‘Lovely Boy’ non è un film sulla trap | Rolling Stone Italia

Foto: Glauco Canalis/Sky

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‘Lovely Boy’ non è un film sulla trap

Ma una storia – in prima tv il 4 ottobre su Sky Cinema Uno – che parte dalla scena musicale della Roma di oggi per raccontare la crisi di ragazzo come tanti. Francesco Lettieri (che, a sua volta, non è più ‘il regista di Liberato’) dirige un super Andrea Carpenzano. E con lui ci racconta il loro incontro. In una chiacchierata libera come questo film

Non chiamatelo “film sulla trap”. Lovely Boy (in prima tv assoluta lunedì 4 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand) sarà anche il primo titolo che ha come sfondo quel mondo e i suoi meccanismi, ma è molto di più e va ben oltre: «Me lo dicevano tutti, i ragazzi di Bomba Dischi che hanno letto la sceneggiatura, e le persone più vicine a me: “Stai attento a non fare un film sulla trap, perché tra un anno la trap è finita, e quel lavoro potrebbe già puzzare di vecchio”», ricorda Francesco Lettieri, che firma con il suo stile e la sua sensibilità inconfondibili il suo secondo lungometraggio dopo il debutto su Netflix con Ultras.

«E quindi abbiamo girato una storia che usa la trap come immaginario perché ci vedevo un potenziale narrativo: nei personaggi, nel linguaggio, nel modo di vestirsi e di parlare. In più è stato anche un fenomeno di costume; e dico è stato perché forse sta già finendo, si sta già evolvendo in qualcosa di diverso. Era un modo per arrivare a raccontare una storia contemporanea».

La storia è quella di Nick, in arte Lovely Boy, che, mentre sta conquistando la scena musicale romana, si perde in una spirale di dipendenza e autodistruzione. Una sorta di coming of age tormentatissimo, di parabola di ascesa, caduta e forse nuova speranza: «Non volevo la solita vicenda sul pischello di periferia, mi interessava invece raccontare di qualcuno che non lo fa per questioni economiche e di scalata sociale, ma semplicemente perché ci si trova».

A interpretare la “magnifica assenza” del protagonista è Andrea Carpenzano (who else?): «Con Francesco ci siamo incontrati un po’ di tempo prima, abbiamo parlato, ma neanche così tanto», spiega Andrea. «È stato tutto molto semplice, siamo due persone parecchio silenziose». «Su questo ci troviamo», conferma Lettieri.

Non so voi, ma già dopo aver visto la prima immagine con quel dito medio alzato e la zazzera tinta di rosa (e ancora di più dopo aver guardato la sua performance), ho pensato che solo Andrea avrebbe potuto “essere” Nick: «Ho scritto il film senza pensare a un attore particolare, stando più sul personaggio», spiega il regista. «Poi è diventato davvero automatico, non c’era nessuno altro. Vabbè mo sembra che stiamo qua…».

«A farci le manovelle a vicenda», interviene Carpenzano. Ridiamo.

«Penso che Andrea già di suo, nel look, ma anche nell’attitude e nel carattere, avesse dei tratti del protagonista», continua Lettieri. «E riguardando i suoi film precedenti mi sono reso conto che possiede un talento che, senza voler offendere nessuno, probabilmente è unico nella sua generazione. Almeno per questo tipo di personaggi».

Foto: Glauco Canalis/Sky

A incuriosire Carpenzano è stata proprio l’opportunità di lavorare su un immaginario: «Quello della trap è un mondo che conosco, ascolto svariate cose: da Paolo Conte a Sfera Ebbasta per me il percorso è minimo, nel senso che dopo mezz’ora che ho sentito il primo, magari parto con il secondo. Questi sono anche segnali di disturbo della personalità», scherza. «È un po’ lo stesso discorso che ho fatto per Il campione: mi divertivano i calciatori, i movimenti, le espressioni, il modo di parlare. Poi Nick fa certi monologhi al telefono, da solo… Si tratta sempre di osservazione. Mi sono ispirato un po’ a Gallagher, che è trasversale, e ovviamente a Sfera, mostro sacro. Poi Nick doveva essere Nick, ho cercato di mettere qualcosa di… non ti dico “nuovo” perché tanto è tutto vecchio quello che è nuovo». Mai più senza la interviste di Carpenzano.

Al rischio di girare un film sulla trap fuori tempo massimo si aggiungeva quello di «fare un film fake, che imitava un mondo esistente, con i suoi codici», riflette Lettieri. «Abbiamo lavorato tanto su questo aspetto: prendere dalla realtà, però creando un immaginario anche dal punto di vista musicale».

Ecco, com’è andata con la musica? «Non è stato difficile, a cantare so’ bravo», afferma Andrea. «Ci siamo visti anche con il coach di canto che ha detto: “Non c’è tanto da fare qua, sei meglio di tanta gente che sta con me”. Questo scrivilo proprio», ridiamo. «Poi certo, il fatto che biascicassi ogni volta che cantavo ha aiutato… pure se facevo schifo, andavo bene uguale».

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Lovely Boy si muove su due assi spazio-temporali che si intrecciano continuamente: quello della trap romana, all’insegna del lusso e dei rapporti di convenienza, e quello della rehab in Trentino, dove si bada all’essenzialità e alle relazioni autentiche: «Raccontare questa storia in maniera cronologica sarebbe stato più banale e meno interessante, invece quest’idea di passare continuamente dal presente al passato e poi di invertire presente e futuro… Il fuoco si sposta: all’inizio sembra un film sulla trap ambientato a Roma, con dei flashforward a Bolzano che durano anche poco. A metà invece si capisce che il cuore della trama è in comunità, dove poi Nick inizia a capire cose di se stesso, dei rapporti umani, mentre la Capitale diventa un girotondo impazzito di droghe, una spirale di eventi anche non narrativi», spiega Lettieri.

«C’è sempre una parte di “costruito” nella vita», dice Carpenzano. «Come quando ti crei un personaggio e poi ci sono dei momenti in cui quel personaggio te lo dimentichi anche, oppure non è più necessario per sopravvivere. Il lavoro alla fine è stato quello: pensare a una persona che non sta più dentro al personaggio. Sembra tutto complicato ma la logica è facile, in rehab ti si sposta tutto, probabilmente sei davvero tu, finalmente».

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Lettieri replica: «Andrea la fa semplice, ma secondo me è stato complicato per lui perché credo non ci sia niente di più difficile che recitare l’effetto di una sostanza ogni volta diversa e poi mantenere un realismo. Penso che per un attore sia una delle cose più difficili in assoluto. E il film funziona perché è credibile».

C’è qualcosa che ha messo in difficoltà Carpenzano? «Tantissime cose, ma non si possono dire», ridacchia e poi si lascia andare un attimo: «Tenere la concentrazione quando ci sono le scene in cui Nick sta tanto male, devi cercare di regolarti anche con te stesso, una volta mi sono sentito male per davvero: perché se esageri, se pensi che stai facendo veramente quello che stai facendo, se ti sembra reale, è proprio brutto. Quindi qualche attacco di panico ti può venire: però arriva e poi sai che ti passa. Quella è stata la cosa più complicata, però alla fine è collegata a un qualcosa di finto… è stato anche buffo a tratti, mi sono ritrovato là come un cojone…».

Foto: Glauco Canalis/Sky

Nel film c’è anche un perfetta auto-citazione del passato illustre di Lettieri nel videoclip (no spoiler ma è già un piccolo cult): «Sì, è un’esperienza che abbiamo vissuto davvero più o meno, forse non proprio così». E indubbiamente su Lovely Boy la sua fama da regista di riferimento della scena indie, di Liberato ma non solo, ha fatto la sua parte: «Mi ha aiutato dal punto di vista della credibilità avendo sfiorato i personaggi, stando in un giro di persone che questo mondo della trap lo frequentano, lo conoscono bene e mi hanno dato anche tanti consigli sulla sceneggiatura per aggiustare il tiro. C’è anche la questione che, per chi fa cinema, comunque sono quello che fa i video di Liberato, è normale. E un po’ c’era la paranoia di evitare di giocare su questo aspetto», conclude Lettieri. «Ma poi mi sono detto: “Perché evitare di fare un film sulla musica e metterci un botto di musica come piace a me? Alla fine io faccio questo, mi rappresenta”».