutto questo, ogni giorno.

Pensi che Jake Peralta sia il tuo ruolo della tua vita? Anzi, te la metto meglio: pensi che ti divertirai mai a interpretare un ruolo come ti diverti a interpretare Jake Peralta?
Non lo so, vedremo! Quando ho deciso di fare Brooklyn non ho pensato in quei termini, era più: “Mi piace il lavoro di Dan Goor e Michael Schur (i creatori della serie, nda), quindi sì, facciamolo!”. Poi, dopo quattro o cinque anni, pensi che in effetti stai interpretando solo questo personaggio da tempo! (Ride) Potrebbe essere ciò che mi definisce per molte persone: c’è stato un momento in cui l’ho realizzato e mi sono sentito perfettamente a mio agio, perché amo davvero Jake e ci ho messo tutto quello che mi piace della commedia. Ed è anche un testamento del mio feeling con Dan dal punto di vista del tono comico, tanto che siamo riusciti a creare un character insieme al nostro staff di scrittori di cui sono così orgoglioso. Perciò chissà, spero che ci sia molto altro in serbo per me. Ma se Jake sarà il ruolo per cui verrò ricordato, ne sono assolutamente felice.

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