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Nick Hornby racconta “Brooklyn” | La recensione

È uno degli scrittori più popolari degli anni '90. Alcuni suoi libri ("Alta fedeltà", per dire) sono diventati film culto. Ma stavolta il film l'ha scritto lui

Nick Hornby compirà 59 anni il prossimo 17 aprile. Foto: Miriam Douglas

Nick Hornby compirà 59 anni il prossimo 17 aprile. Foto: Miriam Douglas

Nick Hornby non è uno scrittore qualunque. Tra gli autori inglesi più popolari emersi dagli anni ’90, è esploso sulla scena letteraria con alcuni racconti di ragazzi troppo cresciuti che trasformano le proprie passioni in uno stile di vita, con la conseguenza di non essere adulti pienamente funzionali. Da Alta fedeltà a Febbre a 90°, gli eroi di Hornby sono così devoti a certe parti di se stessi da non potersi mai dedicare veramente alle altre persone. Ma l’autore inglese, 58 anni e padre di famiglia, oggi non può fare a meno di guardare a cosa c’è al di fuori della propria testa. Con Brooklyn, il commovente film che ha adattato dall’omonimo romanzo di Colm Tóibín, il ritroso re della lad-lit ribalta la storia che sta scrivendo da una vita. Brooklyn racconta la vicenda di una ragazza irlandese piena di meraviglia, Eilis Lacey (Saoirse Ronan), che sbarca in America nel 1950 e si trova in mezzo a un triangolo sentimentale. È una storia vecchio stile, che bilancia il peso emotivo di un ricco dramma storico con la leggerezza di un popcorn movie. Alla vigilia dell’uscita di Brooklyn (nei cinema italiani il 17 marzo) lo scrittore, sceneggiatore ed ex critico musicale ci parla della sua evoluzione come autore, del genio di Taylor Swift, e della possibilità di ripensare a quella sua stroncatura di Kid A (l’album capolavoro dei Radiohead del 2000), che ha macchiato la sua reputazione presso quegli appassionati viscerali di musica che Alta fedeltà ha saputo raccontare così bene.

Haruki Murakami racconta di essere stato a una partita di baseball, quando aveva circa 30 anni, e mentre osservava la lenta parabola di una palla attraverso il campo, in quel preciso momento ha saputo di voler essere un scrittore. Gli sport sono stati molto importanti per l’evoluzione della tua creatività, ma è stato un percorso chiaro fin dall’inizio?
Indirettamente, sì. Non avevo idea di quale carriera avrei seguito o di che tipo di scrittore fossi; sapevo soltanto che c’era qualcosa dentro di me che doveva venire fuori. All’inizio ho cercato di scrivere sceneggiature, senza sapere bene cosa fossero, e c’è voluto un po’ prima di passare alla prosa. Erano come degli sceneggiati della BBC, ma in un’epoca in cui la BBC non ne produceva più, quindi non so bene cosa mi passasse per la testa.

Sei stato sorpreso dalla facilità con cui i tuoi libri sono stati adattati per il cinema? O forse sei tu che sei riuscito a farlo sembrare facile?
Ho scritto io stesso lo script del primo Febbre a 90° (la versione inglese del 1997 con Colin Firth), perché era un memoir, ma come film doveva diventare qualcos’altro. Di quello americano del 2005 se n’è occupato qualcun altro. Penso che se qualcuno dovesse chiedere ai vari sceneggiatori che hanno adattato i miei film, ti risponderebbero tutti che non è stato facile per niente. Ci mettono di norma cinque o sei anni per arrivare a un buon risultato! Probabilmente pensano che sarà un lavoro semplice quando lo accettano, ma poi si trovano a dire: “Aspetta un attimo, questo libro si svolge interamente nella testa di un tizio seduto dentro un negozio di dischi – come fai a farlo diventare un film?”.

Nel libro, Rob vorrebbe essere come Bruce Springsteen; nel film, invece, Springsteen in persona arriva e gli dà dei consigli.
Sì, quello per me è stato un momento interessante: “Ah, quindi è così che funziona a Hollywood: dicono semplicemente ‘chiamiamo Bruce Springsteen e facciamogli recitare di persona quelle frasi’. E nella stanza qualcuno ovviamente ha il suo numero.

Hai adattato tre sceneggiature, tutte con al centro una figura femminile. Brooklyn, però, è la tua prima vera love story: credi che le donne si innamorino in modo diverso dagli uomini?
Questa sì che è una domanda. Eilis è una bella ragazza, e tutte le belle ragazze che ho conosciuto avevano motivo di essere molto più diffidenti degli uomini. La gente cerca sempre di attirarle, dice loro un sacco di cose sgradevoli, e questo le rende sospettose. Le capisco. Dietro alle sceneggiature di An Education (2009) e Brooklyn c’è l’idea che esistono regole con cui queste donne devono scontrarsi e, da un punto di vista drammatico, scriverne è affascinante. Penso sia il motivo per cui Jane Austen è così popolare tra i giovani lettori: provano gli stessi dilemmi, anche senza vivere quella particolare vita.

Eilis è desiderosa di reinventare se stessa, mentre gli uomini delle tue storie spesso cercano il più possibile di non cambiare, di non crescere.
Quando sto scrivendo un romanzo, ogni volta dico a me stesso: “Oh, questa volta è diverso”. E invece arrivo a un punto, verso metà del processo, in cui penso: “Oh no, ci risiamo, sono ancora io”. Ma quando stai adattando un romanzo altrui, ti muovi nel contesto di un’altra mente e di altri impulsi. È liberatorio, perché ti costringe a non essere te stesso. Adattare Brooklyn è stato facile. Aveva molte sfide tecniche: è una piccola storia di grandi sentimenti, e dovevamo calibrarla bene. Ma tutto era già lì per me, e il mio lavoro, credo, è stato solo quello di amplificare un po’ il tutto. Colm Tóibín lascia immaginare molto il lettore, ma non è possibile fare lo stesso con un film, perché i personaggi sono lì, davanti a te, ti devi sbilanciare. Sono sincero, non è stato un lavoro difficile.



Sei stato spesso oggetto di critiche, ma sembri non esserne troppo turbato. Sei diventato immune alle recensioni negative?
Lo sto diventando (ride). Penso che più prosegue la carriera di un autore, più l’unica cosa che importa davvero è che le sue opere durino nel tempo. Troppi scrittori scrivono con un occhio alla posterità, senza essere in relazione con un pubblico contemporaneo. È la peggior posizione possibile, se uno vuole essere preso sul serio! Se non hai lettori durante la tua vita, non li avrai neanche dopo. Hai presente quella canzone di Patty Griffin, Time Will Do the Talking? Credo valga anche per l’arte.

Hai parlato spesso di un seguito di Alta fedeltà. Ci stai lavorando?
No. Ho in coda alcuni progetti che mi entusiasmano molto, e uno di questi è una serie tv originale su un’etichetta musicale indipendente alla fine degli anni ’70 – credo che come sostituto di quella particolare tentazione possa funzionare. Non ho voglia di tornare a cose del passato, e ho già in mente quale potrebbe essere il nuovo romanzo, se avessi il tempo di scriverlo. Poi devo scrivere la sceneggiatura del nuovo film di Jason Reitman.

Che cosa ascolti in questi giorni? So che tendi a considerarti un tradizionalista.
Ho difficoltà ad ascoltare il vecchio rock ultimamente, perché per me si è come esaurito. Per la maggior parte del tempo ascolto nuovi dischi rock. Negli ultimi due anni ho imparato ad ascoltare il jazz. Ma per quanto riguarda il nuovo rock, penso che la cover di Ryan Adams dell’album 1989 di Taylor Swift sia geniale. Mi piace anche un tizio che si chiama Andy Shauf, una specie di nuovo Elliott Smith.

Hai detto che un’arte difficile spesso richiede più tempo di quanto gli adulti siano disposti a concedere. Dato che sei riuscito ad aprirti al jazz, pensi che saresti disposto a riconsiderare il tuo parere su Kid A dei Radiohead?
Non credo. Quando ho ricevuto quell’album, all’epoca scrivevo per il New Yorker, l’ho ascoltato qualcosa come cinque volte al giorno per due settimane. Ma non ci ho trovato nulla, dentro, che facesse per me. Con quella recensione ho dato voce alla mia irritazione. L’idea, oggi – con tre figli, un’enorme collezione di dischi, Spotify – di tornare a Kid A e dire: “Sai che c’è? Gli do un’altra opportunità” – è assurda, non vedo come possa succedere. Le persone normali non fanno così. Quando decidono che qualcosa non gli piace, non cambiano idea.

Ascolti musica mentre scrivi?
No. Ascolto musica nelle pause dalla scrittura, quando vado in palestra, quando sono a casa e sto cucinando o facendo altre cose. Guardo anche un sacco di film e di tv.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di marzo.
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