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Nicolas Winding Refn: la mia follia & bellezza a L.A.

Dopo aver indagato le ossessioni maschili (in “Drive” su tutti), in “The Neon Demon” il regista racconta quelle femminili in una Los Angeles fashion

Elle Fanning è la bellissima protagonista del film. (Abito: Emporio Armani)

Elle Fanning è la bellissima protagonista del film. (Abito: Emporio Armani)

“Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note”. Così Francis Scott Fitzgerald descriveva Daisy, la cugina di Jay Gatsby, e la stessa musicalità sembra contraddistinguere anche il flusso di parole che il regista Nicolas Winding Refn libera dall’altra parte del telefono, nonostante qualche breve interruzione, a corrente alternata, per controllare che le sue figlie non facciano casino mentre il padre risponde alle nostre domande.

«Mia moglie Liz non c’è», si scusa Nicolas, «e prima di uscire mi ha chiesto di badare alle piccole. Faccio sempre quello che mi dice lei. Sono totalmente dipendente dalle mie donne». Figlio di un regista (che ha lavorato con Lars Von Trier come montatore) e di una fotografa, Refn, nato in Danimarca nel 1970, giocoso e coltissimo, si è messo in luce, a partire dal 1996, con Pusher, trilogia estrema, minacciosa e brutale sul mondo della droga. Ebbro di cinema europeo, adoratore di “diavoli” come Kenneth Anger o Alejandro Jodorowsky, senza dimenticare la lezione americana di Martin Scorsese, Refn da sempre studia e rappresenta la violenza con un misto di attrazione e orrore, timore e tremore, mentre quasi tutti i suoi protagonisti sembrano corpi votati a una sorta di religioso, catartico martirio, dal romanticismo disperato di Ryan Gosling (in Drive e Solo Dio perdona) alla gelida ambiguità di Mads Mikkelsen (Valhalla Rising). Dopo tanti, indimenticabili, personaggi maschili, per il suo ultimo film The Neon Demon, Refn ribalta completamente l’assioma, pur conservando il suo gusto estetizzante e flamboyant per la messa in scena, e confeziona un film quasi esclusivamente al femminile. La storia di Jessie, una magnifica Elle Fanning, giovanissima aspirante modella che si trasferisce in cerca di fortuna in una sexy Los Angeles carica di illusioni e mitologia. Ben presto però, Jessie dovrà scontrarsi con un piccolo manipolo di donne e un custode di motel (incarnato da Keanu Reeves) di hithcockiana memoria, corpi disposti a tutto pur di rubarle quella purezza non ancora contaminata dalle viscere di uno showbiz allucinato e “cannibale”.

Nicolas, come è nato il desiderio di girare questo horror al femminile?
Innanzitutto credo che le donne siano infinitamente più interessanti degli uomini, nonostante i maschi siano stati i protagonisti assoluti dei miei film precedenti. Vedi, nel 2011 con Drive avevo già raggiunto il picco del fetish maschile, Solo Dio perdona invece era tutto incentrato sulla madre, sulla morte metaforica della figura materna come unica via possibile per la rinascita di un uomo. Questi due film, insieme a Valhalla Rising, hanno lo stesso protagonista. E non sto parlando dell’attore, ma proprio del personaggio. Julian di Solo Dio perdona, interpretato da Ryan Gosling, è stato una sorta di appendice di me stesso, che mi ha aiutato a liberarmi da molti fantasmi personali.

Un processo creativo quasi psicanalitico…

Cerco di usare me stesso come una tela bianca: tutte le mie idee nascono prima dalle mie ossessioni personali e poi da quello che vorrei vedere, dal mio gusto, da quello che trovo più interessante da mettere in scena. Per The Neon Demon avevo questa idea fissa di fare un horror con ragazze teenager, pensavo fosse un genere sul quale “fantasticare” e riflettere molto, anche perché sentivo un enorme bisogno di far uscire la 16enne che è in me. Sembra assurdo, lo so, ma sono sicuro che ogni uomo nasconda una teenager nell’anima e non vedo l’ora di sapere cosa penseranno le donne dopo aver visto questo film.

Il teatro dell’azione di The Neon Demon è il mondo della moda, gli shooting, le sfilate. Cosa ti affascina maggiormente di quell’universo?
Non conoscevo bene il fashion business fino a tre anni fa, quando ho realizzato uno spot per Gucci e mi è piaciuto tantissimo esaltare, per la prima volta, un corpo splendido come quello di Blake Lively. Non volevo però fare un film sul mondo della moda, perché, in quel caso, avrei girato un documentario, visto che c’è molta più follia in quella realtà che in qualunque possibile film. Volevo usare la moda come background, anche perché è molto facile che certi corpi perfetti, come quello della Lively, finiscano in quell’ambiente.

Nel film la bellezza è rappresentata come qualcosa di altamente pericoloso, come una forza tellurica che lentamente conduce alla pazzia…
Ho cercato di esprimere cosa si prova quando si nasce bellissimi. Io non sono bello, ma ho una moglie stupenda e quindi posso solo immaginare come ci si possa sentire. Penso che sia molto più interessante per una donna “vivere” la bellezza, perché ha più possibilità per esaltarla, dagli abiti al trucco, fino al sentirsi glamour. L’assillo della bellezza, la costante e globale fissazione, soprattutto per quella femminile, è enorme e inesauribile, come un’azione in Borsa che non crolla mai. Questa ossessione, unita alla rivoluzione digitale, è esplosa a mio avviso negli ultimi anni. Le mie figlie sono adolescenti e vivono in un mondo in parte vero e in parte falsificato: gli smartphone, Photoshop, i filtri Instagram non sono la realtà e questo doppio binario prima o poi è destinato a incrociarsi, con conseguenze fatali. Nel mio film, follia e bellezza sono legate indissolubilmente e sono il motore della tragedia, favoriscono la nascita di questo manipolo di “streghe”.

Capeggiate da Ruby, uno dei personaggi più tristi e tragici di tutto il tuo cinema.
Esattamente. Jena Malone, l’attrice che la interpreta, rappresenta la persona “normale”, innamorata della bellezza che non potrà mai avere e che cerca di ottenere a qualunque costo. È un personaggio davvero drammatico, le sue frustrazioni diventano patologia, per questo ho inserito una scena di necrofilia. Per Ruby, l’unico modo per ottenere quello che vuole è toccare, possedere un corpo che non può sottrarsi al suo desiderio.

Fin dalle prime immagini, The Neon Demon sembra evocare tanto cinema italiano di genere: i thriller di Mario Bava, ma soprattutto i cromatismi, la “stregoneria” e la qualità fiabesca di Suspiria di Dario Argento…
È vero. Anche il mio film, come Suspiria, racconta come la purezza entri in un mondo folle e oscuro, proprio come in certe favole. Per questo ho scelto un’attrice straordinaria come Elle Fanning, una miscela esplosiva, il punto d’incontro fra l’innocenza delle grandi attrici del cinema muto e quelle di oggi, unita alla magnifica abilità di trasformare se stessa. La macchina da presa semplicemente l’ha adorata. Tornando a Suspiria, ho sempre amato moltissimo Dario e credo che quel film sia uno dei vertici assoluti dell’arte cinematografica, oltre a essere per me il film-cocaina definitivo, data la sua “follia”. Il cinema di genere italiano è sempre stato uno dei miei riferimenti fondamentali, dai maestri degli anni ’60 fino alle parodie dei film di James Bond, mentre oggi sono un fan sfegatato della serie televisiva Gomorra: mi è sembrata davvero spettacolare!

Mentre scrivevo “The Neon Demon” ascoltavo Giorgio Moroder da mattina a sera

Come già in passato, anche questa volta è stato Cliff Martinez – ex batterista tra gli altri dei Red Hot Chili Peppers – a comporre la colonna sonora. Come lavorate insieme?
Cominciamo durante la scrittura del film. Il rapporto con Cliff è fondamentale per ogni mio lavoro e molte scene o personaggi nascono proprio dalle suggestioni musicali che mi regala. Solitamente iniziamo a parlare di quale tipo di stile musicale potrebbe accompagnare il film, e poi Cliff mi raggiunge sul set, dove di frequente mi è capitato di stoppare le riprese per parlare con lui dell’evoluzione del progetto. Cambio spesso la sceneggiatura in fase di riprese e giro in ordine cronologico perché voglio essere in grado di mutare la forma del film. Calcola che circa il 50% della sceneggiatura si modifica, possono essere cambiamenti piccoli o anche radicali, comunque cerco di dare più importanza al mio istinto, e anche per questo Cliff deve integrarsi con il film: per me non ci sono alternative. Infine, durante il montaggio, a volte sacrifico qualche immagine in modo da far terminare una sequenza con una precisa nota musicale. Il nostro è un legame indissolubile.

Quanto è importante per te ascoltare musica mentre prepari un film?
Non faccio altro che sentire dischi! Mentre scrivevo The Neon Demon, per esempio, ascoltavo Giorgio Moroder da mattina a sera, in modo particolare il suo album Knights in White Satin. Mettevo su il disco anche durante le riprese e tutta la troupe ne era entusiasta, era un set davvero felice! Per Bronson ascoltavo solo i Pet Shop Boys, per Drive invece i Kraftwerk, mentre durante Solo Dio perdona sul piatto c’era solamente musica country-western. Cerco sempre di pensare a un mio film come se fosse un brano musicale, penso a come sarebbe se fosse una suite o una canzone pop. In più, non usando droghe, l’unico modo che ho di stordirmi è con la musica!

Dopo l’uscita nelle sale di tutto il mondo, The Neon Demon sarà distribuito online da Amazon.
Ho la convinzione che il digitale sia l’unico modo oggi per preservare un film, è qualcosa che dura in eterno e prima capiamo la cosa, e l’accettiamo, meglio è. Ovviamente tutti sappiamo che il miglior modo di vedere un film è la sala cinematografica, ma non è affatto l’unica esperienza possibile. Molti piccoli film spariscono dopo poche settimane oppure si perdono nell’oceano delle uscite e lo streaming può dare loro una seconda possibilità, una nuova vita.

Un’ultima domanda: chi è The Neon Demon?
È un’entità, un fantasma, chissà… Mi piace moltissimo il suono di questo titolo! Forse è Jessie stessa, visto che rappresenta tutto quello che le altre donne vogliono e, in qualche modo, è lei che le conduce in un cammino di follia piuttosto che essere una semplice vittima. Ci sono tante “streghe” nel mio film, ma nemmeno Jessie alla fine è poi così innocua. Nelle prime scene del film ho disseminato qualche indizio perché, come nei film di Argento, forse non è così innocente come vuole far credere.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di giugno.
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