Lady Gaga, ‘A Star Is Born’ again

Ritorna una delle più famose storie d’amore del cinema, con Gaga nel ruolo che fu di Judy Garland e Barbra Streisand. Diretta da un Bradley Cooper più tenerone che mai. Li abbiamo incontrati dopo la première veneziana.

Quasi un secolo fa, il produttore cinematografico David O. Selznick si convinse che al pubblico sarebbe piaciuto avere l’impressione di sbirciare nella vita vera delle star di Hollywood. Un film su una coppia di attori, pensò. Il successo di lei e l’autodistruzione di lui, chi sale e chi scende, gli applausi e la depressione, amore e morte. Fece per la RKO A che prezzo Hollywood nel 1932, con la regia di George Cukor, figlio di ebrei ungheresi di Manhattan che aveva esordito in teatro a Broadway con una versione instant del Grande Gatsby. Selznick si tenne la storia e inventò il titolo A Star is Born per un altro film del 1937, diretto da Willliam Wellman e sceneggiato da Dorothy Parker – meravigliosa figura di poetessa e giornalista culturale ultraglamour.

Dopo la guerra fu Judy Garland la stella. Ballava e cantava divinamente nel musical classico Warner Bros del 1954, ancora con la regia di George Cukor. Altri vent’anni e Barbra Streisand, nel 1976, si cuce addosso la parte spostando l’azione nel mondo della musica pop-country. Eredita un nuovo copione di Joan Didion e Gregory Dunne, altra coppia superglam del giornalismo culturale americano. Barbra è star, regista ombra, produttrice. Il film un misto di femminismo, cinismo e decadenza. Il rocker scassato è Kris Kristofferson, anche nella vita vera.

Lunga infine è la lista di attori e registi associati ai tentativi di rifare per la quinta volta questa storia che attira la meglio gioventù hollywoodiana come il miele, dagli anni ’90 no ai giorni nostri: Tom Cruise, Johnny Depp, Christian Bale. Clint Eastwood e Joel Schumacher. Jennifer Lopez e Beyoncé. Bradley Cooper ci lavora sopra dal 2015, su una sceneggiatura scritta assieme a Eric Roth (Forrest Gump, House of Cards): «Per me questa è una storia d’amore raccontata attraverso la musica, che di tutte le forme di comunicazione è la più pura», ci dice quando gli chiediamo che spiegazione si dà all’ossessione di Hollywood per la struttura a doppia spirale lui/lei di È nata una stella. Il film lo ha scritto, diretto e interpretato nella parte del rocker alcolizzato e trapanato dall’acufene. Aggiunge subito: «Adesso tutto è in mano al pubblico, dirà lui se questa storia sta ancora in piedi».

Sarebbe strano che non fosse così. Se non altro per la partner che Cooper si è scelto ed è accanto a lui in questa chiacchierata a Venezia, nel turbine di incontri seguiti alla prima proiezione del film alla Mostra. Tenuto prudentemente fuori concorso, ma di certo in corsa per l’Oscar e un cospicuo riscontro al botteghino. Lady Gaga qui parla “soltanto” come Stefani Germanotta: «Nella lunga storia di questo film c’è sempre la stessa curiosità del pubblico nei confronti degli artisti e di quello che succede dietro le quinte, dove si alternano momenti sublimi e periodi di totale disperazione», dice. «Per me questo film lavora su tanti livelli diversi. Non è solo un film sulla fama, ma anche sul coraggio, sull’amore, sull’accettarsi, e naturalmente sull’abuso di sostanze».

È vestita con un tubino nero, Marilyn style. Minuziosamente truccata e “giapponese” nella messainscena iperrealista. Risulta ancora più straniante così la sua performance totalmente priva di trucco, capelli lunghi, maglietta e jeans per almeno metà film nella parte di Ally, la cassiera di supermercato con una voce d’angelo che di notte canta in un drag bar e incontra il rocker rottame Jack-on, scaricato lì dalla sua limousine dopo un concerto. «Ho raccontato le mie storie agli sceneggiatori. Mi piace moltissimo il modo in cui sono entrate nel film», commenta, «aggiungo che a me è capitato di cantare in qualche bar gay o di lesbiche all’inizio della carriera, ma mai nei club “drag”. O forse erano club che avevano un serata “drag”, voglio dire che quello che si vede fa parte soltanto del film».

Neppure l’insicurezza con la quale Ally entra nella storia appartiene a Lady Gaga: «A vent’anni trascinavo il mio pianoforte per New York cercando l’occasione per farcela, ma io credevo tantissimo in me stessa, ero sempre truccata e vestita anche nelle mie prime esibizioni. Ally è del tutto diversa», dice. «Siamo chiari, lei nel film è Ally e non Stefani Germanotta», interviene Bradley Cooper. Stefani ci ripensa su: «Se c’è un momento della mia vita in cui mi sento vicina ad Ally è quando mi bullizzavano al liceo».

Il regista ci tiene a sottolineare ancora che la sua rilettura è qualcosa di più che un esercizio di stile: «Ho parlato con tanti musicisti, ne ho incontrati in tutto il Paese», spiega. «Quando scrivi una storia è importante la sociologia e non solo la fantasia. Volevo sapere, volevo imparare: le storie vere ti aiutano a mettere in piedi il racconto e Stefani ci ha dato una quantità immensa di materiale». Parola di uno che esce dall’Actors Studio, che nel suo film suona e canta, suda e sputa i polmoni (lo accompagnano i musicisti dei Promise of the Real di Lukas Nelson, che ultimamente suonano con Neil Young). Che racconta sempre di essere stato iniziato al cinema da suo padre, che lo portò a vedere Elephant Man di David Lynch, uno shock che in qualche modo si riverbera anche in questa storia.

Uno dei pochi punti fermi (e magici) del soggetto di A Star is Born è questo primo incontro in un bar notturno, dove il protagonista maschile si rifugia e sente cantare meravigliosamente una ragazza. Spiega Bradley: «All’inizio del film dobbiamo sapere chi è Jackson, dobbiamo creare l’atmosfera giusta perché stiamo per seguirlo in una storia molto dark. Lo vediamo prima sul palco mentre suona e poi lo seguiamo in questo ambiente folle dove si comporta come un bambino alle giostre, prende in mano una chitarra e fa innamorare tutto il locale». Stefani Germanotta lo interrompe: «Quando Bradley canta Maybe It’s Time alle drag queen, forse è tempo che le cose vecchie finiscano, è un momento magico».

Per una buona metà il film – e questo è un altro punto fermo del soggetto – si svolge su un palco, sia un concertone o un teatro o uno studio televisivo. Sappiamo che Bradley Cooper ha girato dal vero i suoi concerti nei panni di Jackson Maine sul palco di Glastonbury, il giorno dopo che un concerto di Lady Gaga aveva chiuso la mitica rassegna inglese. Qui ci ricorda che il film nasce da un’idea visiva, la sera che in un stadio di New York si era trovato ad assistere a un concerto dei Metallica dal backstage: «Ero dietro la batteria, protetta da un grande fondale di plastica e da un buco vedevo solo la mano sinistra del batterista, il cantante, il chitarrista e poi un mare di gente. Mi sembrava di essere dentro quel poster di Rattle and Hum con Bono che canta, e ho pensato che sarebbe stato un punto di vista stupendo per farci un film. Se ci fai caso, la macchina da presa non scende mai dal palco».

L’altra idea del film è completamente sonora. Cooper: «Questo film parla della fama, ma fin dall’inizio non volevo vedere paparazzi, conferenze stampa, fughe dai fan. Invece volevo raccontare tutto soltanto attraverso il suono. La fama è questo: un casino totale di rumore e poi il silenzio. È il ritmo del film, dall’inizio alla fine. Vale per tutti quelli che hanno rapporti con il pubblico: musicisti, attori, politici, un momento sei lassù e il momento dopo sei solo in una stanza». Interviene Lady Gaga, ora: «Quante volte capita di salire sul palco davanti a diecimila persone, poi scendi, sei sola e ti viene da piangere. È una cosa fortissima dal punto di vista emotivo. Jackson scende dal palco, chiude la porta della limousine e il rumore sparisce all’improvviso. Bam. Quel silenzio lo conosco bene. Succede esattamente così».

Com’è il film? Come sono le canzoni (Mark Ronson e Lady Gaga tra gli autori)? Si può credere ancora a lunghi dialoghi sul coraggio e la forza di credere in se stessi, in tempi in cui X Factor ci ha fatto uscire questa roba dalle orecchie? Una cosa certa la spiega Bradley Cooper: «La chimica non si può fingere. Al cinema vedi solo due attori che si guardano negli occhi, ma noi abbiamo passato due mesi a lavorare assieme come Jack e Ally». Su questo gli si può dare ragione. «È stato facile innamorarsi di lui!», ride Stefani. C’è ancora spazio per una battuta di Lady Gaga, la star più democratica di tutti i tempi: «Non ho paura del giudizio e dei paragoni con Judy Garland o Barbra Streisand», risponde a chi gliene chiede conto. «Ho dato tutto quello che avevo al mio regista e al mio compagno di set. A dire il vero non penso che Judy Garland sia una mia collega, io mi considero l’ultima arrivata in questo mestiere, sono stata fortunata e onorata di essere stata attrice nel debutto di un regista di cui sono già una grande fan».

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