La stagione (dell’amore) di Thony | Rolling Stone Italia

Foto: Mirko Morelli

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La stagione (dell’amore) di Thony

‘Settembre’, opera prima di Giulia Louise Steigerwalt, riporta la cantautrice e attrice palermitana al cinema. E le regala uno dei suoi personaggi più belli e liberi. Come questa chiacchierata senza filtri tra film, canzoni, famiglia, denti storti, punkabbestia, nuove case e vecchie ribellioni mai sopite. E ‘La La Land’, che fa piangere sempre. Per questo motivo

Capita che in certe interviste si finisca a parlare di tutto, quasi dimenticando il punto di partenza e quello che bisognerebbe raggiungere. Piuttosto diventa una chiacchierata lunghissima sulla carriera ma anche sull’amore, quando smette di dare e inizia a togliere, sui film e le canzoni che ti fanno piangere (ve lo anticipo: lei piange moltissimo) e poi perfino sul complesso dei denti storti («Ma tu come l’hai superato? Ti è toccato pure fare l’attrice», «La verità? Non l’ho superato, ho messo l’apparecchio. E non sai che dolore»). Per chi fa questo mestiere, quando capita un’intervista del genere è una piacevole mazzata. Bella come una chiacchierata tra amiche, sì, ma pure tosta, perché poi ci ripensi e ti interroghi. Ecco, con Thony sapevo – ne ero certa – che sarebbe andata così.

Va detto che il pretesto giocava a nostro favore: l’uscita di Settembre (quasi contemporanea a quella della terza e ultima stagione di Summertime, del cui cast Thony fa parte), cioè l’opera prima di Giulia Louise Steigerwalt, tocca corde irresistibili per certe personalità cerebrali e un po’ «spiantate», come le chiama Thony, che infatti con gli spiantati ha un conto sempre aperto (di loro si innamora e a loro appartiene per natura). Di conti in sospeso in realtà ne ha molti altri: con La La Land e con la sua musica, con la tendenza al nomadismo, con la storia straordinaria della sua famiglia che vorrebbe scrivere ma che forse mai racconterà, con l’autosabotaggio e con una lista infinita di difetti che da sempre offre in pasto al mondo spietato della stampa. La sua è un’onestà che scoraggia perfino il clickbait, e probabilmente è merito di quest’anima da punkabbestia alla quale non è disposta a rinunciare, neanche dopo un David di Donatello, neanche adesso che ha comprato una casa con terrazzo a Monteverde, una delle zone più “bene” di Roma.

Detto ciò, scriviamolo nero su bianco: Giulia Louise Steigerwalt ha realizzato un gran bel film. Semplice nella dimensione della quotidianità che racconta, ma meravigliosamente complesso e tenero nell’intercettare i momenti che segnano la nostra esistenza. Settembre è un universo corale di “prime volte”, senza limiti d’età: c’è l’attimo in cui stai per lanciarti senza paracadute, quello in cui stai per scoprire il sesso ai tempi della scuola per poi riscoprire l’amore da adulto, magari verso un’altra donna o una prostituita appena maggiorenne. «M’ha proprio dato alla testa, quel bacio» dicono loro, i personaggi. E tu da spettatore ci finisci dentro, sorpreso alle spalle da un’euforia un po’ impacciata (per me è stato come riascoltare Senza dubbio degli Articolo 31 vent’anni dopo e in chiave sinfonica). E anche qui Thony, romantica e autoironica fino allo stremo, in materia di prime volte potrebbe raccontare di tutto: «Per me ogni giorno è una scoperta. Infatti se ancora non mi è preso un infarto è solo un caso».

Thony in un ritratto di Mirko Morelli. Styling: Other Agency. Look: Uniqlo. Hair and Make Up: Alessandro Jouber @ Simone Belli Agency. Location: Westing Excelsior Roma. Location Manager: Luisa Berio

Allora, io non sono una fan della promozione a priori del cinema “delle donne e con le donne”, ma qui lo sguardo femminile di Giulia Steigerwalt ha una potenza innegabile. Che ne pensi?
Neanche io sono una fan a priori, di niente. Però devo dirti che secondo me mancava, e manca tuttora, un racconto diverso delle donne che nasce dalle donne. E i personaggi di questo film hanno una grazia che difficilmente troviamo nel cinema italiano diretto dagli uomini.

E soprattutto non sono donne isteriche, uno stereotipo che tu detesti.
Esatto! Non ci sono drammi perché loro non vivono in funzione degli uomini. Francesca (Barbara Ronchi, nda) vive una mancanza dall’inizio del film, ma non dipende dal marito. Sia lei che Debora, il mio personaggio, si confrontano piuttosto con un sentimento che non sanno esprimere a parole, che non riescono neanche a comprendere.

Barbara Ronchi che compagna è stata? Come dicono i giovanissimi, io vi ho proprio “shippate”.
(Ride) È stata la compagna perfetta, anche perché è una grandissima attrice, è questo se devi recitare fa già tutta la differenza del mondo. E poi lei ha un’ironia acutissima, vivace. A me piace circondarmi di donne da cui posso sempre rubare qualcosa che magari mi sfugge.

C’è una scena del film, quando Debora e Francesca si rivedono dopo il loro primo bacio, in cui il tuo personaggio incarna una calma inaspettata di fronte a un evento che stravolgerebbe molte persone.
Sì, il punto era proprio questo. Debora inizialmente è infelice della sua vita, ma il momento di cui parli tu è quello in cui accetta qualcosa di nuovo. Quella calma viene dalla sensazione che quello che sta succedendo sia giusto, naturale, spontaneo. Non capita spesso nei nostri innamoramenti, se ci pensi, perché abbiamo sempre paura, ce li godiamo ma con una certa ansietta di perderli. Invece loro due si trovano senza nessuna paura, dopo anni di amicizia.

Ogni linea narrativa di Settembre riesce a raccontare la magia dell’attimo che precede il tuffo, quell’esporsi con il brivido di non sapere cosa succederà. Cos’hai provato leggendo la sceneggiatura e poi vedendo il film?
L’ho visto tante volte, avendo lavorato anche a un paio di canzoni ho seguito già i primi pre-montati. Ogni volta noto dei piccolissimi dettagli, sia nei dialoghi che nelle interpretazioni, soprattutto quella dei due ragazzini. Quando lui torna indietro con la bici e le chiede di andare insieme al concerto, lei accetta e lui fa un sorrisetto a testa bassa che mi spezza il cuore. Ogni età viene raccontata nei suoi piccoli momenti di magia, con un’euforia a volte nascosta e altre più evidente. Rimango stupita dal modo in cui Giulia ha scritto questa sceneggiatura, è come se avesse preso tutta la sua vita e l’avesse messa in un unico film.

Concordo. Tu di scoperte in età adulta ne hai fatte? Intendo roba da farti palpitare il cuore, come per Debora e Francesca, nonostante non sia più l’età delle palpitazioni adolescenziali.
Io vivo sempre tutto così. Infatti se ancora non ho avuto un infarto è un caso, perché te lo giuro, per me è continuamente una scoperta. Il che forse rischia di togliere importanza a certi momenti. In Settembre queste due donne scoprono questo innamoramento e poi succede quello che potrebbe succedere a tutti, cioè lo abbandonano. Fanno un passo avanti e poi cento indietro. Sai cosa penso davvero? Che con i nostri amici, con le persone a cui vogliamo veramente bene, il passo per innamorarsi sia brevissimo, dietro l’angolo. Ma il più delle volte scegliamo di non farlo.

Interessante e pericoloso, come punto di vista.
Io sto sempre in bilico, tra il portare avanti a spada tratta tutto quello che provo e il lasciare tutto così, immobile.

Hai detto che per interpretare Debora hai cercato di eliminare ogni tua parte «aggressiva, capricciosa ed egocentrica». Così mi sono accorta che negli anni ti sei definita anche vulnerabilissima, permalosa, impulsiva, indecisa, insicura, a tratti insopportabile. Vai, da dove partiamo con la lista dei difetti?
(Ride di gusto) Io ti amo. Allora: è tutto vero. Penso di essere una contraddizione vivente, ecco qui, ti aggiungo pure questo difetto alla lista. A detta delle persone che mi vogliono bene – ma si sa che loro tendono ad essere gentili – io sono troppo autocritica. Ma onestamente penso di averli tutti, questi difetti. Solo che a tratti fingo.

Ovvero?
Be’, per esempio fingo di essere super aperta e invece sono molto chiusa. Cerco di dare la versione migliore di me, quello che vorrei essere. Ma comunque io non sono un’ottima amica. Sono una persona che sa voler bene, certo, ma che è piena di disattenzioni.

Thony con Barbara Ronchi in ‘Settembre’ di Giulia Louise Steigerwalt. Foto: 01 Distribution

Il tuo limite peggiore oggi qual è?
Domanda difficile. Forse una tendenza a rovinare tutto quello che mi capita di bello? Credo si chiami autosabotaggio.

Give me five. Con le turbe fisiche, invece, ci hai fatto pace? So che avevi una preoccupazione per i tuoi denti.
La verità? Ho messo l’apparecchio. Nessun lavoro su me stessa, sono proprio andata alla base del problema. Un po’ ha aiutato, ma non fino in fondo. Poi capirai, più invecchi e più noti cose. Io mi guardo allo specchio e mi sento Dua Lipa. Ed è un problema, perché poi mi vedo al cinema e ci rimango malissimo: «Cos’è successo da casa mia fino al set?». In Settembre faccio delle espressioni che proprio non mi appartengono, ho capito che se reciti il dolore porti in scena anche le rughe.

Papà siciliano e mamma polacca: tempo fa stavi pensando di scrivere un film sulla tua famiglia, immaginavi una storia «a tratti stupenda, a tratti orrenda». Quest’idea c’è ancora?
Ci sto pensando ancora, sì, perché le persone a cui ho raccontato la storia della mia famiglia da ubriaca – da lucida non lo farei mai – mi hanno consigliato di scriverla. Ma penso che i miei mi cancellerebbero dalla lista dei familiari, dal Natale, da tutto. Però c’è un aspetto quasi antico che varrebbe la pena raccontare, scenari che oggi non capitano più. Penso ad alcuni appuntamenti tra mio padre e mia madre dati a un mese di distanza, a un certo orario, senza telefoni. Era il ’74. E poi questo racconto della Polonia vista dagli occhi di mamma e papà in modi completamente diversi, come tutto nella vita. La difficoltà è che nelle sceneggiature dev’esserci sempre un fatto da cui parte la storia, e in questa famiglia ce ne sono troppi.

Invece che adolescenti eri? Hai un famoso tatuaggio fatto a quattordici anni che è tutto un programma…
A un certo punto sono completamente impazzita. Pensa che da piccola ero timidissima, silenziosa, leggevo tutto il tempo. Anche libri non adatti ai bambini. Ne ricordo uno in particolare di un autore giapponese, si chiamava Musica. Avevo dieci anni quando mia sorella maggiore mi chiese: «Amore, cosa stai leggendo?» e io risposi: «Non puoi capire, è tutta una metafora sul femminile». Ero anche snob, presuntuosetta. Poi a un certo punto ho switchato e ho iniziato ad essere ribelle.

E qual è stato l’incidente scatenante?
Forse volevo assomigliare di più alla mia famiglia. Così è iniziato il periodo dei tatuaggi, scappavo pure di casa. Loro erano tutti più estroversi di me, erano più siciliani.

A un certo punto è arrivata anche Thony. Un nome d’arte legato a un’idea di mascolinità, tua madre ti credeva maschio durante la gravidanza, e gli amici ti hanno affibbiato quel soprannome perché giocavi a calcio.
Sicuramente c’è stato un momento importante in cui ho creduto di racchiudere dentro di me esattamente un uomo, una donna e tutto quello che c’è in mezzo. Forse anche un po’ precocemente è arrivata questa scelta di legarmi a un nome maschile e confondere le acque. Perché devo chiamarmi Federica? Non l’ho scelto io e non mi ci riconoscevo. E invece questo Thony – o questa Thony – mi sembrava un alter ego perfetto. Un nome d’arte senza cognome, quindi una non-persona. Un posto dove mettere tutto.

Liberatorio?
Tantissimo. Crearmi un alter ego è stata una salvezza. Ricordo il momento preciso in cui ho pensato: «Ma io adesso sono Thony. Wow». E infatti, quando anche gli altri hanno iniziato a chiamarmi Thony, sono uscita da questa bambina timida, siciliana. Scegliersi un altro nome non è una cretinata, all’improvviso sembra che tutto sia possibile. Rinasci come ti pare.

«Quella scema e incosciente sono io», ripesco una tua battuta cult in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, «tu devi essere quello coi piedi per terra, perché sennò è un casino». Io all’epoca la feci mia in modo esagerato, per te cos’ha rappresentato?
(Ride) Direi lo stesso. E in questo Antonia è stata lungimirante, aveva capito benissimo i suoi difetti e anche che l’uomo che doveva stare con lei doveva essere il suo opposto. Effettivamente aveva ragione, quella incosciente sono io. A me piacciono sempre gli spiantati, non so che problema ho. Tutti quelli che hanno una stabilità non mi attraggono, come gli uomini più grandi. A me piacciono quelli più giovani.

Chiamala scema.
(Ride) Ve’? Io penso sempre: avrei proprio bisogno di un uomo con i piedi per terra, uno che mi tiene. Ma poi va così. Ultimamente però sono cresciuta da questo punto di vista, mi attraggono anche gli uomini saggi. Non troppo eh, ma almeno un po’ più di me.

Thony e Luca Marinelli in ‘Tutti i santi giorni’ di Paolo Virzì. Foto: 01 Distribution

In quel film, che peraltro ti ha lanciata, c’era anche tutto un malessere scatenato da certi ritmi di lavoro, dall’insoddisfazione professionale, insomma dalla nostra società. C’è stato un tempo in cui anche tu «mangiavi tonno e pomodorini perché non avevi un euro». Cosa ricordi di quel periodo?
Ti dico la verità? Io mangio ancora tonno e pomodorini.

Questa rischia di finire su Novella 2000, lo sai? «Ecco come si tiene in forma Thony».
(Ride) Sono passata ai vini naturali, però, ed è stato un grande passo verso l’età adulta. Adesso ho cambiato casa, da circa tre mesi vivo di nuovo da sola com’era a quei tempi. Tra quel film e oggi c’è stata una lunghissima relazione, ho convissuto. Questo è il primo momento in cui torno ad autogestirmi, e devo dire che mi piace. Certo, la solitudine la temo, quindi cerco di stare a casa il meno possibile. Però ti faccio un esempio: io soffro un po’ di insonnia, mi sveglio la notte e non so mai che fare. Prima, quando ero in coppia, rimanevo a letto con il cellulare in mano. Adesso ho messo tutti gli strumenti vicino al letto, quindi mi sveglio e scrivo da lì. Questa è una libertà della solitudine. Ecco, quel periodo senza un euro era un po’ così, come adesso.

Però a un certo punto i soldi sono arrivati, no?
Prima vivevo in uno squat e adesso vivo in una casa a Monteverde. L’ho comprata e ho anche un terrazzo da tre mesi, ma ancora mi ci devo abituare. Per il resto rimango una punkabbestia, mi piacciono le cose un po’ insensate, rubate, mai perfette. Quindi penso che non avrò mai un vero riscatto sociale.

Sicura? Borghese mai?
Mai.

Ma è vero che quando hai visto per la prima volta Cinecittà dal vivo ti è crollato un mito?
Assurdo. Il fatto è che io ho sempre vissuto un po’ nel mito, in un mondo fantastico. Ricordo che, quando da piccola stavo a Palermo, ogni tanto in tv facevano vedere l’esterno di Cinecittà e a me sembrava un non luogo. Non credevo sarebbe mai stato raggiungibile fisicamente. Capisci che quando sono arrivata a Roma e l’ho vista la prima volta, la mia reazione è stata tipo: «No vabbè, allora esiste. È un posto dove persino io posso andare».

Hai raccontato che Virzì ha iniziato a farti recitare facendoti credere di essere in grado di farlo. Ha funzionato. A un certo punto hai dovuto imparare o l’incoscienza continua ad essere la tua arma segreta?
Io ho iniziato a prendermi sul serio da poco. Al contrario, con la musica mi sono sempre presa molto sul serio, forse troppo. Nel cinema invece mi sono sempre sentita quella presa e buttata in mezzo, quella che «non era il ruolo suo». Da un paio d’anni è cambiato qualcosa, perché o fai questo lavoro conoscendo le tue possibilità nel bene e nel male, oppure diventa un dolore costante.

Cos’è cambiato? L’agenzia, un ruolo?
Credo sia merito del film con Luchetti, Momenti di trascurabile felicità. Era il 2019, il primo ruolo grosso dopo il film di Paolo, avevo un personaggio e un arco temporale precisi. Inventarsi chi era questa donna anche se poi nel film non sarebbe stato raccontato… ecco, forse il vero lavoro dell’attore è quello.

Si narra che Virzì ti abbia scoperta su MySpace, ma non si è mai capito bene come è andata. Ti ha scritto in chat come si faceva all’epoca, «Ciao sono Paolo e digito da Roma»?
Mi ha telefonato la sua segretaria e mi ha chiesto di incontrare Paolo, e io ovviamente pensavo fosse uno scherzo. Poi invece mi è arrivata una mail ufficiale. La questione MySpace me l’ha raccontata lui in seguito: «Cercavo una cantante e mi hanno dato il tuo nome».

Un pugno nello stomaco così ce l’hai più avuto?
Ma no, quella fu una follia, una cosa arrivata completamente dal nulla. È stato uno shock in positivo. Lì ti affidi per forza al regista, per quanto istinto puoi metterci sei in mano sua, incompetente e incosciente. Tutto quello che viene dopo in un certo senso lo cerchi e te lo guadagni in modo diverso. Ma un regista per sceglierti così deve proprio pensare di amarti artisticamente. Nel caso di Giulia, anche lei per Settembre mi ha scelta. Io non ho fatto casting e per questo le sono grata.

Ti senti ancora una pellegrina, una venuta da fuori?
Meno, perché adesso Roma è anche casa mia. Però mi piace quella sensazione di essere un po’ fuori luogo, quindi penso che dovrò spostarmi di nuovo. Immagina che fatica.

Nel 2012 Colapesce, in un’intervista che mi diverte sempre, ti liberava dall’etichetta «indie yeah», e tu sostenevi che essere indipendenti non fosse un vanto né uno svantaggio, viva il mainstream quanto la nicchia. Dieci anni dopo la pensi ancora così?
Non esiste più questa distinzione secondo me, oggi le etichette indipendenti hanno la maggior parte degli artisti più forti, vedi Bomba Dischi. Colapesce sta sempre con 42 Records, che nasce come indipendente ma dopo Sanremo possiamo annunciare che sia ufficialmente mainstream. Forse è anche una fortuna che questa differenza non ci sia più.

C’è un tuo pezzo al quale, se potessi, regaleresti la fama?
Flower Blossom è uscito solo in Italia, eppure ho trovato tantissime cover fatte da americani, inglesi e via dicendo. Quindi penso che quella canzone, se fosse uscita bene, avrebbe potuto raggiungere un pubblico davvero internazionale.

Però mi hai dato una risposta da addetta ai lavori, non di pancia.
È vero. Allora Home è una delle mie preferite del disco, però al contrario, da addetta ai lavori posso dirti che è troppo lenta. Non funzionerebbe, eppure è quella che mi fa piangere sempre.

Ogni volta che te lo chiedono tiri sempre fuori una miniera d’oro, dunque: da ascoltatrice ossessiva, chi hai scoperto e chi stai consumando di recente?
(Ride) Ho comprato tutta la discografia in vinile di Phoebe Bridges, e alcuni non li ho ancora aperti, perché io ne ascolto uno per volta a ripetizione. Suona a Milano a luglio, ho già il biglietto, sarò in prima fila come le vere fan. Segnati in particolare Garden Song e Funeral. E poi tutta la discografia dei Big Thief. Li ho scoperti ascoltando il disco di Adrianne Lenker, la frontman della band. Il problema è che loro fanno tipo due dischi ogni sei mesi, quindi non riesco a mettermi in paro.

Negli anni hai rilasciato opinioni senza filtri – ma comunque elegantissime, dai – su alcune tue colleghe come Elisa e Carmen Consoli. Per esempio, hai detto che inizialmente ti piacevano ma poi le hai abbandonate perché erano diventate «troppo femminili e sdolcinate». Quanta gente ti sei inimicata?
Oddio, l’ho detto davvero? È per questo che non faccio un altro disco, così non possono dire niente di male su di me (ride). Allora ti rispondo solo che, se lo farò, saranno tutti autorizzati a buttarmi veleno addosso. Scriviamolo.

Hai detto anche che le storie tra musicisti sono catastrofiche. Ma sono anche cinematografiche, no?
Qualche anno fa è uscito La La Land. È un film che non tutti hanno amato, ma io nel rapporto tra questi due artisti c’ho visto tutta la mia vita. Vuoi o non vuoi, nel mio caso gli spiantati di cui sopra alla fine sono sempre artisti o musicisti. Nel film ci sono un sacco di dinamiche raccontate benissimo, e il punto è che nell’innamoramento tra artisti cerchi sempre di creare delle cose insieme. All’inizio è meraviglioso, è tutto un unico flusso. Poi arrivano le tensioni interne e tu non vuoi più “dare”. Creare con un’altra persona equivale a dare tutto te stesso, e quando inizi a non fidarti più quella è la prima parte che vuoi sottrarre. Pensi che potresti salvare la coppia, se fai un passo indietro. Ma io a quel punto lì faccio fatica a donare e forse anche a prendere. Inizio a dare giudizi di cui non sono neanche sicura. Quindi ogni volta che vedo La La Land arrivo a metà film e – indovina? – inizio a piangere.

Ok, anche io. Tirando le somme, oggi dov’è casa per te, sul palco o sul set? Penso a un tuo sfogo un po’ comico dopo un red carpet, ti eri beccata un 4 nella pagella dei look e anche il paragone con una pornostar.
(Ride) Onesta? Io non troverò mai pace. Quindi puoi chiedermi dove soffro di più o dove soffro di meno. So che per un po’ ho tolto energia alla musica, come se mi distogliesse dalla carriera cinematografica. Adesso che ho fatto i conti col cinema e sono serena, sono anche di nuovo pronta per tornare alla musica in modo totalizzante. Forse in questo momento dovrei fare un disco…

Forse sì. Sei appena tornata a vivere da sola, ne avrai di cose da buttare fuori.
Sì. E poi ho avuto Malihini, questo progetto che colmava la mia parte musicale…

Malihini, ci ho girato intorno per delicatezza.
Grazie. Il duo è in stand-by, ora capiremo cosa succederà. Sicuramente faremo due dischi separati. Lui il suo, io il mio.

Prima di salutarci: ce l’hai ancora la casa sull’isola di Vulcano? Mi viene sempre in mente quanto ci ha sofferto Anna Magnani, lì, tra il set e il tradimento di Rossellini con la Bergman.
Ce l’ho ancora. E ai tempi non conoscevo questa storia di Anna Magnani e Ingrid Bergman, i retroscena sulla lettera, i drammi. Oggi penso che forse dovrei tornare lì un paio di mesi e andare anche io a Stromboli ad urlare.