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‘Naufragi’ e le sue donne storte

Abbiamo incontrato il regista del film Stefano Chiantini e la protagonista Micaela Ramazzotti: la storia che guarda al femminile in modo non scontato, il lavoro insieme, il lockdown e quell’ansia che non passa mai

Stefano Chiantini e Micaela Ramazzotti sul set di 'Naufragi'

Foto: Alessia Brescia

Il mare. La forza e la potenza della natura, nella sua ineluttabilità, è una parte fondante e fondamentale del cinema di Stefano Chiantini (dalle pareti rocciose di Storie sospese al Tirreno, in questo caso), almeno quanto il mettere al centro della sua e della nostra attenzione anime spezzate da un evento, da un dolore, da un rimorso. «Parto sempre da qui, è vero», confessa il cineasta, «dall’indagare l’animo umano quando si incaglia in un bivio atroce, quando qualcosa lo ammacca. Pensavo fosse un caso, ora devo fare i conti con il fatto che non può esserlo, che è qualcosa che è parte di me e che nasce nei meandri del mio, di animo. Dovrò indagare. So solo che ho bisogno di cercare, raccontare, analizzare queste storie, i loro lati oscuri, certi stimoli emotivi». Naufragi gravita, in fondo, intorno a due scene, entrambe immerse nell’acqua. Quella finale, bellissima e struggente, che ovviamente non raccontiamo. E quella della prima parte, in pedalò, gioiosa e bambina, che viene bruscamente interrotta e che rappresenta l’inversione a u della narrazione. Naufragi – in programmazione su Sky dal 16 luglio (su Apple TV+, Rakuten Tv, Google Play, Amazon on demand e Chili già dal 9) – in fondo è il viaggio tra queste due sequenze, è il ritratto di una donna diversa, “storta” come la definisce Micaela Ramazzotti, l’attrice che racconta Maria, perfettamente rappresentata da quei fotogrammi.

Maria è una madre e una moglie, ma è diversa da tutti. Lei è una donna fragile, un’anima dolente e a volte infantile, una che si rifiuta di piegarsi alle convenzioni sociali, alla vita di tutti i giorni, alle bollette e al giudizio altrui. Il marito e i due figli (che bravo Mario Sgueglia nelle sue poche pose ad apparire colonna e complice, perfetti i fratellini, anche nella vita, Mia e Lorenzo McGovern Zaini nella parte dei figli) la amano anche per questo, ma la crudeltà del destino vuole farle pagare la sua incapacità di adattarsi a una società cinica, competitiva, arida. Maria è la sorella di Anna della Prima cosa bella e di Donatella della Pazza gioia e di Gemma degli Anni più belli, è uno di quei personaggi che sanno far vibrare così solo Micaela Ramazzotti, ma poi diventa radicalmente altro. Qualcosa che non le avevamo ancora visto, una donna interrotta, sepolta viva nel proprio corpo, un animale in gabbia. Quasi a voler dire a tutti che un’attrice così, quando vuoi etichettarla, chiuderla in un archetipo, sa sempre stupirti, sterzare, mostrarti altro.

Foto: Alessia Brescia

«Non lo so se è stato voluto, ma nulla è mai un caso. Di sicuro non scelgo i ruoli per convenienza, non saprei neanche come farlo. Io amo Ken Loach, John Cassavetes, Lars von Trier, Woody Allen, Krzysztof Kieślowski, Thomas Vinterberg, non posso non subire il fascino di queste donne storte, per alcuni versi inadatte alla vita, problematiche, che escono fuori dagli schemi. Ho bisogno di essere il loro specchio, mi interessa l’imperfetto, la crepa, amo la debolezza, i mondi subalterni, chi deve sopportare il mal di vivere, amo quando una storia ha uno sfondo sociale. Io posso parlare solo col mio lavoro, con i film e sento la necessità di non buttare queste parole. Ho bisogno che il mio lavoro, i film che faccio dicano e lascino qualcosa, almeno a me, che accendano un faro dove altri li spengono. Mi ha subito affascinato il salto temporale ed emotivo di questo personaggio, la corazza che è costretta a mettersi, il suo essere una morta che cammina e respira e poco altro. Con il regista abbiamo lavorato sul suo essere anestetizzata dal dolore, dai suoi lutti. Abbiamo parlato a lungo con Stefano per costruire Maria, il suo sgretolamento ma anche la sua resistenza e la capacità di tornare a vivere dopo l’incontro con un’altra naufraga, Rokia (Marguerite Abouet, nda), con una storia di immigrazione dolorosissima».

Dei lunghi confronti sul ruolo testimonia anche il cineasta Stefano Chiantini. «Mentre scrivevo il film e il ruolo pensavo a Micaela, anche se non la conoscevo e non sapevo se avrebbe accettato. Quando questo è accaduto, sono tornato sulla sceneggiatura per modellarla ancora di più su di lei, usando i nostri discorsi, l’averla conosciuta, per caratterizzarla meglio. Amo le attrici come Micaela, così vere, genuine, dall’anima e dal carattere forti e sensibili. Penso ad altre grandi interpreti che ho diretto, diverse nello stile ma con queste caratteristiche, come Giovanna Mezzogiorno e Asia Argento: con tutte loro ho costruito rapporti forti anche a livello personale, non solo professionale. Micaela poi è un’attrice destrutturata, ha la capacità di entrare dentro il personaggio e darle una verità sconvolgente».

Naufragi è un film bello e spezzato. Un’opera che ne contiene due, la Maria incontrollabile e dolce, quella repressa e annichilita. E lo è stato anche sul set. «Lo abbiamo girato in ordine cronologico», racconta il regista, «e così a febbraio 2020 abbiamo chiuso la prima parte e poi il Covid ci ha costretti ad aspettare giugno per la seconda. Col timore che l’unico naufragio del film fosse il film stesso! Ha inciso la pandemia, anche sulla scrittura. Sono dovuto tornare sulla sceneggiatura, cancellare alcune scene di contatto e ripensarne altre, ma alla fine di questo ne ho fatto una forza: rivedendolo, per ciò che diventa Maria, hanno più forza quella refrattarietà, quelle distanze». Quel ruggire persino all’unico essere vivente che prova ad avvicinarsi. «Truccatrici e costumiste con le tute-scafandri, l’obbligo di stare lontani, un albergo che sembrava quello di Shining, tutto ha contribuito a rendere più forte, vera questa seconda parte fatta di distanze e silenzi. Sembravamo vivere in un’astronave, quella seconda parte che mi preoccupava perché dalla macchina a mano della prima, da un’atmosfera anche di gioco si passava a movimenti minimi a dialoghi e un cast ancora più scarni di quanto lo siano abitualmente nei miei film, alla fine è venuta naturale, visto quello che stavamo vivendo. E poi il Covid ha inciso anche sul montaggio: il montatore ed io eravamo in due città diverse e quel caricare e scaricare il materiale a ogni taglio mi dava lo spazio di riflessione che normalmente in sala non hai. Come se avessi recuperato quello spazio e quei tempi che mi, ci dava il taglio in pellicola, quando dovevi pensarci bene perché tornare indietro non era possibile».

La pandemia ha lavorato anche su Micaela Ramazzotti, che a livello personale ha subìto molto questo periodo. «Credo sia stata una rivoluzione per tutti. Pensa solo a come ha rovesciato il significato di due parole che sembravano inscalfibili. Negativo ora vuol dire sollievo e salvezza, positivo ora è qualcosa di allarmante. Mi sono scoperta meno misantropa di quanto credessi, io che sono sempre stata un lupo solitario, i miei desideri ora sono tutti proiettati sui ragazzi, i miei, Jacopo e Anna, e non solo, perché possano riprendersi la loro vita, non sul desiderio di vanità di fare un personaggio rispetto ad un altro. Tanto, poi, nelle scelte mi faccio guidare dall’istinto. Sono una che preferisce rimanere a casa, rifiutare più ruoli se non crede profondamente a quello che fa. La mia carriera ora mi permette di scegliere ed è un privilegio che voglio sempre meritarmi. A questo film poi è legato forse l’ultimo momento di libertà totale che io ricordi. Febbraio 2020, scena finale. Un momento cinematograficamente straziante, ma che sul set è diventato divertimento. Io e Marguerite dopo quel bagno, a Civitavecchia, per lo stress fisico ed emotivo di quei minuti di freddo e dolore ci siamo buttate a riva a ridere come pazze. E ricordo quanto tutti ci sentivamo libere e liberi. Senza sapere quanto quella sensazione ci sarebbe mancata. Girare al mare, poi, è sempre un viaggio, un’avventura: quella forza quasi soprannaturale non la puoi controllare, cambia in pochi minuti, se non è buona la prima deve esserlo la seconda. E nel frattempo tu sei bagnata, hai freddo e mezza troupe è lì dentro con te. Quello che molti non capiscono è quanto il cinema sia un gioco di squadra, quanto tu non sia mai sola sul set. Ed è bello, ma ti dà anche una grande responsabilità».

Cosa che Micaela sente profondamente, da sempre. «Sì, lo ammetto. Girare è innanzitutto portare a casa la scena, sempre e comunque, anche nelle giornate no. Devi tornare a dormire col cuore in pace, col dubbio eterno che potevi fare meglio, quello non se ne va mai via, ma con la consapevolezza di aver dato tutto: lo devi a te stessa e a tutti gli altri. Senza mai dimenticare che un set è pieno di momenti difficili e complessi, ma anche di imprevedibile bellezza, e che alla fine armonia e divertimento non devono mancare, a te come interprete e al pubblico che, dopo averti visto, deve uscire e confrontarsi, dialogare, magari crescere come succede a me. Il cinema, farlo e vederlo, mi consente di mettermi più a fuoco. Sento la responsabilità di tutto questo, del lavoro altrui come dell’intrattenimento di chi ci guarda. Sono un’ansiosa, ma sono molto migliorata: un tempo l’ansia mi schiacciava, non mi faceva godere nulla: girare, l’uscita del film e parlarne, neanche i premi pensa. Poi ho capito che dovevo spostare lo sguardo da me agli altri. La cura è questa, guardare fuori da te, altrove. Film dopo film, con la maturità, quella sensazione opprimente è diventata sollievo, ho iniziato a sapermi godere l’impegno, l’amore per il lavoro, considerare gli alti e bassi non montagne russe ma onde».

Ma non è il lavoro su questa attrice piena di talento l’unico merito di Stefano Chiantini, che ha saputo valorizzare anche tutti gli altri attori. «Per me è fondamentale che non vi siano personaggi meramente funzionali, li odio. Non a caso le figurazioni le “rubo” dalla strada. Lavoro molto in scrittura sui comprimari, anche perché cerco di mettere meno parole e attori possibili in scena, da sempre. Pensa che in questo caso la storia, il film, nascono non da Maria, ma da Rokia. La prima idea, il primo soggetto viene da lì, dal suo dolore, dalla sua parabola di vita. Dal suo lutto che rimane dentro, sempre davanti ai suoi occhi. Quindi, di fatto la mia protagonista è una comprimaria diventata tale, un personaggio cresciuto così tanto da essersi preso sulle spalle il film. Come ha fatto Micaela: ha dato tantissimo a Naufragi. Mi fa venire in mente Una moglie di John Cassavetes (non è un caso che ricorra nelle parole di entrambi questo maestro, nda), quel film non potrebbe esistere senza Gena Rowlands, così come questo senza Micaela. Ecco perché, quando ha capito e domato il personaggio, l’ho lasciata libera. Lo aveva dentro, la sua spontaneità ha fatto il resto. E pochi si rendono conto che vale per la prima Maria, quella eccessiva e dolce, ma anche per la seconda: lei sa incarnare i silenzi, la compressione, il dolore con la stessa verità e genuinità, è straordinaria in questo».

E lo conferma anche la protagonista. «Non ho mezze misure. Proprio perché scelgo un’opera solo se mi convince e coinvolge totalmente, poi sul set sono senza barriere, rischio tutto. Proprio per quello che dicevo prima, che il cinema è un gioco di squadra e a quel punto io sono come una trapezista al circo, per quanto possa essere pericoloso il mio numero – e sui set ho corso bei rischi – sotto ho la rete. Non lo faccio per vanità o incoscienza, ma perché sono totalmente assorbita da quello che sto facendo». Come se quella libertà selvaggia di Maria e delle altre donne “storte” che abbiamo amato nella sua carriera sia un po’ anche la sua. «Sono donne un po’ dissociate (e in fondo non lo sono tutti gli attori?, nda), che sembrano non riuscire a integrare coscienza, memoria, corpo, e sono tante le persone così, che devono essere rappresentate e non nascoste. Anche perché a volte devi chiederti se le soluzioni altre che Maria trova, trasformando un ritardo a scuola, un’incapacità di rispettare le regole di tutti in una gita al mare, siano davvero sbagliate. O non è sbagliata forse una società troppo competitiva e cinica. Dovremmo ricordarci che siamo esseri umani ma anche animali. Pensa al lockdown: tutti ci siamo buttati sul cibo, per paura di morire, un istinto primordiale, se dovevamo morire almeno che fosse con la pancia piena». E Maria, questo ci dice Naufragi nella sua complessa semplicità, ha solo paura che non le permettano di vivere a pieno. Di essere se stessa. Un animale che non si accontenta di sopravvivere. E quando è lei a punirsi, a reprimersi, ha comunque l’energia, il coraggio per ritrovarsi. Quello che i tanti soldatini di una società come la nostra non sanno fare.