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Lo spirito libero di Chloé Zhao

Incontro con la regista di ‘Nomadland’, già vincitrice del Leone d’oro a Venezia 77 e ora in pole position agli Oscar 2021. Da Pechino a Hollywood, con una nuova missione: riscrivere il Marvel Cinematic Universe

Chloé Zhao fotografata a Ojai, California, nel novembre del 2020

Foto: Nolwen Cifuentes per ‘Rolling Stone’

È il 7 novembre e le nuvole sopra Ojai, California, se ne sono andate. Chloé Zhao non riesce a smettere di sorridere. Aveva programmato di passare il sabato nella post-produzione di Eternals, il nuovo kolossal Marvel atteso per la fine del 2020. Ma quando il sole è spuntato – subito dopo la notizia che Joe Biden era il presidente eletto, dopo una sofferta tornata elettorale durata cinque giorni (o sono stati secoli?) – i suoi piani sono cambiati. Ora è tempo di festeggiare con una pizza e un tiramisù del suo ristorante italiano preferito, e al diavolo l’intolleranza al lattosio. «Per alcuni motivi», attacca con un’enfasi comica, «è uscito il sole. Perciò passerò la giornata godendomi il bel tempo e ordinando cibo che non dovrei mangiare». Quella pace durerà ben poco. L’euforia per la vittoria di Biden verrà spazzata via dal negazionismo e dagli attacchi violenti dei sostenitori di Trump, e i casi di Covid raggiungeranno livelli mai visti. L’aggravarsi della pandemia in corso non ha solo rinviato l’uscita di Eternals, ora previsto per il novembre di quest’anno, ma anche quella del terzo film indipendente firmato da Zhao, Nomadland, uno dei titoli in pole position ai prossimi Oscar. Inizialmente previsto per il dicembre del 2020, è stato finalmente distribuito negli Stati Uniti alla fine di febbraio, in alcune delle sale rimaste aperte e su Hulu.

È stato un lungo iter per la 38enne Zhao, che ha lavorato su entrambi i progetti più o meno contemporaneamente nel corso degli ultimi due anni. Subito dopo che i Marvel Studios l’avevano ingaggiata per Eternals nel settembre del 2018, si è buttata per quattro mesi nella produzione in stile “guerrilla” di Nomadland, il ritratto di quei lavoratori proletari americani che hanno deciso di vivere dentro un camper e di cercare occupazioni itineranti. Con le sue vedute mozzafiato sul West e le sfumate descrizioni di questi uomini e donne nel gradino più basso dell’economia globale – tutte persone reali, a parte Frances McDormand e David Strathairn – il film è un’analisi sensibile e commovente e anche un antidoto ai tempi bui che, anche culturalmente, stiamo vivendo. «È una carica di vitamine», dice McDormand. «In questo periodo, abbiamo tutti bisogno di empatia, di socialità, di relazioni umane. Le persone che hanno visto il film mi dicono che è stato catartico: li ha portati fuori dal mondo che ormai si è chiuso solo su noi stessi». Anche se Nomadland si fonda sulla politica, in senso ampio, e le sue brutali ricadute sull’umanità, resta un film fortemente apolitico. Zhao rispetta troppo i suoi personaggi per ridurli a simboli ideologici. Le loro storie personali sono il suo interesse principale, le loro scelte elettorali non contano. Sono poveri e hanno bisogno di assistenza statale: sono dunque liberal? Sono anziani e bianchi: sono allora elettori di Trump? Non solo queste domande non vengono mai poste nel film: non passano nemmeno per la testa di chi guarda.

Questa neutralità è un tratto endemico del lavoro di Zhao. Anche se il suo sguardo si focalizza sempre sulle fasce più trascurate della popolazione – sia il suo esordio del 2015, Songs My Brothers Taught Me, sia la premiatissima opera seconda The Rider hanno al centro adolescenti nativi della tribù dei Sioux Lakota, che vive nella riserva di Pine Ridge Indian in South Dakota – non c’è mai un’agenda politica dietro i suoi film. Non è una novella Aaron Sorkin, per capirci. Zhao potrà anche collocarsi a sinistra nella vita, ma sullo schermo il suo unico interesse è mostrare a te, essere umano, un mondo fatto di altri esseri umani in cui ogni dettaglio è così preciso da farti sentire il loro stesso respiro, il battito del loro cuore. «Politicamente parlando, ho le mie opinioni. E sono opinioni molto forti», rivela Zhao. «Ma, in quanto narratrice, il mio scopo non è convincere altre persone delle mie opinioni. Quello lo faccio se sono a cena con i miei amici. Quando mi incuriosisco nei confronti di un mondo e delle persone che lo popolano, sono più interessata a creare un’esperienza che sia il più possibile autentica e reale rispetto a quelle stesse persone».

Chloé Zhao e Frances McDormand al Festival di Telluride per la presentazione di ‘Nomadland’. Foto: Disney

Per quanto riguarda i suoi film indipendenti a basso budget, ciò ha significato infiltrarsi in una comunità finché fosse riuscita a scovare chi catturava il suo interesse, e dunque poteva diventare il centro della sua storia. Chloé va nei bar, partecipa agli eventi del luogo, parla con le persone solo per cercare storie da tradurre, eventualmente, in un film. Mentre girava Songs My Brothers Taught Me, si è imbattuta in un giovane “uomo che sussurrava ai cavalli” di nome Brady Jandreau. È rimasta in contatto con lui e, dopo una rovinosa caduta del ragazzo durante un torneo, ha continuato a chiamarlo per sapere le sue condizioni di salute. The Rider, di cui Jandreau è protagonista nei panni di Brady Blackburn, è il racconto della sua guarigione e della sua nuova vita: per colpa delle ferite provocate dall’incidente, Brady probabilmente non potrà più salire su un cavallo. Il padre e la sorella del protagonista sono interpretati dal vero padre e della vera sorella; il suo amico Lane, anche lui paralizzato dopo la caduta in un rodeo, dal suo vero amico Lane. Il copione non è però una pedissequa copia delle loro vite, ma un racconto che mostra i dettagli delle loro personalità e delle loro esperienze private. «Chloé ha lo spirito della reporter», osserva McDormand. «Durante la fase dei provini, ha voluto incontrare le persone che fanno parte della mia vita. Ha fatto loro molte domande, ha studiato la mia storia, ed è anche sulla base di quello che ha scritto il mio personaggio. Questo processo regala profondità al suo racconto. Lei confida nel fatto che collezionare tutte queste storie reali possa produrre un’alchimia, fino a un risultato straordinario».

Zhao sostiene che sia sorprendentemente semplice avviare conversazioni con degli estranei, soprattutto se, dalle affollate metropoli costiere, ci si sposta nella parte più interna e profonda del Paese. «A Pine Ridge, se le porte non erano chiuse a chiave, entravo direttamente nelle case degli sconosciuti», racconta la regista. Ma penetrare nella sfera più intima delle persone richiede uno sforzo maggiore, soprattutto in luoghi dove i media arrivano una o due volte l’anno per coprire qualche evento sensazionale, e poi scompaiono. Zhoe cerca la storia “sotto” la storia. E sa come costruire la fiducia con le persone. «Soprattutto nelle comunità più marginalizzate, le persone hanno una serie di formule da ripetere, perché pensano sia ciò che vuoi sentirti dire da loro», dice. «Io mi metto lì e li ascolto. E poi dico: “Per che squadra tifi?”. È così che mi infilo dentro la loro parte più privata. Fino ad arrivare a quel punto – cosa cucineranno per cena, il ricordo del loro primo amore delle superiori, tutte le cose che abbiamo in comune e che possiamo condividere – che fa pensare anche a loro: “Ok, forse c’è qualcosa in più che posso svelare”. È questo il mio “investimento”, nella relazione con gli altri».

Ha applicato questo metodo fino a raggiungere livelli di partecipazione altissimi in Nomadland. Alcuni dei personaggi già comparivano nel saggio della giornalista Jessica Bruder del 2017 a cui il film si ispira. Gli altri Zhao e McDormand, che ha comprato i diritti del libro ed è anche produttrice del film, li hanno incontrati sulla strada. In quattro mesi, Zhao ha scelto i volti per il film mentre scriveva la sceneggiatura, viaggiando anche lei su un van attraverso South Dakota, Nebraska, Arizona, Nevada e California, e dando forma al film grazie agli incontri fatti lungo il percorso. McDormand ha lavorato al fianco di tutti i “non professionisti”: ha confezionato pacchi per Amazon, ha raccolto rape, ha pulito bagni nel mezzo del deserto. Non c’è nessun pietismo o manipolazione, nel suo ritratto. Come dice McDormand, Zhao «traccia con il rasoio il confine tra sentimento e sentimentalismo».

«Abbiamo tutti dovuto affrontare un’apocalisse personale, nel corso della nostra vita», dice Zhao a proposito del soggetto del film. «Siamo stati costretti a lottare e, talvolta, a ridefinire noi stessi, perché tutto quello che fino a quel momento ci definiva è crollato… L’abitudine alla perseveranza, al cercare una nuova vita e darle un senso: quello, per me, è lo spirito dell’essere umano». Il personaggio di McDormand, Fran, cerca di dare un senso alla propria vita dopo la morte del marito e la chiusura di una fabbrica d’artigianato che ha ridotto sul lastrico l’economia di un’intera cittadina. Disoccupata e con una casa che non può più permettersi, la donna si mette in viaggio da sola. È stoica, testarda, indipendente, ma anche una presenza tenera e gentile: una miscela di caratteristiche che Zhoe ha preso da vere donne incontrate lungo la strada, da McDormand e anche da sé stessa. «Quando ho iniziato a preparare il mio primo film, anch’io vivevo sulla strada: nella mia auto, nei campeggi, nei motel», confessa Zhao. «Ho passato moltissimo tempo da sola, e mi è servito moltissimo. Trovare un senso di pace, di serena solitudine, è una delle cose più dure in assoluto, ma diventa un dono incredibile, perché ti permette di affrontare qualsiasi cosa».

Zhao è una nomade fin da quando era bambina. Cresciuta come figlia unica a Pechino, a scuola era una peste: strappava le copertine dei libri di testo e le appiccicava ai manga, così da poterli leggere in classe. Era fissata con la cultura occidentale, da MTV a film come Terminator e Sister Act. (Durante la nostra chiacchierata su Zoom, sullo sfondo si vede un’immagine di 2001: Odissea nello spazio.) I genitori assecondarono il suo spirito libero, mandandola in un collegio a Londra quando aveva 14 anni. A 17 anni, a un passo dal diploma, la sua febbre per l’America era ormai altissima. Disse ai genitori che voleva andare «dove c’è la scritta “Hollywood”», e così fece: si trasferì a Los Angeles. «Conoscevo pochissimo dell’America», dice scoppiando in una risata. «Michael Jordan, Michael Jackson, Madonna, Prince: era tutto quello che sapevo. Ero ignorantissima. Ma piombare a L.A. nel 1999 voleva dire scoprire immediatamente un sacco di cose». Fa un sorriso. «Un sacco di cose».

Capendo che Zhao non aveva idea delle complessità del luogo in cui era appena sbarcata, un insegnante della sua nuova scuola – tal Mr. Feinstein – iniziò a darle ripetizioni di Storia americana tutti i giorni dopo la fine delle lezioni, ed è lì che sorse in Zhao l’interesse per la politica. Andò quindi a studiare Scienze politiche alla Mount Holyoke University in Massachusetts e, dopo qualche lavoretto come barista a Manhattan, si iscrisse alla New York University per studiare cinema. Il fatto che i suoi film siano la quintessenza dello spirito americano – le immagini spaziano tra pianure e montagne, senza lasciar fuori nemmeno un archetipo della Frontiera – è dovuto alla sua naturale curiosità. Ma è anche frutto del “minor peso” che le deriva dal fatto di essere nata in Cina: «Non sono parte di questa storia, qualunque cosa significhi. Ed è proprio questo a darmi una maggiore libertà».

Zhao ha tenuto in canna per anni un progetto in particolare, cioè il biopic di Bass Reeves, un ex schiavo che a fine ’800 divenne il primo soldato nero del Mississippi. La sua vicenda gioca un ruolo cruciale in Watchmen di Damon Lindelof, e corrobora la tesi secondo cui il supereroe primigenio sia stato un uomo di colore. Zhao confessa di non essere irritata dal fatto che Lindelof sia arrivato prima, perché c’è ancora moltissimo di quella storia da raccontare. «Spero anzi che siano dedicati sempre più film e serie tv a questa figura», osserva. «È una cosa che sarebbe dovuta accadere molto prima. Non abbiamo molte informazioni sulle sue origini. Quando nacque, l’area che corrisponde all’attuale Oklahoma era considerata una terra senza legge. Era un vero melting pot di etnie e culture. Viverci non era facile. C’era un’enorme tensione sociale, ma anche un grandissimo sostegno reciproco tra gli abitanti, prima che arrivassero le istituzioni a condizionarli. C’è qualcosa di quell’epoca – la fine del Vecchio West – che vorrei davvero esplorare e catturare».

Ma prima vedremo la visione di Zhao sugli Eternals, cardine su cui si muoverà la prossima fase del Marvel Cinematic Universe. Il film ha già fatto notizia per la presenza, tra i personaggi, del primo supereroe Marvel apertamente omosessuale. E se l’altissimo budget e un cast sulla carta assurdo (Angelina Jolie, Salma Hayek, Kumail Nanjiani, Brian Tyree Henry) sembrano lontani anni luce dai film intimi e naturalistici che Zhao ha realizzato finora, cercate di non avere pregiudizi. «Chloé non fa solo film bellissimi, intimi e personali in un modo bellissimo, intimo e personale. Sa anche pensare in grande, con uno sguardo che è universale e rappresenta benissimo quello che vogliamo», dice Kevin Feige, boss dei Marvel Studios, che definisce la scelta di Zhao per il film la cosa migliore che avrebbe mai potuto immaginare. «Eternals è una storia incredibile, che si dipana nel corso di diversi millenni. E Chloé la padroneggia perfettamente».

Questi supereroi potranno anche essere degli esseri alieni e immortali, ma Zhao dice di aver pensato a un film che fosse profondamente terreno, «proprio come se ti trovassi lì con loro». L’ha girato con gli stessi mezzi usati per Nomadland. E anche se stavolta il suo cast è pieno di nomi della Serie A di Hollywood, l’approccio “realistico” – fatto di lunghe conversazioni con gli attori, da “riversare” poi nel film – è stato quello di sempre. «Voglio continuare a lavorare così anche in futuro, che si tratti di grossi film o progetti indipendenti», confessa. «Perché la cosa più interessante restano le persone. Non è così?».

Da Rolling Stone USA