Lorenzo Richelmy: «Oggi dobbiamo comandare noi: servono dei Måneskin del cinema» | Rolling Stone Italia
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Lorenzo Richelmy: «Oggi dobbiamo comandare noi: servono dei Måneskin del cinema»

Al Noir in Festival con ‘Diario di spezie’, l’attore mostra il suo lato oscuro. E lancia una provocazione: ripartire dall’Europa anche nei film e nelle serie. Proprio lui che è stato consacrato negli States da ‘Marco Polo’, che gli ha cambiato la carriera (e il fisico). «Ma è meglio la pancetta da birra della tartaruga»

Lorenzo Richelmy in un ritratto di Pedro Usabiaga

Fateci caso: il cinema e la serialità italiana sono solitamente costellati di ruoli banali. C’è il professore (sì, compreso quel prof della Rai…); il padre di famiglia; il padre di famiglia vedovo (e buongiorno, mamma!); il padre di famiglia morto; il ladro; il poliziotto; il commissario; l’ispettore; lo sciupafemmine e così via. Poi c’è Lorenzo Richelmy, che, ogni volta che arriva, incasina tutto. Lui infatti i ruoli banali non sa nemmeno cosa siano: ha sfondato nientemeno che con la serie internazionale Marco Polo per poi continuare tra rider acrobatici (Ride), deejay (Il talento del calabrone) e pirati vecchi di 300 anni (The Triangle). Quasi come se giocasse un “campionato” a parte. E ora, nei panni di uno chef tinto di nero, è passato in concorso al 31esimo Noir in Festival con Diario di spezie di Massimo Donati, prodotto da Master Five Cinematografica e Rodeo Drive. Ovviamente mica sarà il solito cuoco: tanto per cominciare il suo chef Luca non sposta una padella per quasi tutto il film, ma soprattutto è un antieroe vecchio stampo. Di quelli respingenti, totalmente estranei al fascino alla Breaking Bad. Dunque originalissimi.

Ok, confessa: come ci riesci?
È che sono freak. Quando ci sono dei ruoli un po’ fricchettoni, da outsider, è facile che pensino a me. Sono sempre stato inquadrato così, fin dall’inizio: come un tipo un po’ fuori. A mia volta comunque rifuggo la banalità nel lavoro, così come la noia nella vita privata. Se faccio questo mestiere, con tutti i rischi che comporta (dalla precarietà all’esposizione), è perché mi permette di affrancarmi dall’ordinarietà e soprattutto di allontanarmi dalla mia banalità: ognuno di noi un po’ lo è, in senso buono…

Quindi è stata una vera fortuna essere inquadrato come fricchettone?
Una fortuna, sì, ma solo dall’altro ieri, perché prima mica era così! (ride, nda) Quando a vent’anni sono uscito dalla scuola, non potevo fare nulla che fosse fuori dagli schemi. Ho avuto la fortuna che il mondo cambiasse proprio mentre stavo crescendo. E sai una cosa? Ora a volte ho il problema opposto: per alcuni ruoli dicono che non sono abbastanza freak!

Ma tu ti ci senti così: un po’ strambo e outsider?
Basaglia amava ripetere: “Da vicino nessuno è normale”. È un’idea che sposo in pieno: siamo tutti fuori e tutti facciamo finta di starci dentro. La bellezza del mio lavoro consiste nel far vedere che siamo tutti fuori e che va bene così. Non dobbiamo dannarci per rientrare nei canoni sociali. Certo, oggi viviamo in un momento storico di maggior inclusività, dove tutto è accettato, ma temo sia una posizione ancora piuttosto di superficie. Quindi ben venga la recitazione: grazie al mio lavoro posso giocare un po’ di più su questo mio essere fuori, e vergognarmene un po’ di meno.

Lorenzo Richelmy con Fabrizio Ferracane in ‘Diario di spezie’ di Massimo Donati. Foto: Francesca Fago

Se però queste erano le premesse, almeno all’inizio si prospettava tosta sfondare nel cinema: hai mai pensato di non farcela?
Se è per questo, lo penso ancora adesso. Anche se lavoro con continuità, almeno una volta all’anno mi domando per quanto ancora riuscirò a fare l’attore e se ne sarò in grado. D’altronde l’attore “comodo” non è un attore. Attori come Toni Servillo o Pierfrancesco Favino non arrivano sul set sornioni, con il sorriso, perché tanto recitano da tantissimo tempo e sanno come si fa. È esattamente il contrario: se sono arrivati fino a lì, ad avere tutto quel successo, è perché si sono sempre messi in gioco. E mettersi in gioco vuol dire non essere mai sicuri, fino in fondo, di quello che fai. E dunque avere ansia. Molta ansia. L’angoscia è fisiologica per un attore.

Insisto: è tosta.
Per certi versi il mio essere attore è un modo per emancipare me stesso: per mettermi davanti ai timori e alle mie insicurezze. L’auspicio massimo è che, attraverso il nostro lavoro, anche altre persone possano emanciparsi dalle proprie paure… In fondo tutti abbiamo delle ansie.

In Diario di spezie interpreti Luca, un uomo inizialmente arrendevole fino allo sfinimento e poi a tratti disturbante, quasi repulsivo. Ma gli antieroi non dovrebbero essere maledettamente affascinanti?
Sì, giusto. Per questo abbiamo fatto l’opposto. La sfida era proprio quella: lavorare sull’abbrutimento di quest’uomo. Luca è una persona abbrutita dalla sua pochezza umana, che ha trovato la sua comfort zone nella vita di provincia: non è contento fino in fondo, ma nemmeno triste. Galleggia. Di fatto, è un adolescente nell’animo che non trova il coraggio di diventare uomo. Inizialmente nel film raccontavamo anche i disturbi di Luca, i suoi trascorsi passati, poi invece sono stati tagliati per rendere il film più asciutto, e devo dire che questa assenza di spiegazioni rende il personaggio più straniante. Quindi anche più intrigante, perché non capisci mai se è un vincente o un perdente. Luca è un antieroe totale, in controtendenza con l’attuale immaginario dark: non è il classico antieroe affascinante e maledetto, che in fondo vuole riscattarsi e farcela. No, lui non ce la fa. Punto.

Però così si crea un distacco tra la storia e lo spettatore, che finisce per non empatizzare fino in fondo con nessuno.
È vero, c’è una sorta di effetto straniante. È stata una scelta, radicale, di sceneggiatura, e io sono un fan delle scelte radicali. Secondo me questo film va vissuto come un concerto: ha un che di musicale, ti porta su delle frequenze senza però offrirti un messaggio chiaro e appagante. Lo spettatore deve fare tutto da solo: deve indagare il cuore del film e cercare di capire cosa sta succedendo fino in fondo.

Nel frattempo tu sei diventato un esperto di spezie?
Macché, figurati! È un mondo pazzesco, basta aprire il “capitolo Asia” e finisce la storia: è un delirio di profumi che non ho mai sentito. In compenso, sono bravo ai fornelli. Mi piace molto cucinare.

Ti credo: avendo abitato a lungo negli Stati Uniti, o ti arrangiavi tu in cucina o ti toccava trangugiare junk food.
Guarda, non me ne parlare… È stata una lunga lotta con gli americani che, per Marco Polo, volevano assolutamente pomparmi di muscoli. Lì, se hai 25 anni e sei belloccio, devi avere per forza la tartaruga. Che poi a cosa servisse la tartaruga a Marco Polo ancora me lo chiedo… Boh, in ogni caso dovevo mettere su molti muscoli, e loro mi proponevano delle diete a base di pollo bollito, uova sode e broccoli. “Ma una bella ribollita non vi sembra meglio?”, chiedevo loro! (ride, nda)

Ora sono curiosa: hai ancora il six pack?
Adesso no, per fortuna! Vado molto fiero della mia pancetta da birra, che secondo me è sintomo di salute. In America ho dovuto mettere su dieci chili in più di muscoli. Ci ho impiegato qualcosa come tre anni, durante i quali ero supervisionato da dei coach… un incubo! Mi ero trasformato in un torello: sembravo uscito da una palestra di Periferia Incazzata. Però ora so che posso giocare con il mio fisico: se dovessi interpretare un ruolo che richiede un fisico scultoreo, so come si fa e di poterlo fare.

Dunque non sono solo le donne a dover rispettare degli standard di bellezza?
Pensaci: quanti uomini incroci nei centri estetici? Ormai i canoni di bellezza sono cambiati per tutti.

Allora anche tu hai ceduto alla ceretta al petto?
Ci hanno provato in tutti i modi a farmela fare, ma finora me la sono scampata. Io sono per il pelo vintage, sia negli uomini che nelle donne (ride, nda)

Lorenzo Richelmy in ‘Marco Polo’. Foto: Netflix

Tornando a parlare dell’America, credi che con l’avvento delle piattaforme il dominio cinematografico e seriale statunitense stia perdendo terreno?
Sicuramente il cinema americano sta attraversando una fase di declino, già da diversi anni. Giusto i cinecomic della Marvel riescono a replicare i numeri che facevano una volta i film di Brian De Palma o di Martin Scorsese. La stessa cultura a stelle e a strisce sta stancando, perdendo mordente sul nostro immaginario. Spero che noi europei riusciamo ad approfittare di questo spazio per creare una nostra identità europea, magari attraverso un super movie ad alto budget che metta insieme italiani, francesi, spagnoli e tedeschi.

Be’, la tv si sta già muovendo in questa direzione: penso all’Alleanza che unisce le tv pubbliche di Italia, Francia e Germania.
Sì, questa cosa è molto bella, però posso fare un appunto?

Prego.
La Rai realizza serie tv strepitose come I Medici o Leonardo, salvo poi affidare i ruoli dei rispettivi protagonisti a volti inglesi o americani. Ecco, a me onestamente spiace che non sia stato scelto un italiano, quasi che non si creda fino in fondo al nostro talento. L’Europa deve avere più fiducia in se stessa. Il mio grande sogno è vedere un attore italiano che spacchi negli Stati Uniti…

Una sorta di Måneskin del cinema?
Sì, anche se dobbiamo vedere quanto reggeranno i Måneskin… In ogni caso, le nuove generazioni hanno tutte le carte in regola per sfondare. Penso per esempio a Matilda De Angelis, Alessandro Borghi, Luca Marinelli… Qualcosa si sta già muovendo, ma l’obiettivo è rendere normali i successi eccezionali come Freaks Out.

E tu?
Per quel che riguarda me, la mia ambizione è poter continuare a lavorare senza fare compromessi: potermi concedere il lusso della scelta. La recitazione è un lavoro, ma se riesci ad andare sul set come se non fossi lì per pagare il mutuo ma solo per passione, allora quello è il massimo.

Ma non eri tra gli attori più pagati in circolazione?
Quella era stata una stupenda fake news che ha circolato per un po’. Dicevano che mi avevano pagato qualcosa come 20 milioni… ma magari! Sicuramente me la cavo ma non sono certo ricco, credimi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ad aprile sarò a teatro con un progetto pazzesco: si chiama Follia shakespeariana ed è davvero una mezza pazzia, perché unisce Macbeth con Romeo e Giulietta. Appena mi hanno offerto la parte ho subito accettato, perché quando mi ricapita di poter interpretare, peraltro contemporaneamente, Macbeth e Mercuzio? Lo spettacolo è diretto dall’attore Max Mazzotta (visto di recente in Freaks Out, nda), che qui passa alla regia. Poi sarò al cinema con l’horror francese The Bunker Game e in tv, su Sky, con la serie inglese Hotel Portofino. Mi vedrete in un ruolo molto… fisico e passionale! Sarò un casanova italiano, un dandy degli anni ’20. Giusto per cambiare…