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La sfida di ‘Waiting for the Barbarians’

Johnny Depp, Mark Rylance, Robert Pattinson. Un tris d’assi per un film che è un viaggio in tutto il mondo: divi internazionali, produzione italiana, regista colombiano (Ciro Guerra). E un messaggio (del premio Nobel J.M. Coetzee) senza tempo e senza luogo: le invasioni barbariche non sono mai finite

«È un film sul potere, sul presente, un’allegoria potentissima di cosa siamo e cosa facciamo nel mondo ogni giorno, dal Medioriente al mio Paese, la Colombia». Ciro Guerra, al suo primo film in lingua inglese, riesce a fotografare con lucidità il fascino, il nucleo portante di un lavoro come Waiting for the Barbarians. L’anno scorso a Venezia in concorso, dal 24 settembre finalmente nelle sale italiane, quest’opera ha un’impalcatura semplice, un duello quasi bergmaniano tra un uomo che è ossessionato dal rispetto degli altri, un magistrato prossimo alla pensione e che il colonialismo lo ha vissuto, forse anche sfruttato ma mai condiviso (Mark Rylance, dolente e carismatico), e un superpoliziotto di nuova generazione che intende invece calpestare tutto e tutti per inseguire la sua idea di dominio (Johnny Depp, ai suoi livelli migliori). Uno scontro di destini, di generazioni, di visioni, che nel 1980 ha trovato in quel genio di J.M. Coetzee, Nobel per la letteratura nel 2003, uno straordinario narratore. Un racconto che non a caso Michael Fitzgerald vuole portare sullo schermo da 25 anni – e ci è riuscito finalmente, insieme alla Iervolino Entertainment, lavorando con Andrea Iervolino, Monika Bacardi e Olga Segura –, riuscendo a coinvolgere un cast eccezionale che vede in un duello affascinante i già citati Rylance e Depp, ma anche un sempre più maturo Robert Pattinson.

Robert Pattinson

«Bellissimo lavorare con loro, abbiamo condiviso un percorso di rigorosa attenzione verso le parole e l’atmosfera del romanzo, replicandone anche l’indefinitezza di luoghi e tempi, la capacità di essere universale, perché a contestualizzare la storia c’è solo ciò che vediamo, viviamo e il deserto, un altro personaggio». Guerra riesce con forza e talento a portare le pagine di Coetzee nelle sue immagini, a portare il punto di vista dello scrittore, lo sguardo cioè di chi ha origini polacche e quindi, per questo, ha dentro di sé la memoria di quando i peggiori barbari di tutti, i nazisti (ma non solo), decisero di provare a demolirne identità e rete sociale, civile e intellettuale, ma che è anche un Afrikaner e in Sudafrica ha potuto vivere, dalla parte sbagliata ma privilegiata, il cinismo di un potere grottesco, ottuso, irrispettoso di chi, la sua terra, la vive da sempre. «Confesso, la sfida più grande è stata proprio questa, rendere al meglio le parole di un maestro come Coetzee, che era anche co-sceneggiatore. Ero letteralmente ossessionato da quel testo, dall’esigenza di adattarlo al meglio. E sì, anche da questo gigante di cui dovevo essere all’altezza».

Ciro Guerra, Johnny Depp e Mark Rylance sul set

Tutt’altro approccio, Mark Rylance («un mito dell’arte, del cinema e del teatro britannici, quanto è stato bello poter lavorare con lui»: sempre Guerra), che raggiungiamo nel patio di una bella casa – potremmo quasi definirla coloniale – con una camicia allegra come il suo sorriso. Il suo compito lo ha affrontato senza timori reverenziali. «Non ho cercato un percorso diverso dal solito, per questo personaggio. Ma sì, il testo è stato fondamentale, è un lavoro sconvolgente, appena l’ho avuto tra le mani ne ho capito la potenzialità, anche cinematografica. Impossibile non farsene entusiasmare. Ho costruito una relazione profonda con quelle parole, quella storia, leggendola più volte, introiettandone le sfumature, gli obiettivi, il percorso. Capendo perfettamente che questo libro apre più strade, nel suo complesso come per ogni personaggio: il magistrato incarna il concetto di sopravvivenza, di dolore e anche di bontà, dei suoi mille modi di esprimersi, del difficile equilibrio necessario per preservarla. Io mi sono solo messo in ascolto e cercato di capire di cosa avesse bisogno il personaggio». Cosa che fa da una carriera intera: Steven Spielberg, nel Ponte delle spie che all’attore valse l’Oscar, ha “solo” avuto il merito di mostrare il suo talento al mondo e all’Academy.

Mark Rylance

Ci riesce benissimo, Mark, a entrare in connessione profonda col ruolo, soprattutto in quei dialoghi surreali con Johnny Depp, giocati in sottrazione, in cui la sua gelida ironia, la sua avvilita constatazione della lucida follia dell’antagonista, è il sotto testo costante di una straordinaria performance di coppia. «Un attore incredibile e un uomo che credo di poter definire ora un amico, Johnny Depp. Ha saputo incarnare un personaggio difficile, complesso, che in un attimo sarebbe potuto diventare caricaturale, con impegno e sensibilità, riuscendogli a dare spessore e persino una sua umanità. E se abbiamo fatto un buon lavoro è per un motivo molto semplice, che è quello che porta per esempio a fare del buon rock: abbiamo avuto la curiosità e la felicità di suonare insieme. Lui è un ottimo chitarrista e si vede, perché per farlo devi saper fare il solista ma anche giocare di squadra. E ci riesce alla grande. Sì, è stato un piacere lavorare con lui, ha una grande capacità, quella di riuscire a farti dare il meglio, andare oltre». D’altronde lo ha detto anche Alice Cooper che il nostro non è mai stato «un attore che ha provato a diventare una rockstar», riferendosi all’avventura comune degli Hollywood Vampires, ma «una rockstar che per caso è arrivata al cinema».

Johnny Depp


Waiting for the Barbarians è anche l’occasione per l’uomo e il divo di scrollarsi di dosso un periodo difficile facendo quello che sa fare meglio, con un personaggio inquietante e inaspettato, una sorta di Torquemada che ha deciso di annientare un nemico immaginario, i barbari (in realtà l’unico barbaro è lui e chi ha ideato il sistema di cui lui è una pedina), violando una convivenza pacifica di anni per la sua sete di potere. E, pur se sempre misurato, con quegli occhiali da sole che vezzosamente espone in ogni scena come esempio della sua arguzia, è impossibile non riconoscerci alcune follie, alcune ossessioni di Donald Trump. «Potresti avere ragione», sorride Ciro Guerra. «Ci sono alcune cose nell’ascesa di entrambi che inquietano. Una di queste è l’unione della totale mancanza di rispetto dell’altro con una megalomania inquietante e un’ambizione senza limiti e regole. Tutti e due sono lo specchio di un imperialismo che alimenta se stesso con la violenza e la sofferenza. Ma Depp è molto più affascinante! Devo ringraziarlo per la generosità con cui ha vestito i panni di quest’uomo, uscendo dalle sue straordinarie doti di performer per abbracciare una recitazione più misurata e fuori da quello a cui siamo abituati, quando lo guardiamo sullo schermo. Quando sei un’icona devi essere eccezionale perché tutti se ne dimentichino in favore del tuo personaggio».



E se sul set il racconto del dolore, anche fisico, che questo ras da operetta provoca – le torture esponenziali atte a raggiungere un obiettivo deciso a tavolino, un dolore persino teorizzato oltre che vissuto – è al centro di tutto, fuori invece sembra esserci stato un clima straordinario. Come racconta Guerra, «ero con tre star di caratura mondiale e facevo fatico a ricordarmi della fama planetaria che li circonda». Lo conferma Mark Rylance: «Ricordo ancora quando passavo a prendere Johnny per andare a cena, eravamo con mia moglie, e la tensione tra i nostri due personaggi sul set, a volte andata avanti per ore, la scioglievamo tutta con serate bellissime passate insieme. In una di queste serate, peraltro, scoprii anche un altro dei suoi talenti, quello di suonare il piano davvero bene. Si sedette, cominciò, ero sovrappensiero. E per un attimo ho pensato: che ci fa qui Glenn Gould? È risorto!». Note che si disperdevano in quel Marocco che, racconta il regista, «ci ha ospitato e regalato le sue location meravigliose, senza questa terra il film sarebbe stato un altro». Ma che, chissà, forse sono arrivate anche fino a Roma, dove a metà dicembre 2018 sono finite le riprese. «L’Italia è stata fondamentale per questo film», continua Guerra. «Ed è stato un privilegio poter lavorare con una produzione internazionale fatta di tanti artisti italiani». Jacopo Quadri al montaggio, Carlo Poggioli ai costumi, Domenico Sica alla scenografia, per citarne alcuni. «C’è qualcosa in più, nel vostro modo di lavorare, di vedere le cose, a cui mi sento vicino come colombiano ma che mi affascina. Confesso che ora sarei felice di lavorare ancora in una produzione italiana, magari con attori italiani. Ho visto Pierfrancesco Favino nel Traditore di Marco Bellocchio, pazzesco, amo moltissimo Toni Servillo e trovo eccezionale Valeria Golino, come attrice e regista». Cast già fatto per il prossimo lungometraggio, dunque. «È ancora lunga, la pandemia ha portato alla cancellazione di ciò su cui stavo lavorando, ma sono già su altro. Dobbiamo sostenere il cinema in questi momenti così difficili, non farci scoraggiare».

Monika Bacardi e Andrea Iervolino con Johnny Depp alla presentazione del film a Venezia 76. Foto: Daniele Venturelli


Anche Mark Rylance è rimasto positivamente colpito dall’esperienza. «Ora non sarebbe male essere chiamati da quel genio di Paolo Sorrentino, mi piacerebbe diventare per lui quello che è stato Burt Lancaster per Visconti. Scherzi a parte, l’Italia è uno scrigno di risorse culturali, di professionalità: avete idea di quanto siate stati importanti per la cultura mondiale ed europea, da Shakespeare a Ibsen? Siete unici al mondo e film come questo lo dimostrano. Una pazzia non sfruttarle a dovere, il cinema italiano va aiutato molto di più, va incoraggiato». Un concetto di identità in una produzione internazionale che è stato fondamentale. Guerra, se non fosse stato colombiano, avrebbe fatto un altro film. «Di sicuro. La tragedia del mio Paese, in guerra da sempre con i paramilitari, il concetto di potere, di come possa schiacciare, umiliare, annientare la popolazione, la dittatura della paura sono cose che conosco bene. E sarei un bugiardo se non dicessi che c’è molto di questo nel film». Lo riconosce anche Rylance: «Ciro ha saputo dare la sua firma, la sua impronta, a quest’opera che pure aveva una firma ingombrante. Lo ha fatto perché ha un talento e una maturità straordinari. Parlando di un altro cineasta che stimo molto, Steven Spielberg, così importante per me negli ultimi anni, dico spesso che per la gioia che mette nel suo lavoro, la vitalità delle sue idee, l’approccio alle novità non sembra più vecchio di me come dice l’anagrafe ma, invece, il mio fratello minore. Ecco, questo ragazzo sembra quello maggiore, tanto ha avuto la capacità di tenere un set difficile, raccontare una storia complessa e trovare il modo di parlare a tutti, noi e gli spettatori. Mostrandoci con un film in costume chi siamo e dove purtroppo siamo arrivati».

Waiting for the Barbarians è prodotto dalla Iervolino Entertainment S.p.A., global production company fondata da Andrea Iervolino nel 2011 a Roma è impegnata nella produzione di contenuti cinematografici e televisivi, tra cui film, TV-show, web serie e molto altro. Dal 2018 la società, i cui azionisti di maggioranza sono Andrea Iervolino e Monika Bacardi, è attiva nella produzione per sviluppare l’intuizione di produrre non solo cinema Made in Italy per il mercato internazionale, ma cinema internazionale, sulla base del modello di business utilizzato dalle principali major hollywoodiane. Dall’inizio della sua carriera, l’oggi trentaduenne Iervolino ha prodotto e distribuito oltre 65 film, diventando uno dei produttori esecutivi più prolifici e affermati al mondo. Nel 2015 è stato indicato da Variety come uno degli imprenditori da tenere d’occhio. Nel 2018 ha lanciato TaTaTu – una piattaforma di social entertainment basata su tecnologia blockchain che unisce le migliori caratteristiche delle principali piattaforme e dei social network a un innovativo sistema di incentivi.

Nel frattempo, nel 2019 la Iervolino Entertainment si è quotata in Borsa e ha impostato la sua produzione principalmente sulle web serie animate in mobile-short content format, con episodi da 5’ l’uno, aprendo una nuova finestra sul mondo dell’entertainment e una visione avanguardista sul futuro della fruizione dei contenuti. A giugno 2020, peraltro, la società ha aperto una subsidiary company in Serbia, la Iervolino Studios, con l’intento di rafforzare la produzione delle web serie e consolidare le fasi di lavorazione per lo sviluppo dei progetti. La Iervolino Entertainment ha acquisito il 100% delle società ArteVideo per ampliare l’offerta di servizi a livello internazionale nell’ambito della post produzione. Recentemente ha siglato un accordo per l’acquisizione del 100% della società Red Carpet, per rafforzare la divisione “celebrity management” e la produzione di contenuti video. La società può vantare rapporti con partner internazionali di primissimo piano che, oltre a garantire ricavi derivanti dalla cessione delle licenze, consentono lo sfruttamento perpetuo di nuove e esistenti IP per la produzione di contenuti esclusivi e tramite diritti di remake, sequel e altri prodotti derivati dal web. Iervolino è attualmente uno dei più giovani e stimati imprenditori italiani nel mondo della produzione cinematografica.

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Andrea Iervolino