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‘Palazzo di Giustizia’, fuori dall’aula c’è la vita

L'opera prima di Chiara Bellosi, presentata ad Alice nella città, è ‘un giorno in pretura’ visto però dai corridoi di un tribunale. E dagli occhi liberi di due ragazzine

Andrea Lattanzi e Bianca Leonardi in 'Palazzo di Giustizia'

Foto: Rocco Francon

Nello spazio gigantesco, rigoroso e spersonalizzante di un tribunale, si aprono spiragli di libertà e di autenticità imprevisti: basta uscire dalle aule e camminare per i corridoi, dove la vita va avanti. Di più: guarda al futuro. Apparentemente Palazzo di Giustizia, delicato esordio alla regia di Chiara Bellosi già presentato a Berlino nella sezione Generation e ora ad Alice nella città, è quello che gli americani chiamerebbero “courtroom drama“, sotto sotto (ma nemmeno troppo) invece è la storia di una sorellanza tra una bambina, Luce (Bianca Leonardi), e una ragazzina, Domenica (Sarah Short), che le circostanze hanno messo contro, ma che sorelle lo sono nello spirito proprio a causa di quelle circostanze. Sono entrambe figlie: la prima di un rapinatore che ha tentato un colpo a una pompa di benzina, la seconda del benzinaio, che ha sparato e ha ucciso il complice.

«All’inizio l’idea era quella di fare un documentario per raccontare una giornata in tribunale, perché lì dentro ci sono tutti gli aspetti che riguardano l’esistenza normale fuori: la famiglia, la casa, il lavoro…», spiega Chiara al telefono. «L’ho sottoposta a Carlo Cresto-Dina (che attraverso la sua Tempesta ha sempre fatto un grande lavoro editoriale con i suoi autori, accompagnando, tra gli altri, Alice Rohrwacher fin dal suo debutto con Corpo celeste, nda), e lui mi ha proposto di ripensarla invece in termini di finzione». Da qui è partito un lungo periodo di osservazione durato mesi: «Andavo al Tribunale di Milano e stavo lì, un po’ nelle aule, un po’ al bar, un po’ nei cortili, un po’ nei corridoi. È un posto immenso e freddo, che intimorisce, ma in realtà è pienissimo di persone che si portano dietro il loro passato e attendono le sentenze, per sapere come sarà il loro futuro. C’era la sensazione che lì dentro ci fosse la storia che volevamo raccontare, bisognava solo trovarla». E poi, quella storia, finalmente, è arrivata: «Una mattina, nell’atrio enorme fuori dalla Corte d’assise, dove si trattano i reati più gravi – la stessa che mostriamo nel film – c’era questa bambina con la sua mamma. Stavano lì ad aspettare, e intanto cantavano, chiacchieravano, scherzavano. Luce è diventata un po’ il Virgilio che ci guida in quello spazio. E si è portata dietro la storia».

L’ispirazione dichiarata, soprattutto rispetto all’idea documentaristica iniziale, è Frederick Wiseman, leggendario indagatore delle istituzioni: «In particolare avevo visto Welfare, in cui c’erano le vicende raccontate, ma anche tantissimo fuori scena: l’attesa, tutte queste persone che aspettavano, storie molto comuni, ma ognuna con la sua importanza. Il senso era che le nostre protagoniste fossero quelle che invece non erano protagoniste all’interno di un contesto simile».

E che noi vedessimo quel palazzone austero attraverso i loro occhi, mentre scrivono, disegnano, danzano, mangiano con le mani: «È stato un pensiero presente da subito: il tribunale per Luce doveva diventare casa, avrebbe fatto le stesse cose, solo con un carico di noia, di pesantezza molto più forte perché ovviamente non è un luogo per bambini. Non è tanto lei che si deve adattare a quel posto, come invece avviene per gli adulti. È Luce che adatta gli spazi ai suoi bisogni o a quello che ha voglia di fare. In fase di scrittura siamo stati molto attenti alle necessità concrete che potevano emergere, e poi a raccontare questi piccoli pezzi di stravolgimento del luogo».

In un’altra sequenza, Domenica si mette a ballare ascoltando un brano, Stray Star, composto per il film da Giuseppe Tranquillino Minerva (e in uscita il 22 ottobre, data di debutto anche al cinema): «So poco di musica, ma cercavo qualcosa che ho sempre definito un po’ punk, per me queste due ragazzine hanno qualcosa di sovversivo. Su quella scena di Domenica c’era bisogno di una canzone che la trascinasse fuori da quel corridoio, che facesse immaginare spazi esterni, per prendere e andarsene da tutta quella situazione. Dovevano crollare i muri. E Giuseppe ha lavorato molto in questo senso». Il compositore poi ha scritto anche un secondo pezzo per l’altro momento musicale del film: «Qui, invece, la mia richiesta era completamente diversa: partire dai rumori che facevano i personaggi in quel momento – i tubi che il tecnico dei condizionatori (Andrea Lattanzi) sta sistemando, le gambe di Luce che si muovono, la penna di Domenica – per costruire qualcosa che però inglobasse anche altri suoni del tribunale».

Daphne Soccia e Giovanni Anzaldo. Foto: Rocco Francon

Già, perché dentro all’aula, il dibattimento prosegue ai suoi ritmi. E il caso, come detto, riguarda il tema caldissimo della giustizia fai da te, che Bellosi sceglie di lasciare in qualche modo aperto: «Ho seguito due filoni. Rispetto alla legittima difesa, ovviamente ognuno di noi ha le sue idee, ma ci siamo sforzati, già in fase di scrittura, di stare con ognuno di loro fino in fondo, provare a capire le ragioni delle due parti. Quello che è emerge – o almeno, lo spero – è che entrambi si sono macchiati di qualcosa, ed entrambi però hanno delle ragioni. Nessuno è del tutto colpevole o del tutto innocente». C’è un durissimo e toccante scontro in bagno tra la compagna del rapinatore (e matrigna di Luce) interpretata da Daphne Scoccia e il benzinaio: «Riconoscono che c’è stato qualcosa di troppo, da una parte e dall’altra, e per questo soffrono allo stesso livello. C’è qualcosa che li accomuna in ciò che è accaduto».

Dall’altra parte, però, il cuore di Palazzo di Giustizia (che ha anche adottato il Protocollo EcoMuvi per la sostenibilità ambientale sui set) è proprio nell’incontro tra Luce e Domenica: «Ci sono delle azioni che commettono altri e che ricadono su chi non c’entra nulla, in questo caso le figlie. Ma, al di là di quello che si trovano sul groppone e che non dipende da loro, queste giovanissime hanno una forza: tutta la vita davanti», conclude Chiara. «C’è una frase tratta da una poesia della scrittrice americana Grace Paley che avevo sempre in testa: “Generazioni crescono, provando a diventare foresta”. Crescere in un ambiente ostile cercando di diventare davvero grandi, nonostante tutto. Quella spinta è più forte più di qualunque altra cosa possa derivare da una sentenza».