Home Cinema Interviste Cinema

Mick Jagger chiude Venezia 76 con la sua maschera da immortale

Il frontman dei Rolling Stones, arrivato alla Mostra del Cinema in versione Greta Thunberg, racconta ‘The Burnt Orange Heresy’, il film con cui è tornato a recitare

Mick Jagger a Venezia 76 per la presentazione di "The Burnt Orange Heresy"

Foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Mick viene, Mick non viene, Mick è arrivato, Mick non è arrivato, Mick qua, Mick là. Per un giorno
intero le voci son rimbalzate per il Lido e alla fine eccolo, Mick Jagger l’immortale, atterrato ieri sera con sparkling-giacchino, cappellino nero in testa e pashmina al collo. Stasera ruberà il red carpet di una
chiusura altrimenti non memorabile, come tutti gli ultimi giorni di Mostra del Cinema numero 76, film opachi che confermano le previsioni della settimana scorsa: il Leone d’oro dovrebbe andare a J’accuse di Roman Polanski, se la presidente Lucrecia Martel riesce a superare i (pre)giudiziriguardo il passato processuale del regista. E pare stia tornando a Venezia Joaquin Phoenix, per una Coppa Volpi in solitaria o, chissà, un premio più pesante al suo Joker.

Intanto fortuna c’è Mick, tra i protagonisti di The Burnt Orange Heresy che chiude l’edizione di
quest’anno, poi sipario e tanti saluti a tutti. Lo ha diretto il marchigiano Giuseppe Capotondi, al
secondo film dopo La doppia ora con Filippo Timi, presentato qui alla Mostra dieci anni fa. In ballo
ci sono capitali perlopiù inglesi ma set italianissimi, Milano e il lago di Como, e appunto Jagger in
un ruolo piccolo ma delizioso, un mercante d’arte con villozza lacustre stile Clooney che ficcherà
un critico furbastro (Claes Bang, già protagonista di The Square di Ruben Östlund, sempre sull’arte
contemporanea) in un intrigo più grande di lui.

Mick pare divertirsi moltissimo a tornare al cinema dopo undici anni (l’ultimo film a cui ha partecipato è The Bank Job del 2008, ma era giusto un cammeo), e in più in una parte che trasuda piacioneria, tutto faccette e battutine. Ad esempio: che a volte bisogna cantarle, le parole, per capirle meglio. Risata in sala.

Alla conferenza stampa, davanti ai pochi giornalisti rimasti in un Lido ormai sfollato, Jagger non parla di arte ma di politica. Il tappeto rosso che stasera lo accoglierà è oggi occupato da un gruppo di manifestanti ambientalisti, e lui va dietro alla cronaca del giorno: «Fanno bene questi giovani a protestare per il clima, sono loro che erediteranno il pianeta. E fanno bene soprattutto oggi che Trump sta abolendo le poche e comunque inadeguate misure sull’ambiente messe in atto dall’amministrazione Obama». Ieri Roger Waters anti-Salvini, oggi Mick versione Greta Thunberg. L’agenda politica di Venezia 76 la fanno i rocker.

Un cronista-fan attacca un delirante discorso simbolico sulle maschere che ogni artista si mette e si toglie, dice che i Rolling Stones non ne indossano una dagli anni Settanta, Jagger lo segue come può: «Qualunque performer indossa una maschera, ma deve mantenere la sua sincerità. Nel film, invece, non sappiamo mai chi è sincero e chi no».

Gli tocca parlare del film, insomma: «Il mio ruolo è piccolo ma mette in moto l’azione. Per il resto, non c’è grande differenza tra cantare e recitare: sempre di performance si tratta. È solo che usi una diversa parte del cervello. E che sul palco, se cadi, non puoi fare un secondo ciak». Sta indossando una maschera anche adesso. Sappiamo tutti benissimo che Mick l’immortale non cade mai.

Leggi anche