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Nella mente del maschio con Kim Rossi Stuart

Introspettivo, autoreferenziale, ma non autobiografico: “Tommaso”, il secondo film da regista di Rossi Stuart «non è un film figlio di questi tempi, che fanno dell’evasione un valore»

Kim Rossi Stuart, foto di Fabio Lovino

Roma, rione Borgo. In un pomeriggio di caldo africano, dentro un bellissimo studio fotografico open space (con l’immancabile zona letto soppalcata e il giardinetto bucolico dove sorseggiare il caffè), Kim Rossi Stuart ha appena finito di scattare un lungo shooting in vista dell’uscita del suo secondo film da regista, Tommaso – presentato in questi giorni al Festival di Venezia, dove l’attore sarà anche presidente di giuria al premio Opera Prima. Kim ha fama di essere un personaggio un po’ schivo, che tende a non aprirsi facilmente per parlare di sé. Se questo è vero, sarà forse il motivo per cui i suoi film – il primo è stato Anche libero va bene, nel 2005 – tendono a essere considerate opere molto introspettive.
E la locandina di Tommaso, con la silhouette del protagonista che freudianamente nasconde l’ossessione femminile nella sua mente, sembra andare ancora in questa direzione.

In entrambi i film che hai diretto il protagonista si chiama “Tommaso”. Dieci anni dopo, questo nuovo capitolo è da considerare un sequel a tutti gli effetti?
Sì, anche se è stata una scelta che ho maturato solo mentre stavo scrivendo la sceneggiatura. A un certo punto mi sono reso conto che questo personaggio era la continuazione del bambino del mio primo film. Ero partito dal desiderio di esplorare il rapporto uomo-donna, dall’idea che siamo tutti influenzati dal bisogno di avere qualcuno. Quindi, l’idea di vedere che effetti avrebbe avuto, su un uomo 40enne, l’esperienza di essere un bambino cresciuto in un contesto familiare difficile, con una madre assente, a un certo punto mi è sembrata una scelta naturale.

Sembra un approccio al cinema quasi psicanalitico.
Anche libero va bene metteva al centro lo stomaco, mentre Tommaso mette al centro la mente. Con i pro e i contro, perché è pieno di dialoghi, mentre il mio primo film era quasi muto. In questo senso, penso – spero! – che Tommaso possa coinvolgere lo spettatore anche a livello mentale. Non è un film figlio di questi tempi, in cui l’intrattenimento – l’evasione – sembrano essere l’unico valore.

In passato si era capaci di rappresentare i sentimenti e il sesso in un modo più libero e crudo, brutale persino: mi viene in mente Identificazione di una donna di Antonioni, per esempio. Oggi sembra impossibile.
Il cinema introspettivo oggi non esiste più, tutto è estremamente patinato, romanzato. Con questo film ho voluto andare contro questa tendenza: pensa che il protagonista fa l’attore, e vorrebbe fare un film come regista. Proprio come è successo a me.

In Anche libero va bene il padre del bambino faceva l’operatore di macchina. È come se ti fossi avvicinato per gradi alla realtà.
Ho voluto fare un film nudo, che assomigliasse a me. Ci ho proprio messo dentro dei pezzi di me stesso. Certo, con Federico Starnone abbiamo poi lavorato a lungo alla sceneggiatura, e ovviamente non bisogna leggere tutto in chiave autobiografica. Non è un film autobiografico, questo voglio che sia chiaro. Ma, allo stesso tempo, sono convinto che, se tutti si fermassero a guardarsi dentro, se avessero il coraggio di mettersi un po’ più a nudo, appunto, il mondo sarebbe un posto molto migliore. Questo è quello che mi ha spinto a fare un altro film, dieci anni dopo il primo.

tommaso_locandina

All’epoca del tuo primo film, i critici avevano fatto molti riferimenti a Truffaut e i suoi 400 colpi. Qui dove siamo? Più in zona Moretti? O sempre Truffaut, ma nella versione L’uomo che amava le donne?
Forse qualcuno ci vedrà Moretti, per via di quello che potremmo definire… cinema dell’autoreferenzialità. (Ride). Ma questa volta ho davvero voluto fare un percorso personale, e non saprei indicare un’ispirazione precisa. Volevo fare un film autentico, inclassificabile. Poi ovviamente non ci sarò riuscito al 100%: l’altra sera ho visto Mystic River in televisione: mi sono reso conto che, al di là delle ovvie differenze, le tematiche sono esattamente le stesse del mio film. Ma quel film ha un vestito sontuoso, il mio è volutamente nudo.

Pensi che tutte le famiglie siano disfunzionali?
Qualche tempo fa mi è capitato di rivedere Comizi d’amore di Pasolini, che parla proprio di questo, di quanto sia disfunzionale la vita di coppia per gli esseri umani. Se ricordi, in quel film a un certo punto compare Giuseppe Ungaretti: Pasolini gli chiede che cosa sia la normalità, credo facendo riferimento anche all’omosessualità, ma non solo. E Ungaretti risponde: la normalità ha smesso di esistere nel momento in cui l’uomo si è civilizzato. Tutto è diventato contro natura. Nel nostro mondo io vedo una confusione totale su come bisogna vivere la coppia: come bisogna accoppiarsi, amarsi, fare sesso eccetera. Per me il personaggio di Tommaso incarna tutte queste difficoltà.

Qualcuno ha detto che l’unica perversione possibile oggi è essere fedeli.
Bello, mi piace (sorride).

Con Tommaso pensi di avere esaurito questa linea di indagine?
No. Penso di avere un terzo film, dentro. Una trilogia, insomma.

Tra altri dieci anni?
Forse. (Ride).

Copia di rCDM14740

A giudicare dal trailer, Tommaso sembra avere una componente erotica piuttosto importante.
Paolo Taviani mi ha detto che in questo film c’è una ricerca di sano erotismo, che non si vede spesso nel cinema italiano. Ho cercato di mettere in scena il sesso in un modo né pruriginoso né presuntuoso, tutto qui.

Con il tuo cognome e il tuo aspetto, hai mai considerato di spostare la carriera da attore all’estero? E per estero intendo Hollywood.
Sono andato due volte negli Stati Uniti. A 14 anni, quando avevo già iniziato a recitare a teatro e a studiare come attore, sono andato all’Actors Studio di New York. Poi verso i 26 o 27 anni sono partito per Los Angeles, con l’idea di trovarmi un’agenzia e lavorare lì. Ma non faceva per me. Non mi è piaciuta l’ansia carrieristica che avevano tutti, pronti a tirare fuori il biglietto da visita ed elencare il proprio curriculum di fronte a ogni persona che incontravano. Mi pare che una volta Mastroianni disse: “Ma che ce vado a ffa’ in America? Io sto tanto bene nel mio paese”. Anche in questo sono d’accordo con Pasolini: diceva che il successo è una cosa orribile, non serve a niente.

Nella tua carriera hai fatto qualche scelta di cui poi ti sei pentito?
Per scelta etica mi impongo di non pentirmi mai, per imparare anche dagli errori. Ecco, un paio di anni fa ho fatto un film francese, pensando che sarebbe stata un’esperienza interessante, però strada facendo… ho capito che era soltanto un film brutto. (Ride).

Per scelta etica mi impongo di non pentirmi mai, per imparare anche dagli errori

Tuo padre (Giacomo Rossi Stuart, scomparso nel 1994, attore negli anni ’60 e ’70 di numerosi western, peplum, horror, western nella vivacissima industria cinematografica italiana dell’epoca, ndr) come ha vissuto la decisione di diventare a tua volta un attore?
Era del tutto favorevole. A 13 anni mi venne offerto di fare un provino e, insieme ai miei genitori, si prese la decisione di farmi specializzare nel mestiere di attore. Non c’era molta fiducia nelle istituzioni scolastiche. È stato un percorso condiviso.

Che effetto ti fa rivedere i film con tuo padre, ora che non c’è più? Mi chiedo se possa funzionare come una specie di archivio a cui attingere, quando hai voglia di rivederlo…
No, a dire la verità non mi capita spesso di guardare i suoi film. Non li colleziono, e non sento il bisogno di cercarli. Quando mi capita di vederlo in televisione, mi fa uno strano effetto, perché ho perso mio padre quando avevo 25 anni. Sarà anche per via del genere di film che faceva…

Io ho molto rispetto per quel tipo di cinema, pieno di idee buone e cattive allo stesso tempo, girato in modo così febbrile.

Ma quando recitava in quei film, mio padre assumeva una specie di maschera, da tipico duro del cinema americano. Assomigliava un po’ a Jack Palance. Ma è un volto che non riconosco, non vedo niente di lui. Non mi dà emozioni. Io lo ritrovo molto meglio nella mia memoria.

Cosa pensava lui di quei film?
Era molto scontento. Avrebbe voluto fare altro, ruoli diversi.

Guardando il tuo primo film da regista, uno potrebbe pensare che il vostro non fosse un rapporto facile.
Era un rapporto di grandi dolcezze e grandi durezze. Enormi dolcezze ed enormi durezze. Così lo ricordo. (Sorride).

Il tuo prossimo progetto è una serie tv. Ce n’è qualcuna che ami particolarmente?
No, non ne guardo quasi nessuna. Mi dicono che alcune sono eccezionali, ma sai com’è, preferisco avere una vita. La serie che ho da poco finito di girare, però, ha qualcosa delle serie americane: si intitola Maltese (sarà trasmessa da Rai nel 2017, ndr) e io interpreto un commissario nella Sicilia degli anni ’70. Uscirà l’anno prossimo per la regia di Gianluca Maria Tavarelli. Non ho ancora visto niente, ma ho ottime sensazioni.

Ti sei divertito?
Molto. Questa volta ho interpretato un personaggio di principi saldi, un eroe veramente positivo. E non mi è dispiaciuto affatto.

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