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‘Leaving Neverland’, parla il regista: «Sarà il #MeToo di Michael Jackson»

«Dopo questo film parleranno molte altre vittime, credo. Dobbiamo solo aspettare e vedere quando succederà, e quanto rapidamente»

Lo scottante documentario Leaving Neverland è tornato ad alimentare il caso di Michael Jackson e delle accuse di essere un pedofilo seriale. Nel 1993, il 13enne Jordan Chandler accusò Jackson di abusi sessuali, e la causa si concluse con un risarcimento di $10 milioni. Nel 2003, un caso criminale nato dalle accuse del 13enne Gavin Arvizo portò all’arresto del musicista, a un processo e infine all’assoluzione del 2005. Ora, James Safechuck e Wade Robson hanno raccontato a Dan Reed, il regista del documentario, che la loro innocenza è stata distrutta nel Neverland Ranch, la gigantesca proprietà californiana del Re del pop, con una serie di rapporti iniziati alla fine degli anni ’80 e proseguiti per buona parte del decennio successivo. (Paradossalmente, la testimonianza di Robson durante il processo del 2004-2005 fu determinante a determinare l’innocenza di Jackson).

Reed, documentarista formato alla BBC, si è focalizzato sulla storia di Safechuck e Robson, aiutato da interviste di supporto con i familiari delle vittime, e il suo documentario si concentra esclusivamente sulla relazione dei ragazzi con Jackson. La ricostruzione di Reed è puntuale, un misto tra materiale d’archivio, foto personali e documenti, e vuole mostrare due storie, diverse ma parallele, di molestie seriali e manipolazione emotiva. (Robson e Safechuck, nel corso della vicenda, si sono incontrati solo una volta durante uno sleepover organizzato a Neverland).

Abbiamo incontrato Reed al Sundance, dov’era per promuovere il suo film, e gli abbiamo chiesto di spiegare come mai abbia deciso di raccontare questa storia, se il movimento #MeToo abbia influenzato la produzione e il metodo giornalistico utilizzato per trovare quella che a lui sembra una verità inconfutabile.

La famiglia di Jackson ha definito il tuo film “un omicidio da tabloid”. In realtà in Leaving Neverland si parla poco del personaggio Michael Jackson. Puoi spiegarci perché?

Questa non è la storia di Michael Jackson. È la storia di una serie di abusi sessuali capitati a due famiglie che vivevano vite intrecciate con quella di Jackson. Il fatto che fosse proprio lui a commettere gli abusi ha permesso al film di raggiungere una rilevanza di cui sono contento. Ma è una storia di inganni e pedofilia. Potrebbe essere la storia di un qualsiasi predatore capace di infiltrarsi in una famiglia e di conquistarne la fiducia.

La famiglia ha definito Robson e Safechuck due “bugiardi” che “continuano a sforzarsi per ottenere fama e denaro”.

Nè Wade né James, o nessun altro membro delle loro famiglie, è stato pagato direttamente o indirettamente per partecipare al film.

A differenza dei tuoi film precedenti, in cui hai intervistato dozzine di persone, Leaving Neverland si concentra solo su una manciata di personaggi. Perché?

Ho realizzato piuttosto in fretta che erano davvero in pochi a sapere quello che era successo a James e Wade, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze degli abusi sulla loro vita adulta. E poi volevo che il pubblico si immergesse in questa storia; volevo chiuderli a chiave in una stanza con queste due famiglie, in modo che capissero la sintomatologia e gli effetti degli abusi sessuali su di loro. Questa è una delle cose che ho imparato dal film, e ne vado orgoglioso. Ho imparato che è complicato, che Wade poteva testimoniare nel 2005 che “Michael non mi ha mai sfiorato”, guardare la gente negli occhi e dire “non è mai successo niente”. Michael era il suo amante e amico, e gli doveva molto. Come dice nel film, non esisteva ragione al mondo che gli avrebbe fatto dire qualcosa che avrebbe mandato Michael in prigione. Fine. E il film dedica tre ore per portarti a questo punto, per farti capire perché alcune cose sono andate in un certo modo e perché ha cambiato la sua versione della storia.

Nel film James racconta che Jackson gli disse che era alla sua prima esperienza sessuale. È davvero possibile? 

Non suona come la verità. È possibile, ma non credo. Gli ha anche detto: “Mi hai insegnato il bacio alla francese”. È parte di una strategia per incolpare il bambino, per dargli la responsabilità. Per me scoprire i modi con cui Jackson manipolava le vittime è stato molto più doloroso che ascoltare le descrizioni degli abusi sessuali. Leaving Neverland è la storia concreta e dettagliata di due specifiche persone abusate sessualmente da Michael Jackson. Non so cosa sia successo a tutti gli altri bambini che passavano la notte con lui. Ma per quanto riguarda i casi di Wade Robson e James Safechuck, ho tutte le prove di cui ho bisogno, anche se non esiste nessuna registrazione video dei rapporti sessuali tra Michael e i due bambini.

Non c’è nessuna registrazione? 

No, non abbiamo una prova in flagrante. Non abbiamo registrazioni.

In un’intervista, però, hai detto che una cassetta c’era. Sbaglio?
A un certo punto James mi ha detto: “Sai, Michael aveva una videocamera e ha registrato un atto sessuale”. Ma non mi ha dato altri dettagli. Poi Jackson avrà pensato: “Oh, cosa ho fatto?” E ci avrà registrato sopra.

Guardando il documentario ho avuto l’impressione che Wade e James fossero davvero innamorati di Michael. Mi ha colpito molto. 

Sì. La gente dà per scontato che i pedofili siano quei tizi con l’impermeabile che prima offrono caramelle e poi fanno cose disgustose. Questa storia non è andata così. Se queste relazioni fossero capitate a due adulti consenzienti sarebbero state perfettamente normali. Ci sono anche molte relazioni tra persone con grande differenza d’età, rapporti normali, legali e senza alcuna forma d’abuso. Quelle che raccontiamo nel film, però, riguardano due bambini di 7 e 10 anni e un adulto. Ma avevano tutte le caratteristiche delle storie d’amore. 

Io sono un giornalista, e ho approcciato queste interviste riservandomi di esprimere un giudizio alla fine. Poi è arrivato un momento che mi ha fatto credere a quello che stavo ascoltando. Io cercavo credibilità e coerenza, due cose che ho imparato a scovare in 30 anni di carriera da regista. A un certo punto, comunque, sia Wade che James hanno detto: “Amavo Michael, Michael amava me e saremmo stati insieme per sempre”, e ho capito che parlavano come un adulto parla del suo partner.

O del primo amore.
O del primo amore. Qualcosa di incredibilmente potente, lo sappiamo tutti. Quando ho capito questa cosa, ho capito tutto il resto.

È interessante, dopo aver visto il film, ripensare a quando Michael Jackson disse che non avrebbe mai fatto del male a un bambino
.
Stava dicendo la verità, e la stava dicendo a se stesso.

Perché lo pensava davvero. Anche i ragazzi avrebbero detto “Non ci è stato fatto niente di male. Eravamo innamorati”

Sì. Ed è per questo che Wade diceva “Non credo che questo sia abuso. Amavo Michael e lui amava me”. Ha continuato a farlo per molto tempo, perché era qualcosa di insito nella sua psiche da quando aveva 7 anni. E quando hai quell’età sei davvero malleabile, è l’età in cui ci si forma una certa idea di “normalità”, giusto? Per loro quella relazione era normale, salutare. Ci sono voluti molti anni – un’altra cosa tipica degli abusi sessuali su minori – perché si formassero abbastanza crepe da far crollare il castello.

Sembra che il punto di svolta sia stata la paternità. 

Sì, ma può capitare in tanti modi diversi. Nel caso di Wade, in particolare, è stato questo. C’è un passaggio incredibile nell’intervista in cui dice: “Ho guardato mio figlio Koa e ho pensato a quello che gli avrebbe fatto Michael se si fosse comportato come faceva con me. Ho provato molta rabbia. Poi ho pensato al piccolo Wade, e non ho sentito niente”. Questa frase racchiude tutto.

Anche tu sei padre, e i tuoi figli sono molto giovani. Ti ha influenzato?
Certamente essere padre, e ascoltare una storia così terribile… fa venire i brividi ed è orribile. Ho girato un film chiamato The Paedophile Hunter, e sono molte le storie di pedofili che aggrediscono bambini dopo averli adescati online. Quindi ero consapevole della presenza di questi predatori nella nostra società. Adesso che il film è uscito, poi, ricevo orribili mail dai fan di Michael Jackson, e parlano dei miei figli. Diverse migliaia di mail solo nelle ultime tre settimane, tutte disgustose oltre ogni limite immaginabile.

Davvero? 

Perché la gente reagisce in questo modo? Quando vedi due uomini che prendono coraggio e raccontano che da bambini sono state vittime di abusi, perché colpevolizzarli? Perché vogliamo che stiano zitti? Perché li minacciamo? Non capisco.

Il tuo film disintegra un’icona dell’intrattenimento che ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo, una figura che ha un impatto enorme anche anni dopo la sua morte. È ovvio che i fan si sarebbero infuriati. È ancora possibile salvare qualcosa?
Intendi continuare ad apprezzare la sua musica?

Vorrei continuare ad ascoltare Thriller. Possiamo ancora farlo? È una grande canzone.
Ogni volta che vedo il video penso: “Wow, aveva una marcia in più”. Puoi continuare ad apprezzarlo? Non voglio essere impertinente, ma cosa penseresti se tuo figlio di nove anni andasse a una festa dove tutti i bambini ballano le canzoni di Michael Jackson? Cosa faresti? Come ti farebbe sentire?

Accuse così devastanti sono difficili da digerire per il pubblico. Nel 2014, quando le accuse erano solo due o tre, erano moltissimi a negare che Bill Cosby fosse uno stupratore. Poi è diventata una valanga: 10, 20, 30, addirittura più di 50 persone l’hanno accusato. Credi possa succedere la stessa cosa con il tuo film?
Nel Regno Unito c’era uno show televisivo chiamato Jim’ll Fix It, presentato da un tale chiamato Jimmy Savile, uno showman con il cavalierato all’Ordine dell’Impero Britannico. Nel programma faceva mettere i bambini in ginocchio e chiedeva: “Cosa posso fare per te? Qual è il tuo desiderio più grande? Lo farò diventare realtà”. Era un pedofilo violento, brutale. La prima vittima ha parlato solo anni dopo la sua morte, e la BBC ha cercato di coprire quella testimonianza. Poi è diventato tutto pubblico, e le vittime sono diventate una cascata. Qui succederà la stessa cosa. Dopo questo film ci sarà il #MeToo di Michael Jackson, credo. Dobbiamo solo aspettare e vedere quando succederà e quanto rapidamente.

Hai girato gran parte delle interviste a febbraio 2017, otto mesi prima che scoppiasse lo scandalo Weinstein. Quando è successo, hai cambiato qualcosa del tuo film?
Sono tornato a intervistarli ancora. #MeToo ha incoraggiato molto sia Robson e Safechuck che le loro mamme. Il movimento ha reso la mamma di Wade, Joy Robson, molto più coraggiosa. Sentiva che era arrivato il momento di parlare.

Mi ha sconvolto ascoltare James mentre raccontava del suo finto matrimonio con Jackson, e di come avesse una scatola di anelli che barattava con favori sessuali…

Quella è l’ultima cosa che abbiamo girato con James, a luglio 2018. Aveva parlato di anelli e matrimonio già nella prima intervista. Ma ci sono voluti 18 mesi. Non ho mai voluto costringerlo a fare nulla. Queste sono cose da trattare con estrema gentilezza. E avevamo tutto il tempo necessario. Nella sua testa era convinto di aver già fatto tutto quello che c’era da fare, di avere tutti i suoi sentimenti e le risposte organizzate nella testa. Il suo corpo, però, aveva ancora delle reazioni. Appena ha tirato fuori gli anelli le sue mani non smettevano di tremare.

Il matrimonio va inserito nel contesto di una relazione molto intensa. Era un simbolo dell’amore di Michael, la promessa che sarebbero stati insieme per sempre. Per me è ripugnante, perché Michael non aveva ovviamente alcuna intenzione di stare con James per sempre, e probabilmente all’epoca passava la notte con altri bambini. Sappiamo che è andata così. Sappiamo che dormiva con Wade mentre vedeva James.

Per ragioni legali, Wade e James sono stati separati già prima che iniziassi a lavorare al film. È affascinante.
Sì, non potevano raccontarsi cosa gli era capitato. Il loro primo incontro (da adulti, nda) è stato al Sundance. È stata anche la prima volta che hanno passato del tempo insieme.

È una bella coda a questa storia. Mi ha impressionato la gentilezza e saggezza che hanno dimostrato nelle interviste dopo la proiezione. Non sembrano due persone vendicative.
Sono entrambi molto educati e generosi, anche con i fan di Michael. Quello che gli è successo gli ha insegnato che non c’è motivo per provare rabbia. Non c’è motivo per odiare. Ci si fa solo del male.

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