Miriam Leone e Riccardo Scamarcio a in redazione a 'Rolling Stone' | Rolling Stone Italia
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Miriam Leone e Riccardo Scamarcio a in redazione a ‘Rolling Stone’

I due attori, insieme al regista Stefano Mordini, sono passati a parlarci del loro nuovo film, il thriller 'Il testimone invisibile'. Ma non prima di scatenarsi in una jam session.

Il bello delle visite in redazione è che Rolling tira fuori la parte più scatenata degli ospiti che ci vengono a trovare. E allora succede che Miriam Leone e Riccardo Scamarcio non sono nemmeno entrati dalla porta che lei ha già agguantato un microfono e lui una chitarra per lanciarsi in una perfomance di Creep dei Radiohead, sperimentando con il testo. Da lì alle sigle dei cartoni animati è stato un attimo. Se non ci credete, date un’occhiata alle nostre stories, è tutto documentato.

Miriam e Riccardo in realtà sono stati alla Rolling Stone tower per raccontarci del loro nuovo film, Il testimone invisibile, al cinema dal 13 dicembre. E con loro c’era anche il regista, Stefano Mordini. Dopo la jam session, il cazzeggio, le foto di rito e i selfie con i redattori, abbiamo cercato di fare i seri e ci siamo seduti davanti a un caffè proprio per chiaccherare del lungometraggio, un thriller come non se ne vedevano da un po’ dalle nostre parti: «Ho pensato subito che fosse un copione con un meccanismo intelligente, classico, che ripercorre certi stilemi se vogliamo hitchcockiani, sta a metà tra il film di puro genere e qualcosa di più psicologico» afferma Scamarcio, che era già stato diretto da Mordini in Pericle il nero.

Il testimone invisibile è teso, complesso, illustra e nello stesso tempo nasconde i meccanismi psicologici e fattuali di cui si alimenta: «La sceneggiatura mi ha tenuta incollata dall’inizio alla fine, così come è successo quando ho visto il film» dice Miriam «Nonostante lo avessi interpretato e conoscessi molto bene la storia, mi ha comunque continuato a sorprendere. Quello che accade è una shock continuo sia per lo spettatore che per l’attore. C’è un fatto traumatico, a partire da cui non ci chiederemo che cosa accadrà, ma che cosa è accaduto».

Al centro di tutto c’è la parola, il fulcro è il racconto che si sviluppa in flashback con una costruzione alla I soliti sospetti: come il Roger “Verbal” Kint di Kevin Spacey depone davanti all’agente di polizia doganale, così Adriano Doria, l’imprenditore ricco e lanciatissimo interpretato da Scamarcio, deve far emergere tutti i pezzi del puzzle nel colloquio con la penalista Virginia Ferrara (Maria Paiato), che in sole 3 ore sta preparando la sua linea difensiva. Ma quale puzzle? Cosa è successo? E, soprattutto, qual è la verità?

Sappiamo che Doria si è risvegliato in una camera d’albergo chiusa dall’interno accanto al corpo senza vita della sua amante, la bella fotografa Laura (Miriam Leone). L’accusa è di omicidio, ma lui si dichiara innocente. Piano piano scopriamo anche c’è stato un week end in montagna, un cervo, un incidente e un morto, sì, un altro. Una ragnatela sempre più intricata di dubbi, domande. E nessuna risposta.

«Il racconto sulla ricostruzione della verità in forma di MacGuffin è un topos della letteratura trasportato nel cinema: nasce in America, è stata tradotta in forma di polar nel genere francese, però fa più riferimento a un tipo di costruzione americana, pensa anche a Chinatown, per cui si tratta di genere dichiarato» spiega Mordini «E questo sia sulla scrittura che sulla messa in scena è un esercizio interessante, perché non tendi al realismo, è dichiaratamente grande narrativa. È il cinema della spettacolarizzazione, del vero intrattenimento a cui abbiamo fatto riferimento. È sempre il racconto di qualcosa, non sta accadendo e quindi è filtrato attraverso dei punti di vista».

«Avviene tutto nel racconto, soprattutto nel caso di Laura, anche l’interpretazione del personaggio» interviene Miriam «Abbiamo cercato, grazie alla regia di Stefano, un equilibrio che sembra semplice ma non lo è. Osare in questo film non sarebbe stato un valore, ma era necessario piuttosto trattenere, stare su quel filo che il genere stesso tira».

Credit: Andrea Pirrello

Nel thriller più che in ogni altro genere, il diavolo sta nei dettagli: «Fanno parte di un linguaggio che avverte chi gira e non chi recita» precisa Mordini «Con gli attori (oltre a Scamarcio, Leone e Paiato c’è anche Fabrizio Bentivoglio) abbiamo affrontato il lavoro selezionando cosa mettere in borsa e portarsi dietro per il viaggio. Io poi potevo scegliere cosa mostrare e cosa no con la macchina da presa. Ma lo spazio interpretativo era un campo largo su cui loro si sono mossi. La parte più difficile del film è stata ricostruire le varie verità, ritrovare ogni volta l’energia per ricomporre una storia che hai già girato, inventare altri movimenti, nuove prospettive».

Un processo che naturalmente per un attore è un’autentica sfida: «Senza dubbio è stata la parte più affascinante del ruolo, la possibilità di ricominciare ogni volta da capo, di sviluppare visioni diverse della vicenda concentrandosi sempre sul dettaglio» dichiara Miriam. «È un racconto intrecciato che mostra tre possibili verità, per cui chiaramente c’era un ostacolo tecnico nella condizione psichica del personaggio, nell’interpretare queste tre differenti versioni» spiega Scamarcio «Adriano però è la stessa persona, deve esserci una continuità e c’è stato un lavoro abbastanza organico. Io cerco sempre di non far vedere il trucco, è una mia ossessione in generale, su qualsiasi personaggio».

Il film è stato girato tra le montagne del Trentino in sole 6 settimane, cosa che ha contribuito alla tensione tra finzione e realtà: «I personaggi vivono della situazioni ansiogene» continua Riccardo «E l’ansia che avevamo noi di dover finire il programma della giornata in qualche modo era funzionale a quello stato d’animo. Abbiamo lavorato in maniera intensa e questo ha dato una specie di immediatezza, di verità. Paradossalmente l’urgenza a volte aiuta. Il cinema è anche questo».

E un thriller è fatto di tempi ma anche di luoghi:«Ho dovuto focalizzare tutto nei due momenti chiave del film e ho chiesto uno sforzo maggiore per poter avere due location – un grande albergo a 3mila metri e un bosco – che avessero in sé grande eleganza e capacità di racconto in una sintesi estrema. E questo fa un riferimento ovviamente al cinema classico hitcockiano, che riesce subito a infilarti dentro a una struttura che diventa subito psicologica».

Abbiamo finito di fare i seri. C’è ancora tempo per qualche foto, un altro paio di stories, una sigaretta. Con la promessa di un’altra jam session alla prima occasione utile.