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‘Mollo tutto e apro un chiringuito’ non è il solito cinepanettone, figa!

Non era facile fare un film ‘basato su’ Il Milanese Imbruttito. Il risultato, invece, non è una mera collezione di gag, ma una commedia che sa raccontare il mondo di oggi. In modo scorretto ma, a suo modo, tenero: perché «l’Imbruttito abbaia tanto, ma non morde»

Valerio Airò Rochelmeyer e Germano Lanzoni in ‘Mollo tutto e apro un chiringuito’

Foto: Giulia Camba

Il mio preferito è Brusini (Paolo Calabresi), l’imprenditore green, un po’ l’Elon Musk de noantri, corredato da completi sartoriali sgargianti, caviglie rigorosamente senza calzino e friulane ai piedi – quanto m’ha ricordato Imen Jane che sui sampietrini palermitani rimpiangeva le amate pantofole vellutate e malediceva le Roger Vivier, quanto! Ma in realtà tutto il bestiario umano messo in scena da Mollo tutto e apro un chiringuito, il debutto cinematografico de Il Milanese Imbruttito, nelle sale dal 7 dicembre (il giorno di Sant’Ambrogio, quando sennò), meriterebbe una piccola standing ovation.

C’è l’Imbruttito (Germano Lanzoni), che manco ha bisogno di un nome proprio, uno che crede nella «doppia F, figa e fatturato», che domanda alla moglie – anzi, alla wife (Laura Locatelli) – «Amore, avresti uno slot libero?», che ragiona in ottica time-saving e che in ogni frase infila inglesismi a cazzo perché è fondamentalmente un baüscia. O, meglio, è colui che ha raccolto l’eredità del baüscia (apro una parentesi: ve lo ricordate il Marco Ranzani di Cantù? Quello che girava col Porsche Cayenne Turbo, mica con la versione S da barboni? Ecco, l’Imbruttito è in un certo senso la sua naturale evoluzione sgrezzata).

C’è il nano, ossia il figlio dodicenne (Leonardo Uslengo), un mini-me dell’Imbruttito che per il compleanno riceve in regalo una partita IVA iraniana ed è felice come una pasqua ché l’aliquota è solo al 3%. C’è il Giargiana (Valerio Airò Rochelmeyer), che non è di Milano e si diverte a collezionare le tipiche ingenuità da non milanese: prende lo spostapoveri (il tram); alterna all you can eat a giropizza; s’entusiasma alla prospettiva dell’ennesimo stage, consapevole che «D’altronde non ho le skill». C’è il Brera (Alessandro Betti), l’amico immanicato e trafficone che pare avere sempre i ganci giusti e invece è un perfetto rifilatore di sòle (perdonatemi per la licenza poetica made in Roma).

E poi ci sono gli abitanti di Garroneddu, paese (immaginario) sperduto nella parte più remota e selvaggia della Sardegna, lontano chilometri – e anni luce – dalla sfavillante, mondanissima e milanesissima Costa Smeralda. Ettore e Gavino (Michele e Stefano Manca), metà pastori, metà braccio locale della legge; Bastiano (Benito Urgu), un local parecchio infastidito dalla smania dell’Imbruttito di «portare l’imbruttimento in Sardegna». A Garroneddu il nostro eroe – ma quale eroe, diciamo più antieroe – ci arriva dopo una grossa delusione lavorativa, e dato che il lavoro è il suo più grande amore, lo sconforto è accompagnato da una mezza crisi depressiva.

A rinfrancarlo, l’ipotesi d’acquistare un chiringuito e «fare finalmente business in infradito», che lui abbraccia con troppo entusiasmo: il chiringuito esiste, sia chiaro, ma tutto il mondo intorno è fermo al 1950. E la sfida a quel punto si trasforma: non più «portare l’imbruttimento in Sardegna», bensì «portare la Sardegna agli Imbruttiti». Sempre di business si parla, insomma, ma ci si scrolla di dosso la sfumatura egoriferita e vagamente colonialista di partenza, e la «doppia F» diventa una «doppia G»: green e grano.

Federico Marisio, Tommaso Pozza e Marco De Crescenzio, ovvero i tre fondatori de Il Milanese Imbruttito. Foto: press

Non era facile, fare un film de Il Milanese Imbruttito, il progetto editoriale creato otto anni fa per gioco da tre amici – Tommaso Pozza, Marco De Crescenzio e Federico Marisio –, nato come pagina Facebook e ora brand a 360 gradi uscito dai confini meneghini, oggi una vera e propria agenzia creativa che occupa un posto di rilievo nel mercato del content marketing. I rischi erano tangibili e incapparci era semplicissimo: ridursi a snocciolare novanta minuti di micro-gag tenute insieme con lo sputo. Inciampare nella trappola del cinepanettone a suon di culi-tette-battutacce di bassa lega. Autocensurarsi e sguazzare nel rassicurante calderone del politically correct. E invece.

E invece i tre ragazzi sono stati bravi, così come sono stati bravi i registi e gli sceneggiatori (Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella, Davide Rossi): sono riusciti a confezionare una storia di novanta minuti con un inizio e una fine, divertente, leggera, cazzona come piace a loro, eppure non scontata. Che si concede il lusso di potersi e sapersi prendere in giro (spoiler: Jake La Furia – guest star d’eccezione con Elettra Lamborghini e Favij – che ironizza sul body shaming m’ha fatto molto ridere).

«Ci siamo posizionati in un punto ben definito della comicità, è sempre esistito una sorta di “rispetto”: non siamo mai andati oltre un certo limite, e questa cosa nel tempo c’ha permesso di conquistare la fiducia della nostra fanbase, di siglare un patto non scritto tra noi e loro», spiega Tommaso. «L’Imbruttito abbaia tanto, ma non morde», aggiunge Federico, «nei video che realizziamo millanta ogni volta il mantra del “figa e fatturato”, ma poi effettivamente di figa non ce n’è mai, c’è solo la moglie: è più parole che altro».

Una foto dal set di ‘Mollo tutto e apro un chiringuito’. Foto: Giulia Camba

«Negli anni abbiamo rafforzato parecchio l’idea del marchio: siamo stati attenti a non toccare volontariamente determinate tematiche o trend passeggeri, che soprattutto online scaldano gli animi», puntualizza Marco. Ciò ha consentito a Il Milanese Imbruttito – dico io – di diventare come la Svizzera: neutrale, e protetto da catene montuose grazie alle quali non è costretto a schierarsi o a esternare per forza un’opinione rispetto a qualsiasi cosa accada nel mondo. E grazie alla quali ha saputo “esportare” con successo la caricatura del milanese che è perennemente di fretta e in sbattimento, che d’inverno va a Courma e d’estate a Santa, che suona ossessivamente il clacson e che chiama l’ascensore prima di chiudere la porta di casa. Al punto che ci riconosciamo un po’ tutti in lui, milanesi e non, e siamo pure capaci di ridere sopra (che gesto sovversivo!) alle nostre manie, idiosincrasie, fissazioni, tic.

«All’interno delle nostre Alpi stiamo bene, mangiamo la cioccolata, siamo puntuali e lavoriamo», conclude Tommaso: personalmente li invidio molto, voi no?