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Manuel Agnelli: «Il cancro dell’Italia? Gli intellettuali con il Santo Graal»

Da oggi al cinema con ‘Caravaggio,’ dopo X Factor il frontman degli Afterhours torna in televisione con un programma tutto suo: «La musica deve riprendere il suo ruolo sociale, dobbiamo reagire all'impoverimento culturale».

«Il nome del programma non l’ho scelto io, non sono così autoreferenziale, ma dato che è il titolo di una mia canzone certamente mi piace ancora di più», racconta ridendo Manuel Agnelli, mentre parla di Ossigeno, il programma scritto e condotto dal frontman degli Afterhours, in onda su Rai 3 in seconda serata a partire da giovedì 22 febbraio. Rettile della musica, durante i trent’anni di carriera sui palchi Agnelli si è divertito a cambiare pelle, dall’inglese all’italiano, dalle ombre dell’alternative fino a illuminare una generazione con canzoni diventate poi degli inni.

Che dire poi degli ultimi anni, quando il suo palcoscenico è diventato anche lo schermo: «Non voglio diventare un personaggio televisivo e basta, non mi interessa ma non è un problema esserlo. Ciò che cerco di fare è muovermi liberamente attraverso le varie forme di comunicazione, per cercare di diffondere quella che è la mia visione della musica, dell’arte ma anche del sociale». È da questa idea che parte Ossigeno, un programma musicale ma non soltanto, un salotto dove Manuel sarà il padrone di casa ma senza prendersi il centro della scena: «Gli Afterhours suoneranno un paio di volte, ma non racconterò la mia storia, non userò il programma per autocelebrarmi ma è chiaro che non me ne starò nell’ombra. I temi che tratterò, gli ospiti con cui ne discuterò, saranno comunque filtrati dalla mia ‘visione’: mi prendo la responsabilità di essere me stesso e di raccontare la mia opinione». Dopo due anni in cui Manuel ha sì raccontato di sé, ma attraverso le lenti necessariamente focalizzate del format, ora è arrivato per lui il momento di mettersi a nudo, metterci la faccia al cento per cento senza doversi definire nel contesto del talent.

Manuel, durante uno dei nostri ultimi incontri ci avevi raccontato di come la televisione fosse per te un mezzo per arrivare a una visibilità tale che ti permettesse di realizzare progetti veramente tuoi. È questo il caso di Ossigeno?
Esattamente, Ossigeno è un’idea che volevo realizzare cavalcando l’onda della visibilità raggiunta con X Factor: utilizzare l’esposizione mediatica per portare in giro una mia visione, soprattutto della musica e del sociale, quasi fossi un piccolo megafono. È un’operazione che faccio da sempre, naturalmente con poveri mezzi, ma che ritengo essere una delle funzioni determinanti di un artista. Per me gli artisti sono intellettuali, non ho paura di dirlo, e credo che gli intellettuali abbiano il dovere di prendere una posizione, di far parte della discussione, e questo è ciò che nel mio piccolissimo sto cercando di fare, utilizzando appunto la visibilità che ho avuto ultimamente. Per quanto riguarda Ossigeno nello specifico, potrò parlare di certe tematiche in maniera molto più personale rispetto a quanto fatto con X Factor, che logicamente è un format con una sua identità precisa.

Puoi anticiparci qualcosa del programma?
Vorrei ricreare l’atmosfera di fiducia che si respirava nei club, quando si andava a sentire la band anche senza conoscere chi avrebbe suonato. Ci saranno ovviamente tantissimi ospiti musicali italiani e internazionali, come Editors, Joan As Police Woman, i Gizmodrone di Stewart Copeland. Tantissimi del mondo dello spettacolo, attori come Claudio Santamaria o scrittori come Paolo Giordano, tutti in una veste e in un contesto totalmente diverso da come siamo abituati a conoscerli. Con tutti i miei ospiti parlerò certamente di musica ma non solo: toccherò temi sociali, approfondendo quale sia il ruolo dell’arte nel mondo di oggi. Mi piacerebbe infatti sottolineare come, purtroppo, il pubblico di oggi ragioni soltanto in base ai numeri. Siamo talmente destrutturati culturalmente che l’unico modo per decidere se una cosa vale o non vale è vedere quanti numeri fa: riempi San Siro vali, non riempi San Siro non vali un cazzo. Io vorrei portare in giro un altro tipo di discorso e far vedere come tutte queste persone hanno invece un altro tipo di approccio in quello che fanno, indipendente dai numeri. Il discorso dei contenuti deve ritornare ad essere il nucleo principale.

È curioso come una rete tradizionalmente definita ‘generalista’ come la Rai ti conceda uno spazio per toccare temi culturalmente importanti. Credi sia più legato alla tua visibilità o perché da parte del pubblico e dei media esiste un rinnovato interesse ad affrontare certe tematiche?
La mia visibilità certamente aiuta: la Rai aveva intenzione di fare un programma musicale di un certo tipo e, volendosi giocare bene le proprie carte, hanno deciso di affidarlo a qualcuno già in vista. Attualmente in Italia ci sono pochissimi programmi musicali ed è molto figo che abbiano pensato di farne uno come Ossigeno, soprattutto per me (ride). Credo, inoltre, che Rai 3 abbia una tradizione non indifferente nel cercare di portare una cultura ‘altra’ a un pubblico più grande, basta guardare le trasmissioni di Ghezzi per esempio. Stiamo vivendo un periodo in cui l’interesse per un certo tipo di contenuti sta trovando nuova linfa: è un segnale di cambiamento di direzione, credo che tutto il Paese si stia rendendo conto che la cultura non è un bene di lusso.

Puoi spiegarci meglio?
In Italia il mondo della cultura e dello spettacolo è il terzo settore economico come crescita del Pil negli ultimi anni, il terzo escludendo la moda, l’automobile, l’enogastronomia e il turismo, settori che potrebbero essere considerate tranquillamente cultura e che probabilmente farebbero salire ancora di più la posizione in classifica. La cultura è un settore trainante del nostro Paese, anche economicamente, e credo che per il futuro abbia un senso che l’Italia si ridefinisca come paese rispetto alle macroregioni che noi non potremmo mai raggiungere da un punto di vista di produzione industriale, agricola e tecnologica. A livello di creatività, invece, possiamo sicuramente avere un ruolo e quindi è sensato investire sulla cultura, soprattutto a livello economico.

In questi ultimi anni si è sentito tanto parlare di impoverimento culturale, politico, ideologico… Credi che questo ‘segnale’, come lo chiami tu, sia un sintomo della volontà da parte del singolo di riappropriarsi del proprio patrimonio culturale?
Sicuramente. L’individuo, che in un modo o nell’altro si vede circondato da un grande impoverimento culturale, ha voglia di reagire, di tornare a fare quel poco che ognuno di noi può fare. Credo che oggi ci sia una voglia diffusa di prendere una posizione e di reagire a quanto successo in passato, quando una parte della classe intellettuale che ha caratterizzato il nostro paese negli ultimi anni si rinchiuse in una torre d’avorio. Questa cosa ha fatto tanto male, ha diffuso l’idea che se possiedi una certa cultura non ti devi andare a mischiare con persone diverse da te, devi proteggerla come fosse il Santo Graal. Questo è tremendo, è stato il cancro di questo Paese, ed è una cosa che nel mio piccolo vorrei iniziare a scardinare. Le persone di pensiero, gli artisti, non solo hanno il diritto ma hanno il dovere di fare informazione, di portare la cultura a chi, magari, non ha occasione di partecipare a questo tipo di discussioni o che magari non ne coglie l’importanza, perché logicamente ha altri problemi.

Oltre al tuo Ossigeno, Rai 3 ospiterà anche il programma di un altro musicista come Brunori Sas, che andrà in onda a marzo con Brunori Sa. Credi che la musica e i musicisti possano avere un ruolo centrale nel risorgimento culturale di cui parli?
Per quanto riguarda Brunori credo sia fantastico che finalmente si chieda ai musicisti di parlare di musica, perché la visione e la sensibilità di un musicista riguardo la musica e il suo ruolo è totalmente diversa da quella che può avere un critico e soprattutto un discografico. I musicisti devono tornare a rendersi conto che attraverso la propria arte possono fare informazione, magari non raccontando il mondo come può fare un media, ma ritraendolo come fossero dei piccoli megafoni, attraverso gli stati d’animo che il mondo ci provoca; questo è un modo d’informare preziosissimo, ciò che mi ha avvicinato alla musica più di ogni altra cosa. La musica può essere sicuramente protagonista di questo tipo di informazione, che poi debba diventare IL linguaggio, non sono d’accordo e non deve essere così, ma in questo momento ha la possibilità di riprendere un ruolo che in passato aveva. La musica ha sempre contribuito ai cambiamenti, sociali e di costume, pensa a Bob Dylan per farti un nome.

Dal 19 febbraio, inoltre, sarai la voce di Caravaggio nel film d’arte di Sky Caravaggio – L’anima e il sangue (in uscita al cinema il 19-20-21 febbraio distribuito da Nexo Digital). Cosa ti ha convinto a partecipare a questo progetto così lontano dalla musica?
Il gioco di contrasti, io adoro i contrasti. Ci ho costruito tutto il mio percorso, per cui mi sono riconosciuto. Spesso ci sono due, tre tipi di emozionalità diverse nella stessa evocazione. Quando si parla di libertà nel film non ci sono immagini di libertà, non ci sono i campi aperti, il cielo blu… ma c’è un uomo che si avvolge la faccia con un cellophane e l’ho trovato molto esplicativo di che cosa è la libertà, proprio perché spiega cosa non è la libertà.

C’è qualcosa che rivedi in te del personaggio di Michelangelo Merisi?
Credo che Caravaggio sia stato uno dei più arditi, uno dei più coraggiosi, spregiudicati anche da un certo punto di vista. E per quello che è veramente rock’n’roll. Io amo il rischio, tanto. E per me non c’è arte senza rischio, e questa è forse la cosa che mi avvicina di più a lui.

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