‘Open Arms – La legge del mare’, la vera storia dell’Ong più amata e temuta del mondo | Rolling Stone Italia

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‘Open Arms – La legge del mare’, la vera storia dell’Ong più amata e temuta del mondo

Alla Festa del cinema di Roma il film di Marcel Barrena su Oscar Camps, l’uomo che dal nulla ha creato una flotta di soccorritori da 60.000 persone salvate in 6 anni. Li abbiamo incontrati

Foto: press

«Stavamo bene, eravamo felici del nostro progetto. Io e Dani Rovira, dopo il successo di 100 metros (bellissima opera su un uomo che scopriva di avere la sclerosi multipla all’apice di successo e felicità e doveva decidere se arrendersi o combattere, nda) stavamo scrivendo un altro film ed eravamo convinti che nulla potesse fermarci. Poi un giorno incontrammo Oscar Camps, mangiammo con lui e scoprimmo la sua storia. E lì capimmo che aveva la precedenza su tutto, che dovevamo fare questo film». Marcel Barrena racconta con disarmante sincerità la genesi del film Open Arms – La legge del mare, in selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma e presto in sala grazie ad Adler Entertainment. E somiglia così tanto all’urgenza con cui è nata l’avventura di un uomo che ha lasciato la sua vita rassicurante e redditizia per colpa (e merito, purtroppo) di una foto: quella del piccolo Aylan (Alan Kurdi, 3 anni, rifugiato curdo-siriano), adagiato sul bagnasciuga della spiaggia turca di Bodrum in una posizione innaturale per un bambino. Quella di chi non diventerà mai adulto. Quell’immagine turbò il mondo e cambiò la vita di Oscar Camps. Che la appiccicò al vetro del suo ufficio perché tutti i suoi dipendenti, bagnini qualificati, non potessero ignorarla.

Quell’istantanea che è la copertina di un’epoca infame, la nostra, di un Occidente egoista e cinico, portò quell’uomo da Barcellona a Lesbo. Perché non poteva essere altrimenti: il suo lavoro era ed è salvare le persone inghiottite dal mare, ovunque siano. Far rispettare la legge del mare. Nessuno può e deve morire perché cerca di vivere, non nel mare che lui ama e rispetta. Nessuno può farlo in quel lembo d’acqua tra Grecia e Turchia, troppo breve perché vi siano acque non territoriali. La legge del mare impone che tutti vengano salvati. Soprattutto se tecnicamente non si è in mare aperto e la legge ti costringe a presidiare le tue acque. Lui questo lo sa, e parte. È il 2015 e niente sarà più lo stesso. Per Oscar ma anche per Marcel e Dani (che nel film è Gerard, il sodale fedele e dolente dell’eroe), che pochi anni dopo non potranno fare a meno di narrare l’epopea di Open Arms. «Cinque anni ci abbiamo messo, se contiamo anche le numerose telefonate, chiacchierate, discussioni con Oscar: voleva essere sicuro che fosse una cosa buona per la sua causa, che trattassimo con rispetto tutta la vicenda, umana e della sua Ong. Ha sofferto troppi attacchi proditori, all’inizio quando le polizie dei due paesi lo intralciavano e poi quando è stato oggetto di calunnie, attacchi politici e privati, articoli vergognosi. A un certo punto siamo piombati a Lesbo ed eravamo determinati a non andarcene finché non avesse accettato. Una sera lui semplicemente ci disse: siete pazzi, ok facciamolo».

Oscar, refrattario a ogni strumentalizzazione politica e mediatica, all’inizio non ne voleva sapere di giornalisti e fotografi, figuriamoci di un regista. Ma è stato proprio un fotoreporter, Santi Palacios, a convincerlo all’inizio di tutto che doveva far conoscere la sua storia. Che doveva inchiodare l’Europa alle sue responsabilità con il proprio esempio. «Non sono un eroe, ma solo uno che non poteva non fare il suo lavoro, quello a cui ho dedicato l’esistenza: salvare vite in mare. Io sono un soccorritore, come potevo voltare la testa dall’altra parte?». Eccolo Oscar, in un hotel a pochi metri dall’Auditorium che, con una t-shirt dei ragazzi del Cinema America, si siede al tavolo con il sottoscritto e il regista e interviene. «Ho capito che non eravate tutti uguali voi giornalisti», sorride. Arriverà il World Press Photo per Santi e donazioni per Open Arms che costruirà una piccola flotta da 60.000 uomini, donne e bambini salvati da morte certa. «Uno dei motivi», prosegue il regista, «per cui il casting è stato allo stesso tempo facile e difficilissimo. Facile, perché tutte le star del cinema spagnolo volevano fare Mediterraneo (titolo originale della pellicola, nda). Tutte, io, Dani, chi si occupava del casting ricevevamo telefonate quotidiane anche per ruoli minori. Abbiamo avuto un’ampia possibilità di scelta, forse persino troppa. Poi è arrivato Eduard, lui e Oscar sono due gocce d’acqua e sentiva addosso il ruolo come nessuno. Solo dopo averlo scelto ho scoperto che peraltro era stato campione di pallanuoto in gioventù». Talmente simili, Eduard e Oscar, che «un giorno a Lesbo, era notte, arrivò la fidanzata del secondo. Vide il nostro protagonista, lo prese sottobraccio e andò via con lui. Lei stessa li aveva scambiati. Oscar non la prese benissimo! Il ruolo di Dani, invece, l’ha salvato il Covid: lui è uno degli attori più noti in Spagna, forse il più conosciuto di questi anni ma nel 2020 è stato colpito dal linfoma di Hodgkin. Eravamo disperati e preoccupati per lui, in più sembrava che non potesse fare il film a cui teneva più di me. Ci ha salvato, è paradossale dirlo, il Covid. Ci ha costretto a rinviare le riprese e in quei sei mesi lui ha fatto la chemio. E ce l’ha fatta, a vincere la sua battaglia e a essere nel cast».

Un’impresa doppia, per Rovira, cabarettista e comico alle prese, di nuovo grazie a Barrena, con una parte drammatica e complessa interpretata straordinariamente: è l’amico e sodale, il Sancho Panza che riporta sempre alla realtà il Don Chisciotte per cui lavora e a cui vuole bene come un fratello, quello che soffre per la famiglia lontana e non può veder crescere il figlio. Per far capire quanto tutti volessero essere parte di questo progetto, troviamo nella parte di Nico, bellissima e importante ma pur sempre da comprimario, una star internazionale come Sergi López. Tutti spinti da un’esigenza umana, politica, primaria di fare giustizia, di combattere una battaglia giusta. «Volevo», continua il cineasta, «un film popolare, che volessero vedere tutti, non cinema d’essai. Io ho fatto questo film per lo stesso motivo per cui un uomo, vedendo il cadavere di un bambino di 3 anni riverso sulla sabbia, è andato migliaia di chilometri lontano da tutto e tutti per salvare vite. Voglio che venga visto da più persone possibile. E attenzione, questo non è un lungometraggio politico, di denuncia, polemico. No, non è l’agiografia di un dissidente o ribelle. Oscar Camps, in tutta questa vicenda, è l’unico che ha sempre rispettato la legge, la legge del mare. Questa è un’opera su un uomo che ha rispettato le leggi che stati, Unione Europea e guardie costiere e tanti altri hanno ignorato e infranto. E sono felice che arrivi ora in Italia Open Arms, perché qui è diventato sì un fatto politico, ma si è anche creato un movimento d’opinione favorevole al loro lavoro».

La bellezza di questo lavoro è tutta qui: nell’empatia lucida con cui Barrena descrive la vicenda umana dei protagonisti, le loro vicissitudini familiari e i loro atti d’eroismo, la loro battaglia contro tutti e quella personale, a volte anche contro se stessi; nel realismo delle riprese («il 90% di quello che raccontiamo è successo realmente»); nella voglia di fare grande cinema, con interpretazioni potenti e una regia lineare ma ambiziosa. Open Arms non è solo una grande storia, è anche un grande film. In cui nulla è lasciato al caso, a partire dalle scene in mare per finire alla location. Tanto che non sospetteresti mai che non sia ambientato a Lesbo. «Una settimana prima di chiudere gli accordi per girare lì, lo ammetto, nascondendo il tema della pellicola, qualcuno ha mangiato la foglia. Sono cominciate ad arrivare minacce fasciste violentissime e per questioni di sicurezza ci hanno impedito di girare sull’isola. Quelle aggressioni non sono mai finite: ora si sono trasferite su internet e soprattutto in Spagna. Attaccano il film con una ferocia inusitata». Sorride Camps, che ha deciso di partecipare alla chiacchierata – «dovrai farci l’abitudine, non hai idea di quante ne riceva io» – e alleggerisce l’atmosfera ricordando che «un po’ mi inquietava quell’uomo che mi somigliava e che venne per qualche giorno a Lesbo e mangiava con me, mi seguiva ovunque, con cui parlavo molto e che mi studiava a fondo quando facevo altro. Ora lo so, è il mondo del cinema, è così, ma in quel momento era strano. Però quella serietà, quell’abnegazione al ruolo mi ha fatto capire che stavo lasciando la mia storia, indipendentemente dalla caratterizzazione del mio personaggio che ovviamente in alcune cose è romanzata, in ottime mani. E poi ho capito, negli anni, che per la causa per cui lottiamo ogni giorno, vale la pena di sacrificare la mia vita personale, mostrandola a tutti, per spiegare cosa facciamo».

Il cast di ‘Open Arms – La legge del mare’. Foto: Porto Germeno Vigia

In fondo, come racconta Open Arms – La legge del mare, ha fatto rinunce ben più grandi. Doveva andare solo due giorni a Lesbo “a dare una mano”, sono sei anni che fa base a Lesbo. «Siamo sotto attacco da anni, soprattutto dell’estrema destra. E di una zona grigia – di potentati, aggiungiamo noi – che distorce ciò che siamo. E abbiamo pensato che dopo anni a difenderci e a raccontarci sui social, dopo aver trovato una convivenza coi giornalisti e fotografi che all’inizio non ci sopportavano perché salvando persone toglievamo loro storie e immagini tragiche, un film poteva essere il modo migliore per rispondere alle bugie diffuse sul nostro conto, a far luce sul nostro lavoro. Abbiamo bisogno che tutti vengano sensibilizzati sul tema, sul perché siamo stati “obbligati” a far nascere e crescere Open Arms. Anche contro i nostri interessi, sacrificando molto, a partire dalla nostra famiglia. Non credi che sarebbe stato più conveniente per me rimanere in Spagna, con i 5 milioni di turisti che vengono sulle nostre spiagge? Io ringrazio Marcel, Dani, tutti, perché sono stati fedeli nel narrare chi siamo e cosa facciamo e molto sensibili nel farlo». Sa, Oscar, di essere eroe per una parte del mondo e nemico pubblico per un’altra. «Io sono solo Oscar Camps, un bagnino, e ho una sola certezza: la notte dormo tranquillo. Quando non usciamo in mare». Mare che è stato il nemico più grande del film. «Ricordo il tempo che passava e noi tutti in mare a girare e recitare tra mille difficoltà e tantissime comparse», interviene il cineasta. «Ricordo l’acqua fino al petto, la macchina da presa caduta in mare, i due tornado, persino un canadair che ci ricopre d’acqua e rovina buona parte dell’attrezzatura!». Oscar ride: «Tornado, erano due piccole perturbazioni!», lo prende in giro con la faccia di chi ne ha viste tante, troppe. «Li guardavo lamentarsi, nei tre giorni che sono riusciti a girare a Lesbo, per cose che per noi erano all’ordine del giorno. Mi toccava far loro da baby sitter, di salvarli dove si toccava. Che disastro!».

Si guardano, l’intesa è tutta in quegli occhi pieni di rispetto l’uno per l’altro, anche se provenienti da due mondi così lontani. Ed entrambi si sono trovati d’accordo a raccontare la vita e non la morte. «Io l’ho sempre pensata, questa, come una pellicola mainstream. E volevo, dovevo lasciare una speranza, mostrare la parte bella del loro lavoro. L’ho capito quando ho dovuto raccontare la storia di Haya, la madre che ogni giorno va in spiaggia a chiedere ai rifugiati, mostrando una foto, se hanno visto suo figlio, a cui mare e trafficanti l’avevano strappata. La sua storia poteva essere raccontata in un solo modo, il film è su Open Arms, su chi salva». Gli fa eco Camps. «La foto di Aylan è fondamentale per capirmi e capirci: perché lui lo abbiamo visto, ma quanti Aylan sono morti senza che noi lo sapessimo, li piangessimo, avessero neanche un nome su una bara? Salvandoli, riconquistano un nome, una vita, un futuro». Elementare, Oscar. Eppure governi, comunità europea, istituzioni sembrano non capirlo. «Sai che fanno loro? Ti faccio un esempio, più facile da comprendere per chi non è come noi in prima linea. Le leggi delle varie nazioni, l’inazione dell’Unione Europea, le istituzioni che ci intralciano, ci arrestano, ci sequestrano i mezzi, coloro che ci aggrediscono anche fisicamente fanno qualcosa di inaudito. Pensaci: è come se qualcuno entrasse in una sala operatoria, picchiasse i medici, staccasse tutta la strumentazione e la portasse via, togliesse ossigeno, anestesia e medicine ai pazienti, poi rimanesse a guardarli morire senza agire. Il tutto lucrandoci sopra, per convenienze politiche ed economiche. Lo permetteremmo mai? Evidentemente sì, è quello che succede a noi e alle vittime del mare quotidianamente». Non c’è rabbia nelle sue parole, ma una determinata amarezza. «Avete idea di cosa voglia dire per dei soccorritori che hanno lasciato tutto per affrontare un’impresa simile vedersi criminalizzati, calunniati, insultati, criticati a volte trattati come terroristi? Non abbiamo mai preteso di essere ringraziati, stiamo facendo il nostro lavoro. Ma questo è troppo. E non parlo di me. Io parlo di Mimmo Lucano: 13 anni per aver accolto esseri umani? Per aver fatto tra vita e morte altrui l’unica scelta possibile? Sono ancora sconvolto, ma non stupito».

Una strage morale e fisica, deliberata e volontaria che ormai si protrae da decenni. Di valori e di uomini. «Slogan come porti chiusi, leggi che sono condanne a morte hanno questo effetto: la morte delle persone, appunto. E salvarle non può essere criminalizzato. Mai. Ma siccome siamo lontani, possono raccontare quello che vogliono, alimentare le paure più basse delle persone». Come Matteo Salvini, accusato nel processo Open Arms di aver sequestrato 147 migranti per diversi giorni su una imbarcazione della Ong. La prossima udienza è stata rinviata al 23 ottobre (pare, peraltro, che testimonierà persino Richard Gere). «Voglio solo che sia fatta giustizia, che si dimostri che il capitano non poteva fare altro. Sul vostro ex ministro che cosa posso dire? Non saprei aggiungere altro a quello che ho detto a Palermo, potrei ricordargli un detto spagnolo che recita “se stanno facendo qualcosa al tuo vicino, attento che presto la faranno anche a te”. Una versione popolare delle famose parole di Martin Niemoller, attribuite erroneamente a Bertolt Brecht, che iniziano con “Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento…”». Sorride, amaro, e poi si fa improvvisamente serio. «La verità è che c’è un piccolo Salvini in ognuno di noi. E devi decidere se annichilirlo e neutralizzarlo o nutrirlo e renderlo grande e invincibile. E guarda che io sono sicuro che anche lui, fosse a Lesbo con noi e vedesse un bambino, un uomo, una donna in mare, lo salverebbe. Perché è impossibile fare altrimenti». Oscar, sinceramente, io ti darei il Nobel per la pace e il segretariato dell’Onu, ma permettimi di dissentire. Sono sicuro che tu però, se lo vedessi in mare, salveresti persino lui.